Il lavoro (e la non violenza) è il nome nuovo della pace

Carlo Baviera

bokoSettimane fa il giornalista Domenico Quirico era in Alessandria per parlare agli studenti anche della sua esperienza di rapito da esponenti dei gruppi armati e in lotta fra loro nel Continente Africano. E parlando del futuro prossimo mi pare che abbia affermato che prevede una guerra per il Califfato.

Da parte sua, quasi negli stessi giorni, il Presidente Obama in visita in Europa, pur con parole che non contrastano con il Premio Nobel per la pace assegnatogli 5 o 6 anni fa, ha chiesto all’Unione Europea di non abbassare la difesa; e perciò di avere un armamento adeguato.

Su un altro scacchiere, pur se non molto distante da noi, la Russia di Putin occupa ed annette la Crimea (peraltro i cittadini di quella regione sono prevalentemente russi e hanno, con un referendum, chiesto di tornare nella Federazione russa), suscitando la reazione di USA e UE che adottano sanzioni. E non si placa lo scontro armato (o guerra civile) in Ucraina, fomentato anche dall’estero.

Solo tre esempi dell’escalation a cui stiamo assistendo con sempre maggiore preoccupazione; perché anziché diminuire i conflitti e le tensioni, stanno riattizzandosi, e questo tratto di storia è sempre più minacciato da violenza anche tra Stati e popoli. Basta pensare alla Palestina e alla situazione sempre drammatica per i cittadini di quella terra. Dobbiamo preoccuparci perché le prospettive sognate con la caduta del muro di Berlino, cominciano a traballare? E’ ineluttabile la profezia di Quirico sulla guerra per il Califfato o possiamo sperare di sfangarla con fantasia e iniziative adeguate?

Mentre la politica estera delle Segreterie degli Stati continua a ragionare su una pace posticcia, su una pace solo diplomatica, e ad ogni tensione, si continua a parlare di ammasso di truppe alle frontiere, di interventi militari, di armi vendute per sostenere insorti o per reprimerli, per contrastare le minacce più gravi, è sempre più necessario costruire la pace, lavorare per la pace, come la descriveva e la disegnava don Tonino Bello, come la propongono e la vorrebbero preparare quotidianamente le associazioni pacifiste: e questo richiede azioni originali, fantasiose, e coraggiose.

La sanzioni economiche, che potrebbero essere un’alternativa, danneggiano sovente le popolazioni più povere; e non sempre riescono ad ottenere i risultati sperati. Cosa fare allora? Quale ruolo può giocare l’ONU se a sua volta è bloccato dai veti? C’è una qualche scappatoia per iniziative utili? Ci sono modalità percorribili per frenare l’attività disgustosa e sanguinaria dei miliziani di Boko Haram, delle tante stragi di civili in Asia come in Africa, e per bloccare le incivili esecuzioni e condanne di persone colpevoli solo di appartenere ad una fazione, ad una religione, ad una tribù?

Walter Fiocchi su queste pagine (25 aprile) affermava che “L’Unione Europea deve poi diventare capace di assumersi le sue responsabilità a li­vello mondiale soprattutto nel campo della prevenzione dei conflitti e della gestione delle crisi in atto. L’UE deve perciò sviluppare una capacità autonoma di prendere decisioni in collaborazione con la NATO (finché si riterrà di tenere in piedi questo organismo, che po­trebbe diventare inutile in presenza sia di una ONU nel possesso delle sue funzioni, sia di un organismo politico-militare europeo) e con gli Stati Uniti, o indipendentemente da essi. Ge­stire le crisi, come si è visto anni fa in Kosovo, significa non solo imporre un cessate il fuoco, ma anche tenere divise le opposte fazioni, salvare ed evacuare i cittadini dell’Unione Europea, assistere i rifugiati, fornire tutti gli aiuti umanitari (alimenti, medicinali…), imporre e man­tenere ordine e legalità; e prima ancora intervenire per ridurre le tensioni e impedire che sfocino in conflitti armati”.

Ecco la cosa importante, che non sempre è capita e utilizzata: “intervenire per ridurre le tensioni e impedire che sfocino in conflitti armati”. Se non si previene, se non si opera (in tutte le aree e continuamente) per aumentare gli istituti e i metodi della democrazia (non solo quella che noi abbiamo sperimentato, ma lasciando ai popoli di trovare la loro strada) sarà difficile immaginare percorsi alternativi.

Le giornate mondiali della Pace, i messaggi del Papa (da Paolo VI a Francesco) devono diventare parte del percorso da intraprendere e non essere solo viste come qualcosa di scontato che il Papa e la Chiesa devono dire, perché “questo è il loro lavoro”. Si scoprirebbero spazi per iniziative utili a preservare da scontri pericolosi, per evitare azioni inopportune, e per cercare approcci che aiutino a sviluppare opere di pace, cultura di pace. Solo con il lavoro, la possibilità di lavoro, la creazione di occasioni di lavoro si aiuta a uscire da una visione che porta tanti a rinchiudersi, a pensare egoisticamente, a diventare competitivi e “avversari” per sopravvivere, a rincorrere possibilità di lavoro strappandole ad altri. Parafrasando Paolo VI potremmo dire che “il lavoro è il nome nuovo della Pace”, sia nel nostro Paese che in altri continenti.

Mi ha colpito un commento del Monaco Alessandro Cortesi: “In questi giorni viviamo minacce di guerra, la situazione dell’Ucraina è carica di tensione, e assistiamo a situazioni di conflitti in cui sembra non ci sia possibilità di soluzione: in Siria, in Sud Sudan, in Repubblica del Centrafrica. Ma c’è una realtà di rapporti violenti che attraversa la nostra quotidianità, in una rincorsa a sopprimere l’altro per avere più spazi e per primeggiare. Il dono del risorto è la pace: sorge la domanda sulla responsabilità dei credenti oggi. La pace pone in questione il nostro credere come capacità di immettere nella storia l’inaudito di una pace che viene dal crocifisso, che nella sua vita vissuta nella nonviolenza radicale, contrastando ogni forma di potere che schiaccia le persone offre una via per noi. Il suo invio a immettere energie di perdono e pace nella storia è luogo del nostro credere”.

E anche Savino Pezzotta ci aiuta a essere testardi fautori della pace di fronte alle solite provocazioni che invitano a pensare nei prossimi anni, ad un efficiente sistema di copertura aerea che contribuisca a tutelare il fianco sud dell’Europa, e a fare come Italia la nostra parte nel sistema di alleanze. “Sono le domande di sempre che contengono nel loro seno una risposta che non condivido e che evidenzia una sorta di pigrizia nel cercare soluzioni diverse da quelle tradizionali. Sarò un illuso, ma preferisco stare dentro un difficile cammino di ricerca che arrendermi alle logiche di sempre o alla cosiddetta “ real politik” che non esce mai dai vecchi confini. Non voglio dire che ho ragione e che quello che affermo è la verità, vorrei solo che si lasciasse spazio a nuove modalità di sicurezza”.

Nuove modalità che non possono essere solo e prevalentemente basate sulle armi, ma su azioni ed educazioni di pace e di non violenza; oltre che di possibilità di lavoro e sviluppo per i popoli più poveri.

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2 thoughts on “Il lavoro (e la non violenza) è il nome nuovo della pace

  1. Lodevole proporre un incremento nell’uso degli strumenti democratici, ma, purtroppo, i popoli non hanno in mano la gestione di quello sporco denaro il cui accaparramento muove anche i conflitti più sanguinosi. Siamo addirittura arrivati ad impiegare la parola “sovrano” accostata a parole come “debito” o “fondo” [d’investimento], il che è veramente deplorevole.

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