Al monastero di Bose ho fatto memoria

Domenicale Agostino Pietrasanta

hitDietrich Bonhoeffer, autentica icona del cristianesimo ed in particolare del protestantesimo tedesco nel periodo nazista, aveva aderito alla Chiesa riformata confessante, e dunque, da pastore, aveva sposato l’opposizione ad Hitler. Durante la prigionia che precedette, per quasi due anni, la sua esecuzione capitale, avvenuta pochi giorni prima della fine della guerra, ad un compagno di prigionia italiano che gli poneva il quesito della legittimità della violenza contro il tiranno: violenza tanto più problematica per un credente ed un pastore cristiano, il Bonhoeffer rispose con una metafora. “ Se un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede della Kurfurstendamm (viale centrale di Berlino), da pastore non posso solamente seppellire i morti e consolare i parenti: se mi trovo in quel posto io devo fare un salto e strappare l’autista dal volante”.

La risposta appare emblematica ed inquietante; dice dell’angosciante problema di coscienza che si pone alla fede ed alla ragione, nel caso estremo dell’uso della violenza.

Mi ponevo la questione mentre, sabato scorso a Bose seguivo il ragionamento di Luciano Manicardi, vice/priore del monastero che invitava a valutare l’importanza della Parola come identità dell’uomo che pensa. Il ragionamento filava liscio fin che si trattava di riconoscere che la forza della Parola sta in questa identità; filava altrettanto liscio fin che si trattava di riconoscere che talora la devastazione della Parola significa, e purtroppo, devastazione della dignità umana. Non faceva difficoltà constatare che succede di fatto che si usi invece la parola per turlupinare, ingannare, minacciare; tanto che oggi se ne fa strame. Personalmente mi veniva da pensare al fatto che la Parola  icona dell’identità dell’umano, si fa parola strumento di barbarie.

E fin qui, non c’è obiezione da porre. Ad un certo punto però, nel procedimento del commentatore si è inserita una chiosa di straordinaria attualità: al punto in cui siamo si arriva ad uccidere la Parola, e si pone, al contrario,  il caso di sacrificarsi, di morire per la Parola.

Sarò sincero; da quel momento non ho seguito più di tanto e, per fortuna, eravamo alle battute finali della “meditazione”. Sta di fatto che dal forte richiamo del sacrificio passavo per associazione, non so quanto logica, alla questione della violenza e mi rifacevo intanto a don Primo Mazzolari e poi a Paolo VI. Don Primo, in una delle sue conferenze più inquietanti ed in un periodo in cui non mancava la tesi della legittimità della violenza per salvare la giustizia, obiettava che è più difficile e più eroico morire per la giustizia (agonizare propter iustitiam) che non uccidere per la giustizia. E Paolo VI nella “Populorum Progressio” (1967), mentre cominciavano a spirare alcuni “venti” della contestazione, escludeva la possibilità della violenza contro l’ingiustizia; però precisava: “salvo il  caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti della persona e nuoccia al bene comune”.

Pensavo a tutte queste cose e posi la questione al piccolo gruppo; la risposta fu tanto chiara, quanto prudente; solo un’estrema necessità, un’inderogabile esigenza di difendere anche la Parola potrebbe nei casi, assolutamente estremi giustificare la difesa violenta e si ritornava, pur senza citarla espressamente, alla metafora di Dietrich Bonhoeffer.

A queste cose ripensavo nei primi giorni della settimana quando un intervento di un nostro collaboratore mi ha richiamato ai casi anch’essi preoccupanti, ma che potrebbero ancora non essere estremi: ai casi di oggi. Ci troviamo ad un passaggio infelice, la parola viene usata per spronare alla lotta ed allo scontro, senza escludere la violenza; si esaltano le adunate ed i processi di piazza, si fa strame delle regole democratiche invocandone la loro delegittimazione. C’è un modo che può evitare la violenza sia pure di difesa da queste devastati esternazioni, c’è un passo “penultimo” che può evitare l’ultimo crollo della “estrema  ragione di difesa” : la legge che impedisce la ricostituzione delle fazioni anti/democratiche.

Fino a prova contraria chi sostituisce alla dialettica della Parola, lo scontro delle fazioni, democratico non può essere.  Vedano i responsabili: provveda la legge.

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