Intervista a Franco Livorsi sull’Unione Europea e sulla pace nel mondo

L’intervista  a cura di Marco Ciani

fra(Come promesso, pubblichiamo la seconda puntata dell’intervista a Franco Livorsi, già professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Milano e socio onorario del Centro Italiano di Psicologia Analitica. Autore di numerosi saggi, attualmente dirige la rivista Anima e Terra. Psicologia, Ecologia, Società

La parte iniziale, Dialogo con Franco Livorsi sul mondo d’oggi, è uscita alla fine di maggio. Rispetto alla prima intervista, immediatamente successiva alle elezioni europee e maggiormente orientata all’attualità, in questo caso affronteremo i temi da un punto di vista più globale e prospettico. Buona lettura! MC). 

Due settimane fa abbiamo disquisito approfonditamente intorno a problemi concernenti il contesto nazionale, sia pure nel quadro europeo e con riferimenti alle recenti elezioni europee. Direi di andare ora al quadro internazionale, a partire dai problemi dell’Europa “unita”. Guardando le cose da un punto di vista squisitamente prospettico, quale futuro intravedi per il Vecchio Continente e le sue apparentemente invise istituzioni? Esisterà mai una patria in cui tutti gli europei possano riconoscersi? O, viceversa, è immaginabile una dissoluzione dell’UE? Con quali conseguenze?

eusocL’Unione Europea è forse la “Prospettiva” politica più importante e credibile dopo la crisi storica del Socialismo, e forse addirittura dopo il 1945. Tuttavia molti treni sono stati perduti, molti impedimenti all’unità europea hanno avuto la meglio in momenti chiave, e alcuni rischi di dissoluzione dell’Unione Europea sono oggi effettivamente presenti, anche se a mio parere verranno evitati. Fare non già quello che gli studiosi di politica chiamano “confederazione”, ossia un’alleanza a tempo indeterminato tra Stati sovrani, ma un vero “Stato di Stati”, ossia “federale” come la Svizzera o come gli Stati Uniti, era ed è una grandiosa e necessaria idea. Per due immani ragioni

La prima ragione era ed è la pace nel continente in cui per oltre trecento anni le grandi nazioni (o Stati nazionali) d’Europa si erano massacrati. Era l’istanza, vista come l’unica veramente razionale, fatta valere da Kant sin dal 1795 nel meraviglioso piccolo libro “Per la pace perpetua”, per lui addirittura come la sola garanzia di pace a livello mondiale. Ma ciò valeva tanto più per l’Europa. Se si voleva evitare che la pace fosse affidata al troppo fragile antico principio della diplomazia internazionale detto “politica dell’equilibrio”, per cui chiunque alteri in punti chiave la geografia politica del mondo e il gioco di pesi e contrappesi tra potenze va subito fermato, si doveva andare allo “Stato di Stati”, federale e non solo confederale, ossia ad un vero Stato comune, in cui si fosse “plurimi in Uno”. Meditando sulla prossima guerra nelle isole di confino in cui li avevano rinchiusi i fascisti, alcuni spiriti grandi come Altiero Spinelli e Ernesto Rossi avevano riattualizzato e assai approfondito, e rilanciato in senso militante, l’idea del federalismo europeo (“Manifesto di Ventotene”, 1941), per prevenire nuove guerre e realizzare un continente di pace e pacificatore del mondo. Ma, soprattutto, una decina d’anni dopo quel “Manifesto”, e solo sei anni dopo il ’45, alcuni statisti che avevano ancora nel cuore l’immagine dei cinquanta milioni di morti della Seconda guerra mondiale, come De Gasperi e altri, si misero su quella strada. Bisognava fare l’Unione Europea per impedire nuovi conflitti mondiali tra i soliti noti, Germania Francia e Inghilterra, e anche per metabolizzare le ragioni di conflitto tra URSS e Stati Uniti. Poi la prospettiva fu più volte fatta cadere sul più bello, specie dalla Francia. Oggi nuove terribili nuvole di guerra possono addensarsi, ma la memoria del grande massacro del 1939/1945 si è attenuata.

obaPerò “oggettivamente” ci sarebbe pure – ferma restando l’istanza di pace tra le potenze di cui ho detto – una seconda ragione grande come una casa per andare verso un’Unione Europea intesa proprio come “Stati Uniti d’Europa”: l’impossibilità di pesare sul mercato mondiale se non si abbia uno Stato almeno di dimensioni continentali. In un mondo economicamente ormai globalizzato, “piccolo”, in cui persone e soldi vanno ormai fatalmente e facilmente dappertutto – per l’informazione planetaria e dopo la rivoluzione informatica – un qualche potere anticiclico, “anti-crisi”, può averlo solo lo Stato-continente, com’è quello degli USA, della Cina, dell’India e, come s’intravede, del Brasile. Ad esempio ogni difesa del Welfare State si può fare solo a livello di Stato continentale. Per realizzare lo “Stato di Stati”, l’Unione Europea che diventi un assetto come gli Stati Uniti, si sono fatti alcuni passi importanti, anche se il più importante è stato una forzatura, da me e tanti benedetta, ora irreversibile, ma “strana”. Si sono infatti introdotti elementi di vero federalismo integrando il diritto nazionale in quello europeo (il secondo prevale sul primo). Ed è stato introdotto l’euro, come moneta comune di parecchi Stati membri dell’Unione Europea (2002). Quest’opzione era stata fatta in base a un ragionamento, soprattutto di Delors, che si potrebbe dire classicamente fondato sul materialismo storico, marxista o “economicista”: la moneta comune avrebbe via via obbligato, in quanto economia che apre la strada alla politica corrispettiva, allo Stato comune, ossia a un vero “Stato di Stati” Non è stato così. L’aver introdotto una moneta comune senza Stato, forse per la prima volta nella storia del mondo, non ha portato allo Stato di Stati, perché i vecchi Stati nazionali non vogliono cedere aspetti centrali della loro sovranità interna a poteri sovranazionali; ha solo obbligato l’Unione a dare un gran potere alla Banca Centrale Europea, potere che è benefico, ma non rispondente a un vero governo comune. Per la prima volta nella storia  l’uovo è nato prima della gallina, la moneta comune prima dello Stato comune. La cosa, già molto strana in sé, è stata redulteriormente complicata dall’ingresso di tanti paesi ex comunisti, ingresso che allargando il numero degli Stati membri ha necessariamente accentuato il carattere confederale (di Grande Alleanza tra Stati) invece che federale (da Stato di Stati) dell’Unione Europea. D’altra parte questo rispondeva pure all’esigenza di accoglierli “da questa parte” prima che l’”orso russo” potesse riprendersi dal grande crollo dell’URSS del ’91 (come ora sta avvenendo) cercando quindi di riprendere il controllo dei paesi conquistati nel ’45. Meglio farli stare di qua che di là. Non solo, il crollo del comunismo da Berlino a Vladivostock, per quanto necessario, positivo e democratizzatore, ha avuto due conseguenze dirompenti per la Germania e quindi sull’Unione Europea. La Germania, riunificata, coi suoi ottanta milioni di abitanti e la sua potenza organizzativa interna ed economica, e con tutta una cintura di paesi ex comunisti gravitanti e persino appassionatamente gravitanti intorno ad essa, è ridiventata la più grande potenza nell’Unione Europea (in certo modo l’unica ad esserlo davvero, persino suo malgrado). Essa in realtà, pur pretendendo che anche gli altri Paesi tenessero i conti in ordine (dal momento che per scegliere l’euro, cioè “l’Europa”, abbandonava il suo fortissimo e carissimo marco), resta il Paese più europeista. Non è mai stata “lei”, in tutti i momenti centrali, a fermare “l’europeizzazione”. E si capisce. Non solo perché il passato per essa pesa come una specie di memoria del Male, ma anche perché essere la grande potenza cuore e cervello dell’Europa, e con grandi mercati e influenza a est, è molto più comodo e sicuro di ogni rigurgito di logiche da Stato nazionale. Ma i vicini mal tollerano l’egemonia economica, pur pacifica ed europeista, della Germania. Il primato del Fronte Nazionale, fascistoide, in Francia, nelle recenti elezioni europee, la dice lunga. Lì vogliono tornare alla “Grande Nation”, al loro vecchio e forte Stato; il gioco è favorito dall’Inghilterra, che è più prossima agli Stati Uniti che all’Unione Europea. Sono velleità da grande potenza (quelle della Francia), ma anche l’irrazionale puà contare moltissimo quando grandi popoli se lo “bevono”. Perciò l’Unione Europea è in grave crisi e attraversata da grandi spinte centrifughe, sull’euro e su tutto il resto.

bceL’uscita dall’euro sarebbe comunque un immane disastro. L’idea di affrontare – avendo oltre duemila miliardi di euro di debito pubblico – il mercato mondiale con la nostra vecchia liretta è demenziale e, se non facesse ridere, farebbe piangere. Sono idee da buffoni, con la sola attenuante della probabile malafede (a scopi di propaganda), tanto più in un Paese con i problemi dell’Italia.

Che prevedere?

Intanto riconosco, o credo, che in questa fase la stessa Unione Europea sia davvero a rischio. Si è retta sul duopolio franco-tedesco, oggi assolutamente in crisi. E le spinte centrifughe sono tante.

Tuttavia, anche se non sarei tanto stupito da una dissoluzione – dopo la quale tornerebbe il gioco pericolosissimo delle grandi potenze nazionali, per quanto ormai alla periferia del mondo – tendenzialmente non ci credo. Sono molti i Paesi, tra cui al di là delle chiacchiere demagogiche c’è il nostro, che capiscono che con la Germania in Europa e l’Europa a locomotiva tedesca, c’è stato (prima della grande crisi), c’è ancora (grazie alla politica della BCE) e ci sarà (a crisi finita), molto da guadagnare; e che invece senza Europa e euro c’è solo da perdere, tra l’altro facendo uscire dal baule i folletti pericolosi del fascismo, come sta accadendo già in Francia e in Ungheria, e in parte in Grecia, sia pure con ovvi aggiornamenti e aggiustamenti.

Certo quel che è accaduto negli ultimi anni pone grandi problemi. Ci vorrebbero, come proponeva Tremonti, titoli di stato europei (eurobond), ma è molto difficile. Significherebbe condividere gli utili e socializzare le perdite. I popoli che si sono amministrati bene, dalla Germania alla Finlandia, non ci stanno e probabilmente non ci staranno. Ma un risultato come quello “euroscettico” con basi di massa delle ultime elezioni europee, anche se i meri numeri non lo rappresentano in Parlamento, impone, anche ai tedeschi nella UE, grandi aggiustamenti. Ad esempio l’ultima grande operazione anticiclica di Draghi, che praticamente dà grandi masse di denaro (o meglio lo offre) quasi a costo zero alle banche nazionali purché lo usino per aiutare gli investimenti, e lo fa in una misura senza precedenti, è già un grande mutamento della medrlinea della stessa Merkel (che certo ha avallato l’operazione “Draghi”). La Germania è il Paese più interessato al fatto che l’Unione europea ci sia e si sviluppi. Altrimenti potrà trovarsi di nuovo al cuore di un gioco tra grandi potenze, imbottigliata tra Russia e Francia, da oltre un secolo convergenti,  anche se la Francia assomiglia ormai a quelle belle vecchie attrici che attraverso la chirurgia estetica mascherano lo stato di decrepitezza. E’ una vecchia “gloria”. E alla fine deve sempre prenderne atto. Con fierezza e rancore, ma “al dunque” sapendo che lo stato di grande potenza effettiva di tipo mondiale è ormai un sogno impossibile.

La mia previsione è che l’Unione Europea sussisterà, in una forma più o meno debole. A poco a poco, se nei prossimi decenni non vi saranno nuove guerre anche in Europa – il che non è escluso – ci si sveglierà cittadini della patria europea. Ma ci vorranno decenni. Nei quali l’Unione Europea resterà troppo forte per dissolversi e troppo debole per unirsi come gli USA, e per ciò in fondo emarginata dalla “grande politica”, anche economica, che può essere fatta solo da veri Stati continentali. Sempre che non ci siano crolli bellici (lo ribadisco), che farebbero saltare pure l’UE. Ma anche tutti noi, o i nostri figli o nipoti. Tuttavia quest’ultimo scenario grazie a Dio per ora è fantapolitica. “All’erta stai?” “All’erta sto”, come si dicevano un tempo i soldati di guardia.

Uno dei fenomeni più dirompenti degli ultimi anni è certamente costituito dalle potenti ondate migratorie. L’Italia, che da questo punto di vista è porta d’accesso verso l’Europa, deve fronteggiare continuamente gli sbarchi sulle sue coste, spesso in condizioni drammatiche. Ma la cosa interessante è che anche dall’Italia si emigra. Purtroppo, per usare un facile slogan, importiamo badanti ed esportiamo cervelli, così impoverendo il tessuto sociale e produttivo nazionale. Che lettura dai di questi fenomeni? Come andrebbero affrontati, secondo te, e come cambieranno il modo di vivere nostro e del resto del mondo? Quanto peseranno sulle scelte politiche dei cittadini?

migMi sembra innanzitutto fondamentale che si siano salvate decine di migliaia di persone. Trovo veramente spaventoso che la destra possa ipotizzare la sospensione dell’operazione “Mare nostrum” per costringere l’Unione Europea, cioè gli altri Stati, a condividere costi e ricerca delle soluzioni. Infatti la salvezza delle vite umane non può mancare in nessun caso. Il problema, comunque, è immenso in tutto il mondo. Queste migrazioni di tanta povera gente, che nell’insieme costituiscono migrazioni di popoli, sono nelle cose. Gli affamati apprendono dalle TV e dai loro parenti già partiti che c’è una parte del mondo in cui non si farà la fame, e che arrivarci non è difficile. E ci vanno. Nessuna polizia potrà o potrebbe fermarli. La cosa ha molti inconvenienti terribili, ma anche alcuni vantaggi. Intanto gli stranieri e straniere (in primis le fondamentali “badanti”), fanno mestieri che i nostri rifiutano. Inoltre portano sangue nuovo e gente giovane in popoli ormai pieni di vecchi e che nonfanno più bambini o ne fanno troppo pochi. Io vedo questi popoli giovani, destinati a integrarsi tra noi, con simpatia. Una piccola minoranza, magari un 20%, non si integra e pone gravi problemi, da trattare anche con la dovuta severità; ma gli altri, la grandissima parte, sono nuovi, operosi e validi nuovi cittadini, giovani e che ringiovaniscono la nostra gente. Sono favorevole al fatto che i nati tra noi, almeno dopo la quinta elementare, diventino automaticamente cittadini italiani. Del resto il crogiolo dei popoli ha sempre fatto bene alle nazioni (dall’antica Roma agli Stati Uniti), e comunque è ormai ineluttabile nell’era della globalizzazione. Forse le mie sono opinioni impopolari, ma sono le mie opinioni.

La solitudine in cui è lasciata l’Italia in questa materia è una delle prove della fragilità dell’Unione Europea. Si spera che tra semestre di presidenza italiana dell’UE e nuovo dinamismo del governo Renzi almeno alcune cose possano cambiare.

Quello che si potrebbe subito fare è sveltire e inasprire moltissimo le procedure contro gli scafisti. Dovremmo considerare tale reato molto più grave della rapina a mano armata; qui si traffica carne umana. Almeno dieci anni di carcere per delinquenti del genere, da mettere subito dentro se beccati (e gettando via la chiave, per così dire), sarebbero il minimo.

Inoltre dovrebbero esserci accordi per bloccare questi navigli alla partenza, con i paesi da cui partono.

Infine l’Unione Europea dovrebbe farsi carico come l’Italia di ogni fase del problema, dai salvataggi ai centri d’accoglienza. Ma verrà fatto?

braQuanto all’emigrazione dei cervelli, è una cosa molto triste. Si può contrastare solo creando nuovo lavoro qualificato in Italia. Non sono un economista, ma le domande che mi porrei sono queste. Perché  c’è stata una diminuzione del 58%  degli investimenti stranieri in Italia negli ultimi anni? Che cosa non va “da noi”, tanto da far scappare e non arrivare gli investitori? Quali sono le cose da migliorare o superare quanto prima perché gli stranieri come gli italiani tornino o riprendano a investire?

Mentre l’Europa arranca, si affacciano prepotentemente alla ribalta nuove nazioni; penso alla Cina, all’India, al Messico o al Brasile. Tra l’alto la Cina ha superato nella produzione di ricchezza anche gli USA e, se non erro, è la prima volta da secoli che la maggiore potenza mondiale non è un Paese occidentale. Oltretutto la Cina non è uno Stato democratico. Che tipo di evoluzione dobbiamo attenderci nei prossimi anni? Quali equilibri si produrranno? Rischiamo una nuova instabilità e magari nuove grandi guerre, in questo centenario dell’inizio del primo conflitto mondiale? Sviluppo economico e democrazia incominciano a divergere? E in sintesi, come si governa un mondo globalizzato?

maoIn effetti sono fenomeni macrostorici che fanno riflettere e sulle cui conseguenze non si può ancora dire niente di definitivo. Non ho mai creduto molto all’idea, molto accreditata, del reciproco implicarsi tra economia di mercato e istituzioni liberali (o liberaldemocratiche). Già il nazismo aveva dimostrato che dittatura e sviluppo economico potevano coesistere. Era però poco probante perché quello era stato uno Stato e un’economia di guerra (tra il 1914 e il 1945 c’è stata una guerra dei trent’anni, sia pure con una tregua, movimentata, di vent’anni). La Cina dimostra benissimo che capitalismo privatistico e Stato-partito dittatoriale possono darsi la mano. Ormai la cosa dura da parecchi decenni. Tuttavia il capitalismo genera pure grandi conflitti economico sociali, che a loro volta producono sempre movimenti politici di massa. Questi potrebbero risvegliare diversità nazionali e sociali che la dittatura “comunista” tiene a bada. Se il regime dovesse entrare in crisi, le conseguenze sarebbero imprevedibili. Forse sorgerebbero diversi Stati. Ma ciò ripugna alla millenaria mentalità cinese. E siccome il modo migliore per mantenere l’unità dello Stato da oltre un miliardo di cittadini è evidentemente la dittatura, questa dovrebbe durare. Del resto sono tali i fattori di crisi che il crollo e frantumazione di uno Stato di più di un miliardo di persone potrebbe provocare, che per quell’area la democrazia parlamentare non so neanche se sia desiderata dal mondo. Comunque i popoli non chiedono mai il permesso. Potrebbe capitare e innescare altri fattori di crisi mondiale. Non so … In quel campo ci sono molte incognite.

Più in generale c’è il problema del governo del mondo globalizzato e della grande instabilità mondiale latente. A dire la verità su tali problemi mi definirei un “catastrofista moderato”. Sono “catastrofista” perché mi sembra evidente che viviamo in un mondo in cui si nota una sorta di anarchia internazionale. Nella storia degli ultimi duecento anni e più abbiamo avuto tre guerre mondiali, anche se abbiamo dato il nome di “mondiali” solo alle guerre del 1914-1918 e del 1939-1945 (ma le guerre napoleoniche, estese dalla Francia alla Russia, erano di tipo mondiale). Ogni conflitto del genere si conclude con una pace che stabilisce i padroni della terra: congresso di Vienna del 1815, accordi a Versailles tra vincitori dopo la grande guerra, accordi di Yalta del 1944. Ma il crollo del comunismo in tutto il mondo dell’uomo bianco tra 1989 e 1991 ha lasciato in piedi una sola grande potenza ordinatrice, gli Stati Uniti, che però non è in grado di fare molto, pur essendo quasi sempre in guerra. Lo si è visto recentemente nelle grandi crisi in Ucraina, in Siria e ora in Iraq. I conflitti regionali sono troppo poco governati, anche nei  negpunti più caldi della terra. Antonio Negri e Michel Hardt, verso il 2000, col loro fortunato libro “Impero” (da noi uscito da Rizzoli) sostenevano, con la solita ottica strutturalista del marxismo o neomarxismo, che il mondo era ampiamente, direi sistemicamente, autoregolato, tramite una dialettica pluralistico-unitaria tra grandi Stati, multinazionali, agenzie non governative e così via (come una sorta di grande composto unitario nella diversità, direi quasi dialettico, nel senso che i contrari contribuiscono all’armonia dell’insieme). Ma io, invece, credo che solo il sistema degli Stati possa governare il mondo. E gli Stati esistenti non possono farlo. Perciò i punti di crisi sempre più pericolosa nei punti chiave della terra si accumulano. E’ un poco come prima del 1914, quando l’impero ottomano si sfasciava, le crisi balcaniche erano gravi. Ma per fortuna ora non c’è più il nazionalismo aggressivo e a vocazione bellicista di quel tempo. Ci vorranno decenni, ma se non ci sarà una vera svolta non si sa dove si potrebbe andare a parare tra qualche decennio. Tuttavia la soluzione catastrofica non è fatale (in tal senso dico “moderato” il mio “catastrofismo”). Può darsi che le potenze continentali emergenti – quelle stesse da te citate – ce la facciano a non autodistruggersi e distruggersi, praticando tra loro la politica degli accordi parziali e dei conflitti ineliminabili, ma limitati. Può benissimo darsi che ciò “funzioni”, dato l’immane rischio di conflitti nucleari. Tuttavia non so come si ragionerà quando i sette miliardi di terrestri saranno oltre dieci o magari dodici, tra non tanti anni. Non so … Vedo i rischi, ma credo pure che possano essere evitati. La cosa più positiva e importante che sta accadendo è onula mondializzazione delle coscienze. Se si riusciranno ad evitare guerre globali, e non ne sono sicuro (ma è possibile), col tempo potranno crescere embrioni di governo mondiale. Ad esempio l’ONU potrebbe un poco democratizzarsi e tendere ad avocare a sé l’uso della forza e le decisioni globali. Il federalismo mondiale è forse l’idea del XXI secolo. Ma per ora è l’utopia del XXI secolo. Tuttavia questa “utopia” potrebbe anche realizzarsi un poco. A volte mi pare che i fattori di distruttività e quelli di civilizzazione universale si contendano il campo quasi alla pari, senza che sia possibile stabilire quale dei due alla fine avrà partita vinta.

Un argomento che hai molto approfondito e su cui non può mancare un tuo autorevole parere. Oggi, stando anche all’esito elettorale europeo, pare andare di moda il populismo. Cosa ci dici su questo tema e sulla sua applicazione pratica alla politica attuale? E’ il prodromo di una involuzione pericolosa?

wesMi pare che ne abbiamo parlato abbastanza a lungo nella precedente conversazione. Posso però aggiungere qualcosa. Il combinato esplosivo è il seguente. Sono venute meno o si sono moltissimo indebolite, risultando troppo dissonanti dal mondo reale, tutte le grandi ideologie e appartenenze del Novecento. Sono tutte più o meno fallite, si trattasse di liberalismo o nazionalismo imperialista (o fascismo) o socialismo o comunismo o cristianesimo democratico. C’é la crisi dei sistemi di Welfare State in un mondo globalizzato, che fa saltare tutte le barriere protettive che siano solo nazionali o le indebolisce all’estremo. Abbiamo, anche nelle “aree forti”, società in cui moltissimi, o comunque “minoranze di massa”, stanno male e malissimo, ma stanno così in condizioni di polverizzazione  sociale e non più come grandi aggregazioni omogenee o tendenzialmente tali, com’era ad esempio la classe operaia ancora trent’anni fa. C’é la crisi degli Stati nazionali in un mondo globalizzato, che concerne persino gli Stati “continentali”, e tanto più gli altri. Tutto ciò ha reso molto deboli, e in Italia moribondi, i partiti. A quel punto il rapporto è diventato, ora in modo relativo ed ora quasi assoluto (come da noi), il rapporto diretto tra una grande massa che direi – senza voler disprezzare nessuno – gelatinosa, o “liquida”, e i capi che essa riconosce. Il populismo è proprio l’appello a una massa composita, in cui le parti “in commedia” si confondono, tanto che si ha una sorta d ribollita tra discorsi di destra e di sinistra. Tuttavia premesso ciò, bisogna poi cercare di guardarvi dentro con più attenzione. Ciò posto si vede che il orepopulismo è plurale. C’è un populismo chiaramente reazionario, come quello di Le Pen, padre e anche, più sottilmente, figlia (diciamo un populismo di destra). Ce n’è uno che sembra mescolare tratti rivoluzionari e in parte reazionari, come il Movimento Cinque Stelle di cui abbiamo parlato. E ce n’è uno democratico o socialdemocratico, cui possiamo forse ascrivere anche Obama, e da noi Renzi. Se ci fossero più forti e innovative identità ideal-politiche e partitiche il populismo si ridurrebbe moltissimo. Dove mancano, il populismo s’insedia. Ma non solo in versione reazionaria, bensì anche democratica e riformista.

Parliamo di ambiente. Sintetizzo in due battute: una inarrestabile crescita demografica da un lato ed il continuo sviluppo di nazioni fino a pochi anni fa ai margini del ciclo produttivo, ingenerano bombe ecologiche pronte a scoppiare (e forse in parte già scoppiate). Qual è il tuo punto di vista su questo aspetto?

ecoIl mio punto di vista è che benché in Italia conti come il due di briscola, l’ambientalismo è l’”ismo” del futuro, la sola nuova grande idea in cammino, il problema del secolo almeno nel vasto mondo sviluppato, l’equivalente di ciò che era stata tra il XIX e il XX secolo la questione sociale. Oggi la nuova frontiera dell’emancipazione umana è la rinascita della natura e nella natura. Si tratta di problemi enormi, affrontabili solo a livelli almeno continentali (e quindi di grandi Stati di Stati o federali). Ma sono pure problemi che travalicano di molto la politica, pur attraversandola. Infatti quello che è chiaro è che la crisi ambientale richiede, per essere risolta, una vera rivoluzione morale e spirituale, che porti a una “cura” per la Madre Terra e a un rapporto che non veda più gli altri esseri umani, ma anche animali e vegetali, come meri “utilizzabili”, ma come un grande corpo vivo di cui siamo tutti parte. Se non si supera il cieco materialismo – edonistico come economico – che vede tutto come morto, la base di accoglienza e rispetto dei viventi, almeno come specie, si restringe, e tutto va peggio. Ma se la pace “terrà”, questa nuova mentalità arriverà perché la coscienza delle catastrofi susciterà l’amore bioper la vita che oggi, al di fuori del proprio “particulare”, fa molto difetto. Un notevole psicologo analitico, il mio amico Luigi Zoja, alcuni anni fa ha scritto per Einaudi un piccolo libro intitolato “La morte del prossimo”. Ecco, l’ambientalismo invece implica l’empatia tra persone, per le specie animali e per i viventi in generale (direi per “la Vita”, che per me ha pure un suo radicale, che si può dire “il Vivente”, ma qui mi fermo). E’ un approccio che avanza, ma per ora i fattori di crisi ecologica sembrano più forti di quelli di rinascita ecologista. Tuttavia non credo che durerà così: “dura minga, non può durare”.

Ultima domanda. Se volessimo sintetizzare il senso di tutti gli argomenti che abbiamo affrontato in queste due settimane: che mondo lasciamo alle nuove generazioni?

chldrenLasciamo un mondo in tremenda crisi, ma in cui la tremenda crisi non ha nulla di insuperabile. Ma per superarla bisogna cambiare molte cose e soprattutto noi stessi, dal momento che è proprio il maturare di una nuova mentalità empatica, solidale e al tempo stesso segnata da una forte volontà d’innovazione che deve emergere perché si possa uscire dalla grande crisi epocale. Se maturerà se ne uscirà. E se no, no, e i fattori di crisi potranno avere risvolti anche più o meno catastrofici. Ma non sono fatali. Solo, a mio parere non si superano “da soli”.

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