Una svolta per l’Europa

Agostino Pietrasanta

svoPotrebbe essere una svolta per l’Italia e l’inizio di un nuovo cammino per l’Europa. Per la prima volta, in Italia, il centro/sinistra diventa maggioranza relativa, ma molto consistente e lo diventa perché forse si è trovata la formula o l’indicazione  di percorso per la feconda contaminazione delle culture politiche storiche che nel Paese si sono espresse, reciprocamente, negli obiettivi di solidarietà sociale con quelli di libertà politica. Non si tratta di alcuna resipiscenza, né di alcun ritorno nostalgico; non siamo assolutamente all’ammucchiata tra ex/democristiani e nostalgici della sinistra storica.  La vittoria è tanto più straordinaria per una parte politica che aveva persino paura di trovarsi nella posizione di maggioranza, se non altro ai livelli nazionali; al punto che un autorevole esponente  del PD, che ovviamente vorrebbe distinguere la sua posizione da quella di Renzi, alla notizia delle percentuali raggiunte dal suo partito, avrebbe richiesto un riconteggio delle schede!

Non si tratta di banalità, ma di un costume, di un modo di rapportarsi alla politica: una questione di sostanza che si è spesso tradotta in una “libidine” di opposizione. Qui però si tratta di governare e per governare bisogna essere maggioranza: constatazione tanto banale quanto spesso, almeno per alcuni, indigesta.

Ora succede un fatto nuovo: le indicazioni di un cattolicesimo/democratico e le proposte della sinistra riformista possono contaminarsi e coesistere. E si tratta, come è stato rilevato, di una coesistenza che si esprime in una forza nazionale, che riguarda tutte le aeree del Paese, nessuna esclusa e dunque di una rappresentanza geograficamente indifferenziata, ma anche idealmente rappresentativa ed, almeno a mio avviso, adeguatamente identitaria.

In ogni caso mi parrebbero indispensabili, in approccio, due precisazioni. Sbaglia, senza dubbio ed ovviamente, chi identifica la presenza cattolica nel PD, come una risciacquatura della defunta Democrazia Cristiana (D.C.). Il “moriremo democristiani” può piacere come battuta polemica, ma non ha nulla da spartire con un minimo di senso critico. Nel PD ci stanno prevalentemente gli eredi di un cattolicesimo democratico, che ha avuto un vita sua nella D.C., ma ne è sempre risultato minoritario, quando non emarginato, salvo una qualche parziale interpretazione in Alcide De Gasperi. Si da il caso che ne vengano riprese oggi alcune reinterpretazioni. La fondamentale sta nella sua autonomia laica, nella tanto richiamata aconfessionalità di Luigi Sturzo; una laicità massacrata dalle vicende ecclesiastiche che hanno voluto accompagnare la presenza devastante del berlusconismo: una laicità interpretata dalla proposta politica di De Gasperi, meno dalla forza del pensiero politico/cristiano di Giuseppe Dossetti. Altra fondamentale componente sta nel primato della rappresentanza sociale, rispetto alla strumentalità indispensabile delle Istituzioni, anzi nel rapporto si rende esplicita l’identità irrinunciabile della scelta democratica; mi chiederei se non stia qui la premessa per una democrazia progressiva: un passaggio dell’identità politica delle sinistre democratiche condivisa sicuramente da Giuseppe Dossetti, meno convintamente da De Gasperi.

Da  queste schematiche constatazioni, appare evidente il complesso, ovviamente contestualizzato e rieditato, degli apporti di fondazione sociale e democratica del cattolicesimo politico al PD. Tra l’altro, superato rapidamente l’intervento surrettizio della Chiesa nelle questioni della politica italiana, grazie soprattutto ad un pontificato tanto profetico quanto illuminato, non sussistono più ostacoli al consenso dei cattolici che vogliono capire e, superato il problema della collocazione europea del Pd non sussistono più freni alla realizzazioni di una democrazia attenta ai suoi traguardi di sostanza, ritenuti indifferibili. A tal proposito non la vedrei con eccessiva sufficienza la soluzione del “bonus” fiscale di ottanta euro: capisco che per il percettore di indennità che superano anche consistenti cifre a quattro zeri, si possa trattare di un’inezia, non così per chi arriva ai mille euro mensili: riguarda milioni di persone; la loro promozione, e si tratta di promozione sociale di massa, è un fatto almeno indicativo di cambio di marcia.

La seconda precisazione di approccio attiene la questione del partito nazionale. Ora, se è vero che nel secondo dopo/guerra il Partito Comunista Italiano (P.C.I.) e la D.C. hanno realizzato un successo in aree geografiche diverse e non su tutto il territorio nazionale, su altri livelli di valutazione non mi sentirei di affermare che non sono stati partiti rappresentativi della nazione; e non solo perché anche nelle aree in cui registravano una rispettiva minoranza erano tutt’altro che assenti, ma per altre motivazioni ben più decisive.

Non intendo ripetere ciò che altra volta mi è capitato di valutare: rimango ai titoli. In Italia, l’idea della nazione ha trovato una risposta popolare tarda e talora distorta; lo Stato nazionale, formato da una minoranza illuminata, ha sofferto non solo dell’assenza delle masse (ciò sarebbe vero per qualunque nazione europea), ma addirittura della loro organizzata opposizione sia nel movimento cattolico, che nelle forze della sinistra. Lo Stato è nato nella frattura tra popolo e nazione e quando il consenso popolare si è espresso col fascismo si è verificata una secondala frattura tra democrazia e nazione. Si tratta di fratture che neppure le composizione del secondo dopo/guerra è riuscito a sanare, al punto che non c’è data che sia riconosciuta da tutti gli Italiani, neppure, cosa amaramente nota, neppure il 25 aprile.

Questo il contesto in cui hanno operato i due partiti che si sono consolidati come rappresentanza popolare, ed con tale premesse hanno rappresentato la nazione. Si sono confrontati evitando la deriva delle possibili fazioni (merito che si riconosce al P.C.I.) e la deriva dell’elettorato moderato verso soluzioni autoritarie, risultato dal rifiuto della D.C. di dar vita allo Stato cattolico e, sulle spinte assolutamente vivaci del Vaticano, di mettere fuori legge le sinistre. Non voglio dilungarmi, ma su queste basi mi sembra di poter sostenere che la D.C. ed il P.C.I. sono stati partiti nazionali: hanno preservato il consenso ad una nazione che aveva superato, non senza contraddizioni penose, le due fratture storiche.

La complessità dei rapporti internazionali ed i legami sottesi ai due partiti, la D.C. nei confronti della Chiesa e, mi sia permesso, soprattutto ed ancor più, il P.C.I. verso l’Unione Sovietica se non hanno impedito la dialettica del confronto, non sono pervenuti alle soluzioni dell’alternanza. In seguito le carte si sono rimescolate ed è successo oggi che gli eredi delle istanze democratiche presenti nelle due componenti storiche stanno sperimentando una feconda (si spera) contaminazione.

Resta il problema dell’alternanza perché mentre esiste un bacino elettorale “moderato” per una destra democratica  ne mancano le culture politiche e le tradizioni di riferimento. Forse il “Nuovo Centro Destra” ne potrebbe offrire il punto di partenza, ma, se ci limitassimo all’Italia il problema sembrerebbe insolubile dal momento che il possibile elettorato di centro/destra è stato devastato dal ventennio berlusconiano.

Anche per questo bisogna guardare all’Europa dove la destra democratica risulta addirittura maggioritaria; un’altra motivazione decisiva per costruire un’Europa unita nelle istituzioni politiche. Il passaggio non è facile, ma mi chiedo se nelle pastoie che si sono create non si possa proporre un salto qualitativo che, superando il disagio profondo creato delle politiche di austerità, colpisca alla radice la pianta infetta dell’antieuropeismo. E non vedo strada se non a senso unico: che si risolva il nodo o meglio l’intralcio creato dalla unità monetaria, priva di politiche economiche e finanziarie comuni. Non si può dare senza danni, probabilmente irrimediabili, una gestione della moneta senza gestione dell’economia e della finanza; non si risolve più nessun problema se non si creano le condizioni per un debito pubblico, almeno in parte unitario, in grado di stroncare, con la crescita, le forze anti/europee. Non per nulla c’è quasi una combinazione tra presenza di un’alta percentuale di astensionismo elettorale e successo dei partiti euro/scettici da una parte e blocco della crescita indotto da un debito sovrano insopportabile.

Lo so non è facile indurre i Paesi sedicenti “virtuosi” a sopportare una situazione di emergenza; non è facile per i leader di tali Paesi prendere decisioni epocali e salvaguardare il consenso. Qui però si potrebbe sul serio dire che la diversità tra il politico e lo statista sta nel fatto che il primo guarda alle prossime elezioni, lo statista al futuro del Paese. Ed il futuro sembrerebbe a senso unico: o ci salviamo come Europei o non ci salviamo affatto.

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