“Chiesa povera e Chiesa per i poveri”. Al convegno interregionale del MEIC

Vittorio Rapetti

pov“Chiesa povera e per i poveri. Cambiare la Chiesa, cambiare la società”: questo il tema della seconda parte del Convegno interregionale del Movimento Ecclesiale di impegno culturale dell’Azione Cattolica (MEIC) svoltosi nelle scorse settimane presso l’abbazia di Rivalta Scrivia (della prima parte abbiamo riferito nello scorso numero de “L’Ancora”).

Gli interventi di Edda Gastaldi, delegato regionale MEIC Piemonte, Don Attilio Mazzoni, Docente di Teologia morale e Assistente MEIC Lombardia, del teologo Armido Rizzi, di Giuseppe Gario, Presidente dell’Istituto per i Valori di Impresa, e di Roberto Bernasconi, Direttore della Caritas diocesana di Como, hanno aperto un intenso dibattito, segno che il tema è molto sentito e partecipato, ma anche estremamente “scomodo”, in quanto mette in discussione non solo “quanto” materialmente diamo “per i poveri”, ma provoca ad interrogarci sul nostro stile di vita, personale e comunitario, sociale e politico.

I relatori hanno ripreso alcuni spunti offerti dal cammino teologico, ma anche di economisti e sociologi, a partire dall’opera del gesuita Gutiérrez, che spiega la nozione di povertà cristiana, sia come atto di solidarietà amorevole con i poveri, sia come protesta liberatrice contro la povertà. Per questo vanno considerate tre grandi dimensioni fondamentali: la liberazione politica e sociale, cioè l’eliminazione delle cause immediate di povertà e ingiustizia; la liberazione umana, cioè l’emancipazione dei poveri, degli emarginati, degli oppressi da tutto “ciò che limita la loro capacità di sviluppare se stessi liberamente e dignitosamente”; la liberazione spirituale, ossia la liberazione dall’egoismo e dal peccato, per il ristabilimento della relazione con Dio e con ogni essere umano. Tre dimensioni che si intrecciano e per le quali occorre trovare concrete mediazioni e attuazioni storiche. Da qui la necessità di riprendere alcune delle parole chiave del Concilio Vaticano II come solidarietà, fraternità e condivisione. Da qui l’esigenza di considerare in ogni situazione il “primato della persona”, che viene prima della condizione economica, sociale, culturale, psicologica.

Per questo i poveri vanno trattati come persone e non come “casi”, proprio in un contesto come l’attuale in cui – accanto alle povertà materiali più evidenti – vi sono i poveri “invisibili”  e tipi di povertà morali e spirituali più difficili da affrontare. Questo ha un riscontro diretto e immediato per tutti coloro i quali si trovano a misurarsi con tali condizioni per situazioni familiari, per lavoro, per volontariato o per semplice vicinato e relazione diretta. Ma ci chiede anche di considerare le implicazioni  economiche, sociali e politiche che la povertà porta con sé. Quindi di fare discernimento sui meccanismi del sistema politico-economico dominante che genera contemporaneamente sviluppo e diritti da un lato e dall’altro sottosviluppo e sfruttamento. In questa prospettiva occorre considerare come la povertà sia anche il frutto della “asimmetria informativa”, per cui solo alcuni hanno accesso alla conoscenza e all’informazione: come nel caso di un vetro che da una parte è trasparente e dall’altra opaco; c’è chi può vedere e non essere visto, e chi non può vedere ma viene visto.

L’impiego della ricchezza è un’altra delle cause fondamentali che oggi possono produrre povertà anche nelle società più avanzate (come ben si vede con la crisi delle classi medie ed il processo di finanziarizzazione dell’economia) oppure – se orientato all’investimento, alla crescita, alla tutela dell’ambiente – può produrre lavoro e “sviluppo umano”. Certo la tecnica e la quantità di risorse costituiscono vincoli, ma anche opportunità. Però il problema della povertà e del lavoro non possono essere considerati solo sotto il profilo tecnico. E’ in primo luogo questione di scelte, di progetti, di idee, di valori, che devono tornare al centro della riflessione dei cittadini e della stessa comunità cristiana.

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