L’enciclica mancata ed i fallimenti della diplomazia

Domenicale Agostino Pietrasanta

pxiSarà una nota domenicale un po’ diversa; diciamo un po’ più compassata (qualcuno dirà persino, “seriosa”); ma per me l’occasione è fin troppo intrigante. Un diffusissimo quotidiano nazionale in data di ieri, venerdì 13 giugno, riporta un interessante servizio sui contatti intervenuti, nei secondi anni trenta del secolo scorso, tra alcune autorità ebraiche e la S. Sede, per ottenere dal Vaticano adeguati interventi a favore degli Ebrei perseguitati da Hitler, in un crescendo ignominioso che troverà nell’olocausto una conclusione catastrofica.

Non intervengo sule vicende riportate nel servizio, prese nel loro complesso; mi soffermo solo sul passaggio di un’informazione che mi sembra imprecisa e cioè sul fatto che Pio XI, già dal 1937 lavorasse ad un enciclica di condanna dell’antisemitismo, che non riuscì mai a concludere. Le cose, per quanto si conosce, non si porrebbero in questi termini e le conclusioni appaiono emblematiche di un clima e di una oggettiva difficoltà.

In effetti Pio XI, solo nel giugno del 1938 (nel 1937 aveva promulgato la “Mit brennender sorge”), incontrato durante un’udienza il gesuita  americano La Farge., convinto oppositore dell’antisemitismo, gli dette incarico di redigere un’enciclica di condanna del razzismo antisemita. Il La Farge, aiutato dai confratelli tedesco Gustav Gundlach e francese Gustave Debusquois, nella sede della casa provincializia di Parigi, anche per sfuggire alla Gestapo, redasse il testo del documento che, nel settembre era pronto, tradotto in latino col titolo “Humani generis unitas”.

Oggi per una serie di concomitanti e fortunate coincidenze, il testo è noto e consultabile e risulta una condanna radicale di ogni razzismo e di ogni posizione antisemita, da qualunque parte originata; non si libera del tradizionale antigiudaismo, ma nega in radice la sostenibilità di un mondo diviso dall’elemento razziale le cui premesse ed i cui esiti sono condannati senza appello.

L’enciclica però non c’è perché non fu mai promulgata e su questa mancata promulgazione si appuntano gli interessi del ragionamento. Consegnata al generale dei gesuiti Wladimir Ledochowski, questi ne ritardò la trasmissione alla S. Sede perché la riteneva troppo favorevole agli Ebrei e troppo squilibrata a loro vantaggio. Inutile ripercorrere tutta la vicenda, ciò che conta è la conclusione. Solo nel gennaio 1939 mons. Tardini, per conto di Pio XI, ne richiese l’immediata consegna, ma dopo una decina di giorni, il papa morì e lasciò l’enciclica sul tavolo del suo studio; e del testo non se ne seppe più nulla fino al pontificato di Paolo VI, quando, giova ripetere, per una serie di fortuite circostanze, fu trovata da un giovane studioso negli archivi.

Tutto lascia supporre che sia stata a disposizione di Pio XII che ritenne di non promulgarla, per motivi che non possono assolutamente essere banalizzati. Eugenio Pacelli sperava ancora di tenere il mondo fuori dal conflitto e riteneva di dover puntare sullo strumento diplomatico per coinvolgere Hitler in una trattativa di non belligeranza; di conseguenza, ed a suo parere, il pontefice non riteneva di poterlo irritare con un documento di radicale condanna della politica tedesca. Scelta la via della pace ad ogni costo, il papa agì di conseguenza; qualunque giudizio si voglia esprimere, non si può in ogni caso omettere la condizione e la premessa di contesto.

Certo, si sbagliava, ma col senno di poi non ci possono essere dubbi. Lui stesso avrebbe dovuto e sarebbe stato posto nella condizione di accorgersene: in ritardo!

Forse, anche per questo, nel seguito del suo pontificato la diplomazia, cui era tanto affezionato, non fu più scelta come strada maestra. Dalla diplomazia Pio XII passò al magistero e ne fece la via privilegiata della sua attività.

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One thought on “L’enciclica mancata ed i fallimenti della diplomazia

  1. Buon articolo, ben documentato. Anni fa su la civiltà cattolica p. Sale ripercorse passo passo la genesi della mai pubblicata enciclica. Durante il segretariato di Pacelli, dal momento in cui fu firmato il concordato col Reich nel luglio 1933, concordato che è tuttora in vigore, la S. Sede per 54 volte, fino al 10 febbraio 1939, giorno della morte di Pio XI, presento’ 54 note di protesta alla Germania per la violazione del concordato. Alessandro Mirabelli

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