Per forza o per amore

Andrea Zoanni

seviLa sera del 9 giugno scorso intercettai sul web una trasmissione live in onda su “medici-tv”, canale televisivo culturale europeo al pari di “arte”, che in Italia pochi conoscono. Si trattò di un concerto tenutosi a Dresda dalla Mahler Chamber Orchestra diretta da Daniele Gatti, con musiche dello stesso Mahler e la bella sinfonia “Renana” di Schumann. L’evento era uno dei molti in memoria di Claudio Abbado, fondatore tra l’altro della medesima orchestra protagonista della serata, nonché Gatti suo allievo.

Durante l’ascolto associai il nome del maestro Abbado al recente Festival Economia di Trento, in particolare ad uno dei tanti incontri in programma, trasmesso sul grande schermo fronte Duomo, ove ero presente in attesa si liberasse un tavolo alla mitica Forsterbrau (ricordo di gioventù) per uno spiedone di carne e verdure degno dello stesso nome.

L’incontro serale, inserito nella serie “Testimoni del tempo”, aveva un titolo intrigante: “I vertici dell’ignoranza” e tra i relatori vi era la scienziata e neo senatrice Elena Cattaneo. Qui sta il collegamento con Abbado che, al pari di altri fu nominato lo scorso anno senatore a vita, con tanto di polemiche di basso profilo.

Durante la serata si resero pubbliche le statistiche che vedono il nostro paese fanalino di coda nell’istruzione non solo universitaria, nel rapporto studio/lavoro, nelle specializzazioni post laurea, nel praticantato e via discorrendo.

Molto interessante fu il professor Giovanni Solimine, il cui intervento sintetizzo in una domanda che irruppe in quella bellissima piazza stracolma di gente, nonostante l’ora tarda, provocando un applauso spontaneo e fragoroso: “Per un Paese, per una Comunità, è più alto e deleterio il costo della cultura o il costo dell’ignoranza?”

Ma la star della serata fu la neo senatrice, anche nel raccontare, ancora incredula, quando ebbe un piccolo mancamento alla comunicazione di Napolitano rispetto la decisione di nominarla senatrice “…a me che fabbrico cellule parlava dei padri costituenti…”, riprendendo poi conoscenza trovando il Presidente della Repubblica che toccandole il polso le chiedeva “signora, vuole un cordiale?”

Il suo intervento fu però mirato a far comprendere quanto sia importante elevare il livello culturale dei componenti nelle istituzioni (il Senato in questo caso). Portò ad esempio la battaglia vinta molti anni fa rispetto all’introduzione del piano che debellò la malaria sul territorio nazionale, leggi e adempimenti costruiti e sostenuti da persone che prima di essere senatori erano medici e scienziati, dunque persone competenti.

Venendo ai nostri giorni, raccontò il rischio altissimo corso nel tentativo quasi riuscito di emanare un provvedimento legislativo che dava cittadinanza a quella truffa sanitaria chiamata Stamina e conseguenti costi folli alla spesa sanitaria. E questo a causa di un Senato nel quale si alza la manina o si schiacciano i bottoni senza sapere, perché si ignora, cosa si approva.

Tali episodi chiamano tutti in causa, ministri, segretari e sottosegretari, partiti politici compresi, perché “indigna i miei studenti universitari nelle loro fatiche quotidiane e che sperano un giorno di avere una prospettiva di lavoro dignitoso basato su competenze e merito, in ciò auspicando che anche le istituzioni possano favorirne le condizioni”.

L’ultima testimonianza a compendio della serata, dopo alcune riflessioni di attori e musicisti (altro tema, quello della musica, che ci vede in zona retrocessione, visitando le città europee ogni sera c’è l’imbarazzo di una scelta musicale o teatrale) fu portata da Armando Massarenti, che introdusse a fine 2013 una proposta sostenuta anche dalla stessa Cattaneo, da Canfora e da Scalfari, di non abolire il Senato (come in origine Renzi avrebbe voluto) ma di trasformarlo in un luogo di eccellenza (il Senato delle competenze) aumentando i numeri dei senatori nominati dal Presidente della Repubblica per ovvi motivi culturali e di competenze specifiche, immettendo nel processo decisionale capacità, saperi e imprenditorialità.

A mio parere questa “Camera Alta” potrebbe essere una proposta da sostenere attivamente, aderendovi come persone e corpi sociali, molto più del monocameralismo (scorrendo la lista dei paesi in cui è praticato salvo solo quelli scandinavi, il resto sono Stati che l’Italia non ha motivo di prendere in considerazione) ma soprattutto perché si eleverebbe il grado culturale nelle istituzioni.

In questo modo avremmo un livello altamente differente rispetto a un’assemblea formata solo da eletti di secondo grado impegnati da interessi locali, la cui giustificazione economica edotta fa ridere anche i polli.

Non a caso, l’edizione 2014 del Festival ha avuto come titolo “Classi dirigenti, crescita e bene comune” e siccome chi scrive ha tutta Trento registrata (e sulla quale magari mi riservo di scrivere ancora) l’intervento conclusivo di Massarenti è stato più o meno di questo tenore.

Non affidiamoci allo stantio e falsamente salvifico esercizio di individuare chi possa oggi essere il nuovo Principe capace di traghettare l’Italia per farla uscire dalla palude. Cerchiamo piuttosto di capire quali sono le virtù da coltivare per correggere le storture strutturali e per recuperare i ritardi che la crisi attuale ha reso ancora più evidenti. Se manca la normale amministrazione o la normale manutenzione basata su un monitoraggio e una conoscenza precisa di come stanno le cose, il Paese da chiunque sia governato non potrà che essere sempre impreparato e sconquassato dai rivolgimenti della fortuna.

Le virtù che servono oggi all’Italia in fondo si riducono a una: la capacità di investire in conoscenza, in competenza, nei saperi adeguati alla contemporaneità e soprattutto, da parte dei decisori pubblici, di sapere dare il giusto peso a tali saperi e a tali competenze nel processo politico.

Nei casi come Stamina, la legge 40, la sperimentazione animale, gli ogm e in numerose altre scelte, o mancate scelte, che riguardano la tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico, basti pensare a Pompei (chi scrive ci è stato il 25 maggio e ciò che ho visto mi ha fatto comprendere molte cose) i decisori pubblici hanno trascurato la necessità di instaurare un dialogo in cui gli esperti riconosciuti, i sicuri conoscitori e non, per carità, i tecnocrati, avessero un minimo di voce in capitolo.

La conoscenza e più in generale la cultura devono tornare a essere poste alla base delle decisioni politiche. La proposta di riformare la nostra Camera Alta nel “Senato anche delle competenze” in ambiti ad alto tasso di innovazione, va in questa direzione. Abbiamo bisogno di un sistema istituzionale che nel suo complesso, realisticamente, all’interno dei naturali bilanciamenti tra poteri, permetta alle decisioni politiche, qualunque esse siano, di scorrere, dinamiche e sicure, lungo argini costruiti a regola d’arte.”

E’ da tempo che mi batto per la centralità della conoscenza. Per esempio, quando si dice che va cambiato il modello di sviluppo ci si deve convincere che nulla si inventa e non è certo la decrescita una ricetta vincente, perché il pianeta non si salva riducendo i consumi ma cambiandoli.

Occorre allora un bagaglio di conoscenze superiore rispetto al modello attuale. Vale a dire anche lavoratori ben formati ed imprese che cambiano la loro produzione, passando dalla “meccanica” alla “conoscenza”. Così si produrranno beni e servizi a minore impatto ambientale e lavoro buono. Viceversa, se un paese non modifica il proprio modello di sviluppo continuerà a bruciare maggiori risorse ambientali, perdere posti di lavoro e quindi avere salari più bassi. Il job act va in questa direzione? A voi la risposta.

Concludendo, “per forza o per amore (del mio Paese)” riusciremo nell’intento? Non so, il rischio è che essendo tutto un Parlamento di nominati, ovvero scelti dai segretari di partito, magari in futuro anche doppioni o triploni nelle cariche pubbliche, l’emiciclo si riempia sempre più di igieniste dentali o cose di questo genere, dove il concetto meritorio trova libera e spavalda interpretazione personale su temi più disparati. Servi della gleba, insomma. Del resto, è molto più facile parlare all’ignoranza che alla sapienza.

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