Papa Francesco e la speranza profetica

Don Walter Fiocchi

permazDopo il viaggio di papa Francesco nella Terra del Santo, un amico ha scritto una riflessione “stimolante” che passava in esame i vari momenti che si sono succeduti, talvolta a ritmo serrato, le parole dette dal papa, i gesti da lui compiuti, soprattutto quelli inattesi e certamente non programmati, ma sgorgati dal suo cuore e dalla sua “spontaneità”, mai superficiale, ma sempre carica di un “di più” di valore umano. Ma poi questo amico non è riuscito a nascondere un certo senso di delusione per le “parole non dette”, per le denunce esplicite e “franche” (come si dice nel linguaggio della diplomazia per dire “fuori dai denti”!) non proclamate – come invece avevano con molta attenzione fatto sia Woytiła che Ratzinger nei loro viaggi -, per il silenzio sull’occupazione illegale e violenta e la colonizzazione selvaggia in spregio del diritto internazionale.

Ho avvertito istintivamente, però, un certo senso di disagio di fronte a questa posizione. Un po’ perché una condizione di sosta forzata mi ha dato la possibilità (di cui forse avrei anche fatto a meno!) di seguire tanti momenti del viaggio in diretta, un po’ perché il senso e lo scopo del viaggio non era una visita ufficiale (in modo orribile possiamo dire: di Stato!) a Giordania, Stato di Palestina e Israele, che avrebbe necessariamente comportato una maggiore attenzione e un altro “calarsi nella situazione” politica dei luoghi.

Ritengo che in ogni caso, anche da questo punto di vista, le scelte compiute siano state altamente significative e foriere di sviluppi anche per chi andrà dopo di lui (se, come sempre, non prevarranno gli interessi strategico-economici). Novità in senso assoluto è stato ad esempio il giungere direttamente da Amman a Betlemme, nello Stato di Palestina, senza sottostare al passaggio attraverso Israele e ai suoi controlli, e senza passare dal “collo di bottiglia” (illegale perché in Territorio palestinese militarmente occupato) del Ponte di Allenby (unico varco di uscita e di accesso per i palestinesi verso e dalla Giordania).

Poi quell’improvviso e imprevisto invito rivolto ad Abu Mazen e a Shimon Peres “nella sua casa” per un momento di preghiera per chiedere la pace in Medio Oriente, una “Invocazione per la Pace” che si terrà Domenica 8 giugno nel tardo pomeriggio.

Qualcuno vi ha visto qualcosa di puramente “simbolico”, un evento che non potrà di per sé far avanzare forse neppure di centimetri la strada verso una composizione del conflitto. E tale certamente è. Lo è perché è un momento che esclude qualsiasi intervento di tipo politico, anche se non sappiamo che cosa diranno i tre leader nel loro breve intervento previsto; lo è perché il Presidente Peres in realtà ben poca (o nessuna) parte ha nei tavoli (traballanti ogni giorno di più) di incontro delle delegazioni dei due Stati; lo è perché Peres è ormai a pochi giorni dal termine del suo mandato (e non è presumibile un altro caso Napolitano!); lo è perché Peres non gode di grande stima e prestigio tra i palestinesi, né lo si può collocare tra coloro che spingono verso una soluzione – o LA soluzione, cioè la fine dell’occupazione militare, la nascita e il riconoscimento da parte israeliana dello Stato di Palestina, e il riconoscimento – per quanto mediato, di compromesso… – dei diritti palestinesi finora sdegnosamente negati, quali ad esempio i diritti dei profughi e uno status diverso per Gerusalemme che ponga fine ad ogni politica di “pulizia etnica”… condizioni minime ma al momento improponibili presso Israele.

Qualcuno dirà che Peres ha comunque ricevuto il Nobel per la Pace. Io ritengo che sia un Nobel ricevuto quasi per osmosi a seguito degli Accordi di Oslo dell’inizio degli anni ’90: avendo dato lo stesso Premio a Rabin ed Arafat era “logico” che lo ricevesse anche l’allora Ministro degli Esteri, parte attiva nelle trattative (che del resto portarono ad una condizione totalmente ed esclusivamente favorevole e a vantaggio del solo Israele); parole e fatti successivi di Peres mi pare confermino ampiamente questa lettura. Non possiamo certo dimenticare le posizioni assunte dal Presidente Peres in occasione dell’operazione (del massacro) “Piombo fuso” ed altri eventi simili.

Certo, la presenza a questo momento nella “casa di Francesco”, avrebbe avuto altro significato e altro rilievo (parlo dal punto di vista “politico”) se avesse potuto, con un ordinamento istituzionale israeliano diverso, se l’invito fosse stato rivolto a Netanyahu. Ma in quel caso non avrei trattenuto denunce di ipocrisia.

Ma allora a che serve?

Dal punto di vista umano, cioè politico e diplomatico, potremmo dire semplicemente “a nulla”, se non come simbolo appunto.

Ma non possiamo certamente dubitare nella fede di papa Bergoglio nella potenza e nell’efficacia della preghiera! Tanto più dal settembre 2013, quando organizzò un momento spirituale universale per impedire che la situazione in Siria precipitasse fino allo scoppio di una guerra che avrebbe potuto essere mondiale.

Ma è e resta anche questo un “gesto profetico” che si pone accanto – o sopra addirittura – agli altri gesti profetici compiuti dal papa in questo viaggio. Spesso i gesti sono altrettanto parlanti e significativi delle parole stesse!  Questo mostra bene quali siano il pensiero e il cuore di papa Francesco. Vuole la pace, ma non si pone come un leader politico. Chiama invece Israele e i palestinesi a pregare con lui in Vaticano, riconoscendo che si è tutti figli di Abramo, ma che in una vicenda come quella in atto in Terra Santa – in cui si può solo procedere a una riconciliazione e ad un perdono reciproco – l’unica strada cominciare a invocare il Signore e a pregare insieme. La pace non passa solo dai negoziati. Forse il gesto più creativo mostrato in questo viaggio dal Papa, un gesto profetico altissimo.

Un momento storico senza precedenti, dunque. Non sarà una “preghiera interreligiosa” tra ebrei, cristiani, musulmani, ma una “invocazione di pace che palestinesi e israeliani fanno a Dio”, un’invocazione comune, in cui non si prega insieme ma si sta insieme per pregare. E non è da poco, visti gli atteggiamenti pregressi! Già i due Presidenti con in mezzo papa Francesco e accanto il Patriarca Ortodosso Bartolomeo sarà una immagine – mediatica certamente – ma di indubbio valore, richiamo, riflessione e speranza che non potrà non colpire le opinioni pubbliche dei due Paesi e forse anche i protagonisti americani ed europei, stimolandoli tutti alla ricerca di nuove vie. La stretta di mano prevista tra Peres e Mahmud Abbas, le parole che diranno e la simbolica foto che comunque resterà nella storia, potrebbero di per sé favorire qualche piccolo passo e fornire un ulteriore stimolo a chi ha ricevuto, finora sulla fiducia senza che si vedessero poi fatti concreti conseguenti: dico Obama e l’Unione Europea.

Proprio per questo credo sia e resterà un altro clamoroso successo diplomatico del Papa argentino, dopo quello per la Siria. “Sarà un incontro di preghiera – ha precisato Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno dalla Terra Santa -, non sarà per fare una mediazione o cercare soluzioni, no. Ci riuniremo a pregare, soltanto. E poi, ognuno torna a casa. Ma io credo che la preghiera sia importante e pregare insieme senza fare discussioni di altro tipo, questo aiuta”.

Ci è lecito sperare che almeno un frammento di aiuto a fare anche solo un passo in avanti sia un frutto non utopistico.

Certo, le scelte fatte proprio in questi giorni dal Governo di Netanyahu, e diversi atti compiuti dall’esercito e dai coloni: le solite incursioni notturne nei villaggi palestinesi, i soliti arresti “amministrativi” – cioè senza accuse precise né uno straccio di prova – di giovani dei Territori militarmente occupati, i soliti incidentali “omicidi”, il solito incremento nella costruzione degli insediamenti coloniali, tutte cose accadute dopo il viaggio del papa e “in preparazione” all’incontro di Pentecoste rischiano di stroncare sul nascere ogni pur flebile speranza che qualcosa cambi. Ma non “spegniamo la speranza”!

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