Riforma del lavoro: un cantiere ancora aperto

Daniele Borioli (*)

lavLa riforma del mercato del lavoro è indicata da molti, non solo entro i confini nazionali, quale leva fondamentale per rilanciare la crescita dell’Italia, realizzando nel contempo gli obiettivi di inclusione economica e sociale dei milioni di cittadini (molti dei quali giovani) esclusi dal processo produttivo.

Del lavoro, delle sue regole, della sua mancanza e delle sue potenzialità, dei diritti e dei doveri che ne informano l’esercizio, della sua essenzialità costitutiva dello stesso principio di cittadinanza (ai sensi dell’articolo 1 della Costituzione), è naturale si discuta, animatamente, talvolta “animosamente”, in un periodo di crisi acuta come quello che stiamo attraversando.

Molto spesso, tuttavia, l’”animosità” impedisce di comprendere esattamente i termini della questione. Qualcosa del genere vale per le recenti misure approvate, prima dal Governo e poi dal Parlamento, in materia di rilancio dell’occupazione.

Misure importanti, certo non avulse dalla filosofia di fondo su cui il Governo, e la maggioranza che lo sostiene, intendono poggiare la “grande riforma” che, con qualche eccesso di indulgenza all’inglesismo, viene oggi rubricata sotto il titolo di Jobs Act. Ma che, tuttavia, assumono un carattere emergenziale e parziale, rintracciabile sin dal titolo del provvedimento che le contiene: “disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese”.

Disposizioni che, in buona parte della polemica politica pubblica, drogata dall’imminenza delle elezioni del 25 maggio, sono diventate il Jobs Act tout court. Laddove esso è, al contrario, affidato nel suo disegno complessivo a un disegno di legge che seguirà (e già sta seguendo) l’iter, più disteso nei tempi e più approfondito nel merito, del lavoro Parlamentare.

Qual è la natura, quindi, del decreto di recente trasformato in legge? Quali sono i suoi obiettivi? Senza dubbio, il primo e più importante consiste nel definire per le imprese una cornice di regole più flessibili e adatte a intercettare i primi piccoli ma significativi cenni di ripresa (molto interessanti in vari ambiti della manifattura), trasformandoli in incremento occupazionale.

Un obiettivo che viene perseguito: 1) aumentando da uno a tre anni il periodo per il quale le imprese possono assumere a tempo determinato una quota di lavoratori non superiore al 20% del personale assunto; prevedendo sanzioni   a carico del datore nel caso di superamento della soglia (cui le imprese dovranno adeguarsi entro il 31 dicembre); consentendo il rinnovo dei contratti a tempo fino a cinque volte nel corso dei tre anni.

Altrettanto rilevante è l’opzione contrattuale individuata: quella del contratto di lavoro a tempo determinato, che pur nella sua transitorietà appare la più efficace nel definire, a tutela del lavoratore, l’effetto degli stessi istituti previdenziali vigenti per gli occupati a tempo indeterminato. Abbandonando, quindi, la pletora delle modalità contrattuali atipiche, causa quasi sempre del volgersi della flessibilità in precarietà.

Particolarmente positiva è, poi, la spinta attribuita ai contratti di apprendistato, nel loro nesso con il percorso formativo dei neo-assunti, per i quali la legge pone in capo all’azienda l’obbligo di delineare il piano formativo fin dal momento dell’assunzione. La formazione, quale elemento indispensabile per consolidare la forza della persona sul mercato del lavoro, è uno dei tasselli qualificanti il provvedimento.

Inoltre, i meccanismi previsti per evitare l’abuso da parte dei datori di lavoro del contratto di apprendistato, che condizionano all’assunzione, con contratti a tempo indeterminato di quote degli apprendisti già in forza, la possibilità delle imprese di assumerne di nuovi, evidenzia un ulteriore sforzo di questo pur parziale provvedimento di collocarsi nel solco, non solo dell’estensione numerica della platea degli occupati, ma anche del progressivo prosciugamento della jungla contrattuale generatasi negli ultimi anni.

Naturalmente, nel corso della discussione del cosiddetto Jobs Act, dovranno essere affrontati con maggiore profondità e con organicità strutturale i nodi collegati al sistema dei diritti del lavoro, attraverso meccanismi che, allo stato, sembrano orientarsi verso il modello delle cosiddette tutele crescenti. Che prevedono, in sostanza, una graduale crescita della stabilità del posto in relazione alla graduale progressione dell’anzianità lavorativa.

Così come dovrà essere seriamente affrontato il tema del recupero di efficienza nel rapporto tra i terreni della domanda, quello dell’offerta e quello della formazione specifica del lavoro. Un complesso di ingranaggi ancora troppo farraginosi, nel nostro Paese, rispetto alle dinamiche di adattamento a un mercato del lavoro molto più rapido nelle sue trasformazioni di quanto non lo siano le procedure e i parametri che orientano il sistema dell’offerta formativa e le procedure delle politiche attive del lavoro.

Insomma, il decreto, ora trasformato in legge, che molti hanno chiamato impropriamente con il nome che delinea invece l’organismo di cui esso è solo una piccola embrionale cellula, non è certo la panacea che risistema il mondo complesso del lavoro, nel rapporto con l’altrettanto complesso mondo dell’impresa.

E’ però un piccolo passo, necessario e urgente, per mettere le nostre imprese nelle condizioni di intercettare i primi respiri di una ripresa ancora incerta, con la tranquillità di poter contare su margini di flessibilità, ragionevoli rispetto alle rigidità introdotte dalla Fornero, che oggi rischierebbero di imbrigliare le pur timide possibilità di incremento occupazionale.

Un provvedimento che, certo, è anche un compromesso tra le differenti visioni che, nella maggioranza di Governo, connotano le tematiche del lavoro. Tra chi, come i democratici, batte di più il tasto delle garanzie e chi, come le componenti più vicine al centro e al centrodestra, batte invece di più la nota della flessibilità. Ma questo fa parte delle regole della democrazia parlamentare.

Regole che, nel caso di specie, ci hanno forse impedito, al Senato, di consolidare le misure che alla Camera, dove disponiamo di altri numeri nei rapporti di forza, avevamo strappato: rendendo ancora più caratterizzato il testo nel segno dell’equità e dei diritti dei lavoratori. Ma che, nelle condizioni date, non ci hanno impedito di preservare alcuni aspetti qualificanti, orientati alla stabilizzazione, seppur graduale, del lavoro.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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