Sulla povertà la Chiesa gioca la sua fedeltà al Signore

Vittorio Rapetti

Dalla nostra diocesi al convegno interregionale MEIC

poorLa povertà è un tema cristologico per eccellenza sul quale la Chiesa gioca la sua fedeltà al Signore”. Questo il messaggio forte con il quale Enzo Bianchi ha concluso il suo lungo, appassionato ed applaudito intervento al convegno “Chiesa povera,chiesa per i poveri”, organizzato sabato scorso, presso l’abbazia cistercense di Santa Maria di Rivalta Scrivia (Tortona), dalle delegazioni regionali di Lombardia, Piemonte e Liguria del MEIC (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale dell’Azione Cattolica), cui hanno preso parte anche rappresentanti della nostra diocesi. Una partecipazione molto numerosa (oltre 300 i presenti) per un convegno ricco di contributi biblico-teologici (oltre a Bianchi, Cettina Militello, Attilio Mazzoni,  e Armido Rizzi) e pastorali (Giuseppe Gario, Presidente dell’Istituto per i Valori di Impresa, e Roberto Bernasconi, Direttore della Caritas diocesana di Como), coordinati daEdda Gastaldi e Beppe Elia del MEIC piemontese e da Cesare Raviolo del MEIC di Tortona, che ha gestito al meglio l’accoglienza. Non è mancato un commosso ricordo di don Pino Scabini per tanti anni assistente di AC e del MEIC, svolto dall’on. Renato Balduzzi.

Bianchi ha evidenziato tre tipi di povertà: la povertà antropologica, che raggiunge il suo apice nella mortalità umana e che genera alienazione; la povertà materiale, che non è solo mancanza di beni necessari, ma anche di giustizia e di libertà; la povertà spirituale, infine, è quella dei “poveri di spirito” della beatitudine di Matteo ed è quella che consenti di comprendere Gesù Cristo, perché come dice San Paolo “l’incarnazione è povertà in quanto discesa dalla ricchezza alla povertà”. Il messaggio di Gesù è per i poveri, che sono i primi destinatari della buona notizia del Vangelo; essi si trovano nella condizione più propizia per accogliere la predicazione di Gesù. Nel contempo i poveri  sono un segno di ingiustizia e di oppressione generati da relazioni interpersonali ingiuste.  Per questo l’intera chiesa e ciascun cristiano deve tornare a riflettere sul senso della kénosis (svuotamento) di Cristo e a meditare sulla tapeinosis (povertà, umiltà) cui il Signore volge lo sguardo.

Militello ha ricordato come il tema della povertà, dopo essere stato al centro di importanti riflessioni, agli inizi degli anni sessanta, durante il Concilio (in particolare dal card. Suenens e da Giuseppe Dossetti, sia caduto nel dimenticatoio anche a seguito dell’allontanamento tra mondo del lavoro e mondo ecclesiale. La Chiesa  è rimasta prigioniera di forme tradizionali, superate dal cambiamento sociale e politico, mentre la povertà è rimasto un tema tra tanti altri e non una chiave di lettura fondamentale dei testi conciliari. Una questione che tocca da vicino lo “stile di vita” del cristiano e della Chiesa stessa. Infatti, come afferma il Concilio, “la Chiesa, quantunque abbia bisogno, per compiere la propria missione, di  beni  materiali  non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione” (LG,8), quindi si prende cura dell’indigenza di poveri e sofferenti. In tal modo la povertà diventa l’orizzonte all’interno del quale leggere il proprio limite esistenziale. Se Cristo è stato povero, la Chiesa non può essere che come Cristo e la povertà viene assunta come dimensione che riguarda la Chiesa nella sua interezza. Occorre quindi riprendere il cammino interrotto, appassionandoci di nuovo al tema della povertà, visto come servizio e non solo come occasione di testimonianza individuale.

(1-continua)

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