Coppie di fatto, la montagna ha partorito il topolino

Domenicale Agostino Pietrasanta

copAd evitare fraintendimenti: le unioni di fatto, conseguenti legami affettivi, costituiscono un fenomeno di rilevanza sociale; di conseguenza un loro riconoscimento necessita di una adeguata disciplina giuridica. Per parte nostra ne siamo assolutamente convinti; personalmente avevo valutato con attenzione i cosiddetti DI.CO, una soluzione legislativa che ha trovato impedimento nelle contrapposte ideologie del laicismo dogmatico e del cattolicesimo integralista. Ancora di più: nella ricerca di un possibile consenso da parte di un centro/destra tanto sconsiderato, quanto indifferente ai diritti individuali a parole decantati, aveva ricevuto un no definitivo.

Allo stesso modo mi permetto di dissentire dalle proposte sedicenti risolutive del “regolamento comunale delle unioni civili” approvate dal Consiglio comunale di Alessandria, nella seduta dello scorso lunedì.

Per almeno tre motivi: di dubbia legittimità. Di contraddizione evidente, di scarsa efficacia.

Di dubbia legittimità. Si pretende di equiparare la coppia di fatto a quella “unita in matrimonio”. Da più parti si è obiettato sulla incostituzionalità della disposizione, dal momento cha all’art. 29 della carta si riconosce il ruolo della famiglia, i suoi diritti ed il suo fondamento nel matrimonio. Tanto varrebbe sopprimere il dettato costituzionale e ridurre il riconoscimento matrimoniale alla legge ordinaria. Ma di legge ordinaria ci sarebbe da dire, dal momento che non potrebbe trattarsi che di provvedimento dello Stato centrale, a meno di voler sopprimere il matrimonio civile semplicemente; potenza delle contraddizioni: si farebbe la felicità dei compilatori del “Sillabo”!

Di contraddizione evidente. Affermato con solennità degna di miglior causa che l’unione di fatto si intende “equipararla” a quella matrimoniale, si riduce l’impegno nei rapporti che ne conseguono all’”assistenza morale e materiale”; confrontato il testo con quanto è previsto di diritti e doveri legati al matrimonio, c’è un abisso. E, sia detto di passaggio, l’abisso che i DI.CO cercavano di colmare.

Ad ogni modo come la mettiamo col diritto e dovere della coabitazione scelta per il benessere non solo della coppia, ma anche dei figli ed eventualmente dei terzi interessati al nucleo familiare (art. 144 del codice civile, non canonico)? Come la mettiamo col sostentamento ed il bisogno della famiglia nel suo complesso? Dove la trovate l’equiparazione nel “regolamento” summentovato? Come la mettiamo con l’educazione della prole (articolo 147 del codice civile) contemplata dalla normativa sul matrimonio? Dulcis in fundo: e la reciproca fedeltà? (articolo 143 del codice civile) Salvo svista, sempre possibile io, a parte le sedicenti buone intenzioni e le dichiarazioni di principio, non vedo equiparazione alcuna.

Di scarsa efficacia. Non mi sembra che gli interventi amministrativi assicurati dal comune di Alessandria traggano specifici benefici dal regolamento in parola. Non sarà certo quest’ultimo ad aprire nuove prospettive per il diritto al trasporto locale (magari!), per il diritto a servizi educativi, a quelli connessi al tempo libero. Sinceramente non capisco.

Certo; altri lo hanno fatto! Già, di consenso si vive, ma non mi pare che si debba sempre copiare chi fa peggio; magari cominciamo a copiare chi riesce a fare meglio nei trasporti, nella cultura, nel sistema bancario. Qui sì che avremmo da imparare: da quasi tutti, dal momento che stiamo peggio di molti. Indipendentemente dal dissesto.

P.S. IL BLOG HA AMPIAMENTE DIBATTUTO, NEL MESI SCORSI, SULLE QUESTIONI EUROPEE; ANCHE PER QUESTO, ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI NON RITORNIAMO SULL’ARGOMENTO. RESTA INTESO CHE LA REDAZIONE RITIENE DOVERE CIVICO E OPPORTUNITÀ IMPORTANTE, LA PARTECIPAZIONE AL VOTO.

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