Amara impotenza

Dario Fornaro

immiNon che ci siano, che si sappia, impotenze sopportabili o gradevoli, ma alcune contingenze di “impossibilità ad agire” sul centro dei problemi, anziché sulla più o meno lontana periferia, rende esacerbante la condizione  di inconcludenza sostanziale, ancorché accompagnata da tanti buoni tentativi di tamponamento operati  nell’immediato  stato di necessità.

E’ lo stato d’animo che – a prescindere dalle vicende private nelle quali non mancano certo i riscontri d’impotenza  –  ti coglie allorché cronaca e immagini propongono e ripropongono  il problema, il dramma, i numeri  (scampati e non), le modalità, gli esiti temporanei dell’immigrazione trans-mediterranea in prolungato aumento. Concentriamo l’attenzione – per necessità, per disperazione pratica – sugli aspetti immediati del salvamento e della prima accoglienza, già di per sé  complessi e incessanti, per evitare di ammettere che non abbiamo alcuna idea di come intervenire, nel tempo,  sui  flussi, in ottica di “civile” moderazione o contenimento programmato degli arrivi. Sul versante “incivile” purtroppo le  idee non mancano e certo seguito di piazza rischia di prendere piede, fomentato dai malumori  per la crisi economica in atto.

L’effetto-spugna, che ha consentito, alla fine del secolo scorso, ad un grande paese come il nostro, l’accoglienza e l’assimilazione – spesso critica, ma reale – di “migliaia” di immigrati-anno, non sembra in grado di reggere quando si parla di “decine di migliaia” di persone (63.000, picco del 2011; 43.000 nei primi cinque mesi  di quest’anno). Certo una quota di questi arrivi si trasforma poi in ripartenze per altri paesi, ma non sappiamo quanto consistente dacché il fenomeno avviene largamente per “canali non ufficiali”.

E’ in atto un sordo brontolio delle nostre Istituzioni nei confronti dell’Europa, chiamata, invocata a dare segni concreti di condivisione – come si dice: morale e materiale, soprattutto – del problema immigrazione di massa che investe il nostro Paese, sì, ma in quanto frontiera debole d’Europa . Attese e malumori a parte, e ben presenti  i “sacri egoismi  nazionali”, rinfocolati tra l’altro dalle recenti vicende politico-elettorali, è possibile che, anche di fronte a questo fenomeno impellente, si frapponga il solito equivoco: da Bruxelles  si ragiona e si interviene a fronte di progetti concreti e impegnativi e non su istanze generiche, ancorché sacrosante ed urgenti. Non basterebbe cioè una pressante richiesta di compartecipazione ai costi dell’emergenza immediata (pattugliamento, salvataggi, sbarco, prima accoglienza/assistenza/smistamento) in carenza di un minimo di “orizzonte strutturale” nel quale inquadrare un’emergenza che non appare né transitoria, ne consolidata in numeri-persone-provenienze coinvolti. Progetti (o ipotesi progettuali da sviluppare in comune) tali da ridurre sensibilmente la resistenza dei partner a passare alla indispensabile “compartecipazione sociale”  in termini di accoglimenti sul proprio territorio.

Ipotesi tutt’altro che remota: nel caso che l’Italia “spinga”, in modo risoluto, per l’internazionalizzazione del problema “profughi” (ormai, dopo i drammi del Corno d’Africa e della Siria, si parla correntemente di flussi di profughi più che di immigrazione irregolare onnicomprensiva), sia in direzione dell’Unione Europea che , prima o poi, nei confronti dell’ONU e delle sue Organizzazioni dedicate, questa chiamata  d’appoggio/soccorso  porterebbe sul tavolo italiano le modalità d’intervento sistematico applicate, con più o meno fortuna, nell’esperienza pluridecennale con la quale la Comunità Internazionale si è misurata con il problema, spesso devastante, dei profughi in massa. Espressioni (tipo “campo profughi”) che noi  cerchiamo di esorcizzare sentitamente  sulla base di quanto visto o sentito dalle cronache delle “zone calde”, potrebbero diventare non certo un modello, ma un riferimento organizzativo di massima , una logistica per gli interventi non provvisori , e non improvvisati, a favore di complesse comunità da soccorrere. I numeri non sono per ora quelli “biblici” delle zone di guerra o para-guerra, ma un compito dell’Organizzazione è , appunto, quello di prevedere l’andamento dei fenomeni da “tamponare”. E, non a caso, proprio oggi si è sentito accennare in ambienti governativi  a tre vaste “tendopoli” da localizzare in Sicilia, Calabria e Puglia per dare una dimensione umana e non casuale alla gestione della prolungata emergenza.

Tragitto complesso e impervio sotto molti punti di vista, ma l’alternativa (?) non può che risiedere dalle parti dei “respingimenti” ,che tornano a ripresentarsi in forme più o meno surrettizie tra i cascami  del semplicismo politico. Nessuna propensione a sottovalutare, ci mancherebbe, l’opera generosa e spontanea delle forze e delle comunità che hanno prestato e prestano assistenza e accoglienza “sul campo”: sarà sempre e comunque importantissima, ma la sensazione, lo smarrimento, talora l’indignazione, espressi in questi giorni da diversi autorevoli commentatori, rivelano una sorta di comune convincimento. Che cioè  la questione immigrati/profughi, già nota da qualche anno anche nelle sue tragedie, abbia subito di recente un salto quali-quantitativo tale da postulare un qualche cambio di marcia nell’atteggiamento e nell’intervento della Comunità nazionale e internazionale.

E per noi una scomoda sfida in più. Confrontarci con l’etichetta che, per via cinematografica, ci siamo di buon grado cuciti addosso: Italiani Brava Gente.

Un paio di appendici, in rapporto col tema (una seria, l’altra meno), tanto per chiudere. L’editoriale dell’ultimo fascicolo de “Le Scienze” titola: Lo spettro di Malthus – Un libro che rispolvera la questione demografica” – di Alan Weisman : “Conto alla rovescia” in uscita per Einaudi. Così, tanto per continuare il dibattito-scontro, fra Integrati e Apocalittici, sul ruolo diretto esercitato dalla crescita della popolazione sul tasso di sviluppo dell’economia, in un Paese come in dimensioni subcontinentali .

Da ultimo “Il Giornale” – quello di famiglia, ma a insaputa del patriarca – che al centro della prima pagina di sabato 14.6 reca un mezzobusto ciccione  accompagnato dal titolo-notizia: “Briatore guida la Versilia nella rivolta ai vu’ cumprà” – Spiagge invivibili,  segue all’interno.  Non male come candidatura forzaleghista del Grande Flavio qual “commissario ad acta” per l’accoglienza dei migranti abbronzati.

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