Un’occasione per “l’altro Piemonte”

Carlo Baviera

chiaraArchiviato il voto per le Europee che, almeno in Italia, hanno dato fiducia a chi crede nel rilancio dell’Unità Europea pur con le profonde necessarie modifiche alla politica finanziaria e sociale fin qui seguita; e archiviato il voto amministrativo, si può ripartire tenendo conto delle indicazioni che comunque il voto ha reso abbastanza evidente.

La forte astensione (addirittura ai ballottaggi non si è raggiunta la maggioranza degli aventi diritto) dice del distacco/delusione dell’elettorato. Metà degli italiani o sono assuefatti o sono irritati e sfiduciati. E’ lì che bisogna lavorare, in questo ampio segmento di società che va ricostruita la fiducia e il senso di cittadinanza. Quando un elettore su due si disinteressa o non ritiene di esprimere un giudizio (anche negativo) sulla politica, le antenne della democrazia devono raddrizzarsi e capire, per evitare una definitiva spaccatura tra paese legale e paese reale.

Il secondo dato che emerge è la convincente e quasi generale vittoria del centro sinistra (in particolare del PD). Dopo le Europee anche le amministrative e le Regionali in Piemonte ed Abruzzo, hanno segnato  una vittoria chiara del centro sinistra: merito di Renzi, merito dei candidati Sindaci, merito di programmi soddisfacenti, colpa degli avversari, giudizio negativo su che ha amministrato prima? Probabilmente un po’ tutte le cose.

Per fermarci solo al Piemonte vorrei evidenziare che tutto il settore orientale della nostra Regione è ora in mano ad amministrazioni di centro sinistra. Verbania, Novara, Biella, Vercelli, Casale Monferrato, Alessandria, Asti, Tortona, Novi sono tutte in sintonia con il Governo centrale e con quello Regionale. Unico neo, anche se il ragionamento non va portato agli eccessi e gli equilibri possono essere attuati in tanti modi diversi, la non rappresentanza dell’area provinciale alessandrina (né di quella astigiana) nella nuova Giunta Regionale piemontese.

Svolgo solo due brevi (insufficienti ad affrontare l’argomento) ragionamenti di carattere generale ed un terzo di carattere locale. Per prima cosa, il risultato ottenuto dal Partito e dalle coalizioni vincenti deve portare ad interrogarsi sul  perché delle sconfitte precedenti, sul perché di vittorie di Pirro che segnalavano debolezza il giorno successivo alle elezioni; e sul perché si vince ora, perché e come si è tornati a vincere.

Può essere che, a parte gli 80 Euro che sono pur importanti e dimostrano concretezza e mantenimento delle promesse, si sia data una visione nuova, non più legata soltanto a sigle e nominalismi delle alleanze? Che si sia percepito un centro sinistra disposto al cambiamento anche interno? Che si sia, per l’ultima volta, dato fiducia a qualcuno; e quel qualcuno lo si è individuato in Renzi e in chi lo attorniava, a personaggi nuovi o ritenuti sufficientemente autonomi rispetto ai giochi di partito (vedi Chiamparino)? Può anche essere che si sia colta l’occasione non solo e tanto di promesse di rinnovamento, ma dell’affermarsi di una cultura politica più pragmatica e meno nominalistica.

Oppure ha giocato a favore dei vincitori la difficoltà, la divisione, e la debolezza attuale delle altre forze partitiche o i tentativi di mettere insieme spezzoni di partiti che faticano a far pesare le proprie idee e prospettive?

La seconda cosa, conseguente, è come comportarsi e come operare per non ritornare a perdere. Qui il discorso è più impervio e gli interrogativi molti. Per prima cosa si dovrebbe dire basta ai nominalismi e alle sigle appiccicate al colore delle coalizioni (progressiste, di centro sinistra [con e senza trattino], di cambiamento, di innovazione,  e via discorrendo). Serve, e come!, pensare a provvedimenti solidali, al rispetto delle regole, a non abolire conquiste sindacali, ecc. ma la gente non si aspetta forse che le amministrazioni (e i Governi)  lavorino alla soluzione delle questioni urgenti: dal lavoro, all’impulso alle attività economiche, dalla situazione tragica dei trasporti locali, una sanità da riportare all’avanguardia? Il riformismo, il centro sinistra, il solidarismo, ecc. che hanno alla base delle scelte l’eguaglianza, le regole, il rispetto, la giustizia sociale possono affrontare le questioni sociali solo con le “solite” ricette, o possono affidarsi a soluzioni nuove?

La sussidiarietà, il welfare comunitario sono ancora considerate strumenti pericolosi, cavalli di Troia dei privati? Oppure il bene comune e la gestione pubblica dei servizi può essere portata avanti nell’interesse generale pur affidandola al privato sociale, al Terzo Settore, alle Imprese civili? Anche una sinistra moderna ha come sfide la lotta al liberalismo incontrollato, invertire la cultura che sottostà alla visione di sviluppo, non lasciare al libero mercato il compito di vita e di morte su prezzi, concorrenza, consumo individualista, controlli severi su appalti e su smaltimento dei rifiuti; consentire alla politica di dare l’indirizzo su produzione, commercio e consumi a favore di beni comuni e non solo di quelli a carattere individualistico/egoistico, educare a comportamenti virtuosi, ad un’etica pubblica, alle cosiddette virtù civiche, ma il Paese necessita per ripartire di meno burocrazia, di giustizia rapida, di contrattazione con regole certe, di credito trasparente e pronto, di infrastrutture digitali. Cose che non sono di destra o di sinistra, ma sono essenziali.

L’accusa che è stata fatta a Renzi è di parlare un linguaggio più di centro e di destra; l’obiezione che gli si presenta è di non tenere sufficientemente conto di progetti, parole, diritti, tutele che sono patrimonio della sinistra, del sindacato, delle conquiste conseguite in tanti anni. Ma ripetere queste cose (anche io appartengo a chi teme l’abbandono di metodi e impegni che sono propri di una visione sociale) senza ottenere risultati, serve? Forse ha ragione chi afferma che per realizzare soluzioni moderate o non connotate da una impostazione sociale, e per seguire richieste o esigenze imprenditoriali o di categorie economiche corporative è meglio lasciarlo fare alla destra. Non è forse venuto il momento di uscire da questi schemi destra/sinistra?

Non si vuol dire che si deve tornare al semplice pragmatismo, al fare per fare. No! Però gli incerti e quelli della parte avversa li si convince e li si conquista con il coraggio di decisioni serie, con quel buon senso intriso di preparazione e cultura, dimostrando di aggredire davvero le male bestie della corruzioni, degli affarismi, dei finanziamenti illeciti. Se si svecchiano prassi consolidate che la tirano per le lunghe, se si propone una visione di governo che sia innovativa, che liberi competenze, merito, serietà, impegno. Diciamocelo, le figure di prima (lo dico essendo legato politicamente e idealmente ad alcune di loro) non avevano più molto appeal; con Moretti possiamo dire che con quelli non avremmo mai vinto, perché troppo da Convegni e troppo slegati dai bisogni reali. Vale per leader di sinistra e vale per chi rappresenta il cattolicesimo democratico: si parla troppo in politichese, si fanno troppe analisi, non si riesce a declinare in chiave moderna una serie di valori, si è perso il contatto con le realtà vive con i lavoratori e il lavoro di oggi.

Vengo all’ultima considerazione di carattere locale. Come impostare, organizzare alleanze future per i nostri territori. Il cosiddetto “altro Piemonte” non solo deve interloquire con la nuova Giunta regionale, non solo deve “rivendicare” attenzione, ma deve soprattutto darsi un progetto ambizioso. Deve pensare al proprio ruolo di area di frontiera rispetto alla Lombardia. Deve anche giocare in proprio per valorizzare le risorse di questo ampio territorio: dall’agricoltura e i prodotti tipici, al vino di qualità quanto quello del cuneese, dai gioielli valenzani ai dolci di Novi, dai percorsi paesaggistici e artistici del Monferrato alle terme, fino ai monti al sud della Provincia.

In passato ogni territorio ha giocato in proprio e a rafforzare la propria immagine, quando addirittura non ci si è fatta concorrenza. E’ un capitolo che deve essere chiuso rapidamente, perché se ne apra uno nuovo. I trasporti, la sanità, il turismo, la gestione dei rifiuti di ogni genere, la qualità dello sviluppo, la riqualificazione agricola e il ripensamento dell’industria, il sistema scolastico sono tutti titoli che si dovranno riempire di contenuti in spirito collaborativo, stringendo alleanze forti, avendo una visione non settoriale, ma che ci veda tutti protagonisti nell’essere a pieno parte del Piemonte ed esserlo con caratteristiche originali.

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One thought on “Un’occasione per “l’altro Piemonte”

  1. Giustamente, è stato citato il buon senso, insieme alla cultura: il loro progressivo esaurimento ha portato alla creazione di mercati anche dove non dovrebbero esistere, come nei servizi pubblici e l’idolatrare quei mercati la cui esistenza, pur legittima, dovrebbe essere subordinata a regole ferree, compresi i calmieri dei prezzi. In questo ambiente torbido trovano campo i cavalli di Troia gettati dai privati di cui nell’articolo: da circa sessant’anni, a cominciare dagli Stati Uniti d’America, si crea la situazione favorevole all’interesse di singoli, a scapito di quello generale, colpendo spietatamente chi è già in condizioni di debolezza o di manifesta inferiorità.

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