Francesco, Mazzolari e la Chiesa comunità

Domenicale Agostino Pietrasanta

mazDon Primo Mazzolari, in uno dei suoi interventi più coinvolgenti, a pochi mesi dalla morte, parlò della Chiesa come “casa del Padre” e dunque famiglia aperta a tutti. In un certo passaggio “confessò” (tale l’espressione usata) la propria indegnità ad interpretare il mistero di salvezza, ma aggiunse anche che si tratta di compito troppo superiore alle sole forze dell’uomo: necessitano l’abbandono fiducioso alla larghezza provvidenziale del Padre, ma anche le preghiere di tutti i fedeli.

Ne trasse una logica conclusione: giustamente il sacerdote, qualunque sacerdote viene giudicato indegno dai suoi laici, dai fratelli presenti nella casa, nella famiglia. Ad un patto: che tutti e, dunque anche i laici, riconoscano la loro debolezza, perché la Chiesa, la casa del Padre, la famiglia comunità non è fatta solo dai preti, ma anche dai laici i quali possono criticare a condizione di sopportare anch’essi la loro responsabilità. “Non facciamo più un dualismo: preti/laici”, concludeva, perché la “Chiesa è di tutti”.

Ora succede che, dopo qualche tempo di sonnolenta bonaccia, se non dolosa, almeno colpevole, dopo una fase di rimozione del problema, papa Francesco, da tempo ed ora nell’udienza dello scorso mercoledì sia ritornato, con diretta naturalezza sulla questione: “la Chiesa siamo tutti (cito)…non ristretta ai preti ai vescovi al Vaticano, siamo tutti, tutti famiglia” E dunque non solo preti tanto meno poi se si crea qualche occasione in cui si pensa solo ad una certa fascia dei preti!

La questione è di tutta attualità; abbiamo rimosso un po’ tutti, preti e laici questa idea della comunità e ci siamo affidati ad uno spirito di restaurazione clericale che ha fatto esclusione ed ha presentato un volto discutibile della Chiesa anche sul piano della correttezza nei rapporti e di parresia nei comportamenti.

Peggio, si sono aperti dei cammini di clericalismo, anche nella partecipazione alla celebrazione liturgica, che da una parte hanno rimosso le indicazioni conciliari che avevano fatto del popolo di Dio il protagonista ed obliterato l’idea di una Chiesa che è germe del regno di Dio che vive e cammina nella storia, secondo l’espressione della “Lumen gentium”. Certi ritorni liturgici saranno del tutto legittimi, ma costituiscono il segno di una mentalità, di una diffusa ripresa restauratrice che non aiuta la crescita della comunità.

Il papa però non si è fermato a questa prima annotazione; ha sottolineato che il cammino della Comunione ecclesiale non nasce nelle chiuse ed asfittiche mura di un laboratorio.

Non voglio interpretare, né tanto meno forzare, ma non riesco a non pensare alla esclusività di alcuni movimenti pur legittimi nella realtà ecclesiale, ma indifferenti alla crescita complessiva di un cammino di comunione che è di tutti: senza proselitismi. Ancor più ed ancor peggio: non posso non pensare a gruppuscoli chiusi nel loro benessere (e spero solo spirituale), senza comunicazione feconda con la indiscriminata missione di salvezza; c’è sicuramente il diritto di ogni gruppo a vivere il proprio carisma, a patto che le risultanze siano di crescita per tutta la Chiesa, in equilibrio con un atteggiamento libero appunto dal proselitismo.

Forse anche gli strumenti della Comunità ne vengono a soffrire, consigli pastorali per intanto, e forse sarebbe ora di tener conto delle indicazioni che ci vengono dall’alto.

P.S. Un prelato di media consistenza, ma insignito di dignità capitolare, va mormorando che noi di AP ci dilettiamo di “attaccare la Chiesa”. Nulla di più alieno dalle nostre intenzioni; esprimiamo spesso amarezza per certi assodati ed ammessi comportamenti posti in essere da uomini di Chiesa e non compatibili con la loro responsabilità.

Se nel fare questo ci siamo spinti ad un “attacco”, vorremmo far valere il diritto alla “correzione fraterna” di cui parla Matteo 18/ 15,17; la mormorazione o (Deus avertat!) la calunnia non servono.

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