Informazioni, scelte e sviluppo

Andrea Zoanni

asiEsiste qualcosa di più attuale del tema dell’informazione? Poco importa stendere classifiche di questo genere, la realtà dice che anche in futuro questo argomento risulterà attualissimo, in un mondo sempre più ricco di informazioni e sempre più povero di attenzione.

Innovazioni tecnologiche come internet hanno reso potenzialmente accessibile a miliardi di persone informazioni a costo zero. E’ sempre più facile diffondere le informazioni, ma è sempre più facile anche appropriarsene senza riconoscerne la fonte, la proprietà intellettuale.

Chi accede alle informazioni spesso non è in grado di valutarne la natura, non può facilmente capire se e in che misura sono di parte, rischia inconsciamente pressioni e condizionamenti opachi e poco trasparenti che interrogano sull’esercizio del controllo democratico dei cittadini.

Oltre a ciò, nella maggior parte dei casi non ci si pone nemmeno il problema e si ribalta la notizia con estrema facilità secondo il proprio gusto o interesse personale. Si instaura così la convinzione su qualcosa che magari invece non è. Importante, per la fonte emittente, è che sembri.

Come ho già avuto modo di dire, l’egemonia passa anche attraverso l’imposizione della propria versione dei fatti. Questa a volte si amplifica con dibattiti filosofici che, per dirla alla Umberto Eco, “sono sempre una forma di alto dilettantismo in cui qualcuno, per tanto che abbia letto, parla sempre di cose su cui non si è preparati abbastanza”.

La questione può avere molte sfaccettature. Pensiamo all’esperienza della crisi economica, scaturita dalla crisi finanziaria e dal collasso interbancario dovuto proprio ad un problema di informazione. Cosa accadde pochi anni fa? Che le banche, non disponendo di informazioni attendibili le une delle altre, ebbero una scarsa fiducia reciproca sul loro stato di salute.

Il crollo di interi segmenti dei mercati finanziari fu proprio il prodotto di “asimmetrie informative” sempre più marcate, con le banche che non si fidavano le une delle altre perché consapevoli di tutti quei titoli tossici in circolazione. Le stesse banche, detentrici di questa tossicità, avrebbero fatto di tutto per non rivelarla.

Ma anche in presenza di banche poco intossicate, e dunque desiderose di far conoscere il buono stato dei loro bilanci, non fu in alcun modo possibile rendere credibili le rassicuranti informazioni che trasmettevano ai mercati. Una questione di fiducia che, per dirla alla Carosello, è una cosa seria.

In quel periodo mi accorsi di quanta carenza di conoscenza vi fosse in materia di economia e di finanza tra gli economisti. Anche se, a dire il vero, l’immaginario collettivo spaccia per economista chiunque faccia un intervento di pochi secondi in televisione. Gli economisti sono ben altro. In ogni caso, la mia impressione fu di vivere nella patria dell’economia di mercato senza conoscere nulla dell’economia e del pensiero economico.

Ricordo ad esempio l’immagine dell’allora rettore della Bocconi, Guido Tabellini, che poco prima iniziasse la grande crisi affermava che “il bel tempo è ritornato, riprenderemo a crescere all’infinito, le crisi appartengono ai libri di storia”. In quanto esistono le crisi, aggiungo io sarcasticamente.

Qui entra pesantemente in gioco l’influenza generata dai padroni dell’informazione e dai condizionamenti dei suoi finanziatori (pubblicitari) che la rendono vulnerabile al potere economico e politico. Una informazione corretta è indispensabile per fare scelte giuste: se in assenza di informazioni non si può decidere, senza informazioni corrette si decide male.

Ho illustrato esempi che qualche anno fa mi coinvolsero da vicino, ora ne introduco uno più recente per dimostrare come le persone possono essere influenzate. Fino al giorno antecedente le elezioni, da Napolitano all’ultimo dei cittadini è passato il battage pubblicitario tendente a screditare il populismo dilagante, a metterne in rilievo i rischi intrinsechi, a considerarlo una moda pericolosa e nefasta. Tutto per paura di Grillo.

Poi il populismo ha premiato qualcun altro ed allora è stato il trionfo del populismo tradotto in percentuale (dei votanti) con Napolitano a cessar le sue prolusioni quotidiane che costano agli italiani più della regina d’Inghilterra agli Inglesi. Ma questo oneroso particolare della reggia quirinalizia nessuno lo evidenzia. Papa Francesco nulla insegna a quelli che gli battono le mani?

E’ curioso anche il fatto che intenzioni di voto ed exit poll abbiano sempre sottostimato negli anni scorsi le adesioni a Berlusconi, come se molti elettori avessero vergogna far sapere di aver votato per lui. Ciò mi induceva a pensare, insieme ad altre persone, che di tale prassi ne potesse beneficiare M5S, come avvenne lo scorso anno anche per loro.

Sappiamo invece com’è finita: alle recenti elezioni europee il “fattore vergogna” ha superato ogni ragionevole margine di errore rispetto alle previsioni sul vincitore. Perché nascondere il voto così massicciamente dato a questo vincitore? La ragione sicuramente c’è, potrebbe essere multiforme, bisognerebbe interrogare un sociologo. L’alternativa può essere solo un dato previsionale volutamente tenuto nascosto. Potere di chi controlla l’informazione.

Personalmente mi consola il fatto di non aver ammassato il mio cervello al tambur battente (prevalse in me la convinzione che Grillo non avrebbe vinto) e di non aver modificato la mia scelta prospettica di “Europa Federale”, tenacemente europea per coerenza di pensiero e di tornata elettorale. Faccio notare che gli unici simboli elettorali che avevano in sé un riferimento tangibile al nostro continente sono stati “L’altra Europa con Tsipras” e “Scelta Europea”. Del resto, da quanto tempo non si pronuncia più la parola Europa? Ma per favore: ricordate i temi della campagna elettorale? Guelfi contro Ghibellini.

Non mi consola invece il dubbio che nutro riguardo al futuro di un’Europa Federale, proprio per il risultato elettorale. Ma non metto in evidenza i motivi del voto transalpino o d’oltre Manica, evidenzio proprio lo scarso risultato elettorale delle uniche due formazioni realmente europeiste di fatto presenti. Tutto il resto o è conservatore (PPE e PSE se la cantano e se la suonano) o è distruttore.

Consentitemi anche di dire che, pur nel legittimo e doveroso rispetto delle scelte e delle priorità, affermare una certa prospettiva europea e non praticarla nel segreto dell’urna, ovvero nella sua massima espressione democratica, in una votazione poco influente rispetto al panorama nazionale, lo ritengo un esercizio leggermente contraddittorio. Salvo poi auspicare…

E’ da un po’ di tempo che mi sovviene che il nostro Paese più che uno Stato europeo sia uno stato mediterraneo. Che è altro rispetto al continente. Il mio recente viaggio a Napoli per l’assemblea sociale di Banca Etica me l’ha confermato. Pompei a parte (veramente unica al mondo come collocazione, come sito archeologico e come sfacelo) mi è fresco il ricordo della magnifica città partenopea, che senza ombra di dubbio possiamo considerare la vera capitale del Mediterraneo. Tra l’altro, anni fa ebbi la fortuna di conoscerla bene grazie ad un amico e collega di lavoro tuttora ivi residente.

Per l’incredibile caos e il pullulare di persone mi ha ricordato un poco Ramallah, velocemente conosciuta in un pellegrinaggio in Terra-Santa che oltre avermi ri-condotto alla ri-scoperta delle radici autentiche della mia religione (fortunato a comprenderle da giovane grazie a persone che mi hanno formato come “cattolico maturo” e poi col tempo un poco ossidatesi) mi ha mostrato anche il volto quotidiano del martellante conflitto “di laggiù” che, guarda caso, i detentori dell’informazione distorcono a piacimento.

Tengo anche a precisare che il mio non è un commento sarcastico: mille volte di più  l’estate mediterranea che l’inverno scandinavo, le sfogliatelle ed i limoni amalfitani che le aringhe affumicate e il pesce crudo, il sole all’oscurità.

A mio modesto parere poco in Europa cambierà, anche perché il vero cambiamento dovrebbe essere nell’architettura istituzionale. Rimembro quando da studenti ragionavamo su come fosse indispensabile aggiungere al soggetto economico anche il soggetto politico, perché una unione economica senza quella politica avrebbe avuto secondo noi, giovani di allora, il fiato corto. Eravamo a fine anni ’70, ancora negli anni di piombo.

Poi di acqua sotto i ponti ne è passata molta, anche limpida e trasparente. C’è stato il lungo parto della moneta comune, prima solo virtuale per le transazioni economiche, poi sostanziale. Ma l’euro con le norme attuali è un’anatra zoppa e a parte il fatto che prima o poi subirà una svalutazione (più tempo passa, maggiore sarà) non ha un tutore credibile.

La geopolitica imporrebbe scelte continentali drastiche, ma prevalgono e prevarranno interessi nazionali e non si vedono all’orizzonte statisti di peso e di sostanza. Solo nani di corte e ciambellani della finanza. Per cui, cari italiani mediterranei europei, o l’Europa è un sogno da realizzare, oppure è un incubo da cui uscire. In ogni caso, pur con qualche difficoltà, la Germania sempre locomotiva sarà, noi un vagone di terza classe. Euro sì, euro no. Ritornerò sull’argomento, come sempre si confondono cause ed effetti.

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One thought on “Informazioni, scelte e sviluppo

  1. Bel post, mi piace! 🙂
    Il mio blog parla di telefilm, musica e libri! 🙂 Se ti va dai un’occhiata!
    loscrittoreimpenitente.wordpress.com
    Ancora complimenti per il blog 🙂

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