Il mose, l’occasione fa il furbetto

Domenicale Agostino Pietrasanta

moseVeramente l’adagio popolare è più diretto, meno garantista, ma io non do del ladro a nessuno dal momento che l’indagato è sempre innocente, fino a sentenza definitiva.

Tuttavia, in questo caso, l’espressione usata da me sembra veramente riduttiva; anche il garantismo ha i suoi limiti. Il mose è un caso tanto emblematico quanto inquietante ed è l’ennesima prova del marcio che alligna nella pubblica amministrazione o, (lo affermano i Vescovi italiani dal 1991, nel documento “Educare alla legalità”. Il loro presidente, Ruini muoveva solo i primi passi) dell’ “iniquo legame tra politica ed affari”. Si tratta semplicemente di un acronimo che significa “modulo sperimentale elettromeccanico” (mose per l’appunto) costituito da paratoie mobili adattate all’isolamento della laguna di Venezia dal mare Adriatico, durante gli eventi di alta marea. Col Mosè di Michelangelo nulla da spartire: si tratta di “meccanica” non di arte; colpa dell’accento.

Sta di fatto che, anche in questo caso, i lavori hanno coinvolto ai livelli nazionali e locali oltre ai politici, sempre presenti, ma in numerosa compagnia, magistrati delle acque, magistrali contabili, generali della finanza, tecnici di varia competenza in piena attività di corruzione, attiva e passiva in uno strame purulento. Tutto è stato detto e siamo in attesa, se si faranno, dei processi.

Non c’è bisogno di attendere però per constatare che gli ultimi scandali, compreso l’expo, hanno obbligato anche i media a fare chiarezza sul mancato o confuso intervento di deterrenza da parte del governo e del Parlamento. Un commentatore ben più informato ed autorevole di me ne ha visto la prova persino negli ultimissimi interventi legislativi che hanno finito per introdurre vari benefici di estinzione del reato nei casi più eclatanti di carattere economico finanziario, a cominciare dal falso in bilancio, fino all’omessa dichiarazione dei redditi. Spiace ascoltare in una trasmissione televisiva la difesa d’ufficio di un rappresentate del PD alla provocazione su possibili accordi tra Renzi ed il cavaliere: accordi non proprio trasparenti. Alla domanda se in cambio di una posizione “morbida” sulla riforma del Senato, si sia offerta una speculare posizione sul falso in bilancio, la risposta è stata: gli accordi, Renzi li ha fatti con gli Italiani. Risposta fragorosa e pseudo solenne, ma infelice: certe risposte se le poteva permettere solo Andreotti. E qui, ce ne passa!

Rimane il fatto che la deterrenza, necessaria, pronta e dura non basta, senza due condizioni che non permettano più l’occasione che fa il “furbetto”. La prima dipende ancora dalle leggi “chiare e legittime regole di comportamento che, temperando gli istintivi egoismi individuali o di gruppo, antepongano il bene comune agli interessi individuali” (“Educare alla legalità”, documento CEI del 4 ottobre 1991). Sta di fatto che con una burocrazia elefantiaca, con procedimenti che per concludere un qualunque lavoro di pubblica utilità sono necessari decine di passaggi, si offrono occasioni senza fine per la corruzione: se i passaggi sono venti le occasioni sono conseguenti, se i passaggi sono cinque, mal che vada  diventano un quarto e non di più, del totale precedente.

Questo però, ancorché reclami un intervento legislativo per sfoltire l’elefante burocratico, non è che il conto di bottega; il problema a monte è culturale; siamo tutti e troppo convinti della inevitabile esistenza dei furbetti, ma questo crea una mentalità in cui siamo immersi tutti, fino al collo, salvo scuoterci momentaneamente di fronte all’evento clamoroso. Poi il silenzio, un silenzio ed un buio nel quale si nasconde, si mimetizza il malaffare. Ed  appunto nella notte, quando si dorme, viene il nemico e semina zizzania. Forse sarebbe il caso di svegliarsi.

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One thought on “Il mose, l’occasione fa il furbetto

  1. Purtroppo, tanto più denaro si muove, quanto più sono alte le probabilità d’illeciti interessi; già lo stesso interesse economico, quando perseguito con pervicacia e vada al di là della giusta mercede, pur non essendo illegale, resta, comunque, immorale: lo stesso Immanuel Kant, nei suoi scritti, illustra bene la differenza fra moralità e legalità.
    Da un punto di vista prettamente tecnico, non sarebbe stato difficile asciugare buona parte della laguna, lasciando un canale sufficientemente ampio per l’accesso alla zona portuale ed industriale, con il risultato di salvare definitivamente Venezia e le sue opere d’arte; tuttavia, sarebbe stato ragionevole temere un’invasione automobilistica, anziché una pedonalizzazione integrale, con mobilità motorizzata affidata ai soli servizi pubblici, come, ad esempio, una metropolitana negli ex canali.

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