Paolo Sesto, santo per la storia

Agostino Pietrasanta

paoPapa Francesco ha deciso che Paolo VI sarà beato; la cerimonia di proclamazione è prevista per il prossimo 19 ottobre. Succede così che ben tre pontefici che si sono succeduti, con la sola soluzione di continuità di Luciani, nel corso di mezzo secolo circa, saranno proposti alla venerazione dei cristiani ed all’imitazione per il popolo di Dio. E tuttavia, già nei tempi dei processi previsti dalle norme canoniche, viene rimarcata la straordinaria diversità degli approcci; mentre per Giovanni e per Paolo queste ultime sono state perfettamente rispettate, per Giovanni Paolo II si è derogato dai tempi, abbreviati al limite dei cinque anni dalla morte, tanto che nel 2010 (era morto nel 2005) già era beato e dal 27 aprile scorso è definitivamente canonizzato.

C’è qualcosa di significativo in tutto questo. In realtà papa Wojtyla godeva di una popolarità che ha consigliato una risposta pronta alla domanda di un popolo di Dio, ma anche di molti uomini di buona volontà che ritenevano la dichiarazione ufficiale della Chiesa come riconoscimento di una leadership spirituale difficilmente contestabile. Per la verità anche Giovanni aveva goduto di una popolarità universale, anche priva di alcune riserve di cui ha risentito il percorso pastorale di Giovanni Paolo II. Quest’ultimo tuttavia aveva potuto contare sull’immagine straordinaria di cui i media si sono fatti portatori, immagine che lui sapeva interpretare con una perizia ed una prontezza pressoché ineguagliabili: uno strumento che al papato roncalliano, nonostante la popolarità, era inevitabilmente mancato.

Sarà la storia a confermare o smentire l’efficacia pastorale di tanta forza di immagine, sarà il percorso della vita cristiana a testimoniare se all’immagine cospicua della presenza di Wojtyla, nella storia della Chiesa e del popolo di Dio, c’è o si realizzerà un riscontro di evangelizzazione significativa; per il momento e personalmente riterrei prematura e precipitosa qualunque conclusione, anche quella di chi afferma che col papa polacco è passata un’immagine, ma non un messaggio.

Assolutamente distinto qualunque ragionamento su Paolo VI. La sua immagine si faceva strada a fatica, non suscitava il facile entusiasmo, non si imponeva con la forza dell’impatto proprio del mezzo mediatico; era più facile avvertire l’angosciata meditazione della ricerca che non l’attacco “positivo” della conquista. Al punto che non mancarono le facili allusioni distorsive persino del suo nome di vescovo di Roma: Paolo mesto, anziché Paolo sesto.

In realtà papa Paolo non era affatto mesto, era un riflessivo e la sua azione ne è la prova più inconfutabile. Egli avvertì la forza dirompente delle culture contemporanee, ne comprese grazie ad una attenta valutazione, gli aspetti contradditori e cercò di promuoverne tutte le possibilità di incontro con le proposte del Vangelo. Intuì che non era possibile impedire i percorsi del consumismo e, valutate le forze dirompenti che ne caratterizzavano le temute derive, cercò di aprire un dialogo tra i popoli dell’indigenza difendendone i diritti al progresso in umanità, senza distinzioni di fedi o, peggio, di ideologie. Andò a cercare le periferie del mondo con un’attenzione non tanto carismatica quanto di ascolto e non esitò a denunciare tanto gli autoritarismi di destra quanto quelli di sinistra: nei fatti e nei comportamenti, non solo nelle dichiarazioni, come spesso accade. Più di una volta, i rappresentanti diplomatici di alcune dittature sud/americane, che avrebbero voluto omaggiarlo, dovettero ritirarsi nel gelo di compassate udienze condizionate dal manifesto quanto cortese dissenso del Papa. Non si lasciò mai convincere a comparsate plateali che avrebbero concluso, al di là delle intenzioni, per un appoggio alle dittature militari e repressive dei diritti umani.

Personalmente, non per un giudizio che non mi compete, ma per un senso di ammirata attenzione, penso ad una santità guadagnata con il discernimento delle possibilità aperte dal passaggio pastorale intrapreso da Giovanni. Papa Montini sapeva, anzi conosceva nel complesso e nel particolare, le coordinate di pensiero e di mentalità contrapposte che animavano il Concilio; sapeva benissimo che i “profeti di sventura” agivano con un’autorevolezza indiscussa che rischiava di imporsi alla maggioranza dei padri conciliari. Per questo operò non solo con intelligenza, ma con eroica attenzione alle prospettive di dialogo possibili all’interno dell’Assemblea per ottenere “cum spe, contra spem” il massimo di unanimità possibile sulle votazioni di testi assolutamente innovativi. Non c’è bisogno di conoscenze approfondite per azzardare che fu questo pressoché miracoloso: un episcopato che, alla vigilia del Concilio voleva condanne, chiusure, definizioni di contrapposti dogmatismi; un episcopato che pensava in negativo arriva a votare testi sulla collegialità episcopale quasi unanimemente, contro una tenace quanto autorevole minoranza che voleva ribadito il primato petrino senza distinguo; arriva a votare il testo sulla libertà religiosa contro lo svolgimento di una grande tradizione che sosteneva l’unica libertà del vero cattolico contro l’errore altrui. Soprattutto ottiene di imporre, con consenso tanto ampio quanto imprevedibile  una svolta in campo liturgico che pone al centro della celebrazione il popolo di Dio; una manifestazione di consenso quanto mai opportuna, tanto che reggerà (tale è almeno nelle speranze) agli attacchi dei rigurgiti reazionari che abbiamo vissuto negli ultimi anni e che solo il papato di Francesco sembra sul punto di “stoppare”definitivamente.

La questione decisiva però sta nelle sue idee sulla politica e sul ruolo che in essa definisce la responsabilità del laicato credente, organizzato e non organizzato. Certo anche nell’idea di Chiesa che matura attraverso il Concilio si impone la variabile del “Popolo di Dio” come essenziale alla costituzione di una ecclesiologia rivoluzionaria, difficilmente riducibile nelle categorie della continuità o discontinuità con la tradizione. Dalla “Sacrosanctum Concilium” (liturgia), alla “Lumen Gentium” (sulla Chiesa), il Popolo di Dio diventa elemento e soggetto di una novità che supera il concetto giuridico della Chiesa “società perfetta” ed introduce il senso ecclesiale del mistero di salvezza che si realizza nella storia e nel cammino di una storia che impone un discernimento dei segni dei tempi (da Chiesa società perfetta ad ecclesia semper reformanda).

E tuttavia se la responsabilità del laico nella Chiesa supererebbe ogni rigurgito di clericalismo, al netto dei tentativi di restaurazione, secondo le logiche dello “spirito di termidoro”;  se tutto questo è innegabile c’è una proposta dichiarata, ripresa con insistenza e ribadita  in tutto il magistero di Paolo VI che lo rende santo nell’attualità e nel concreto della storia di oggi: si tratta del richiamo alla dignità della politica. C’è un intreccio tra i documenti conciliari e gli interventi di Paolo che contiene del meraviglioso in senso tecnico. La politica è un dovere, la politica è compito della presenza dei cristiani, la politica è un modo esigente di presenza nella vita degli uomini; il cristiano non se ne può disinteressare ed il soggetto proprio e peculiare di tale interesse resta se non esclusivamente prevalentemente il laico che nella costruzione della città dell’uomo realizza una specifica e propria santità.

Per la verità già papa Giovanni aveva insistito sulla necessità che i Vescovi svolgessero il ruolo loro proprio, dedicato alla predicazione del Vangelo e non si immischiassero nelle contrapposizioni inevitabili della dialettica politica; Paolo però realizza un percorso magisteriale in positivo in simbiosi col Concilio: spetta ai laici non ai pastori individuare e discernere, decidere ed operare. E non si può operare e discernere senza piena responsabilità.

Se le proposte di santità fatte dalla Chiesa sono offerta per l’imitazione del cristiano, bisognerà pur pensare a tutte queste cose. Sarà gioco/forza valutare il danno arrecato da ingerenze clericali surrettizie che hanno provocato alleanze discutibili e scandalose agli occhi del mondo, ma ancor più sarà necessaria attenzione specifica alla indifferenza protestataria: per il cristiano, dice il complesso magisteriale di Paolo VI e del Concilio, c’è di mezzo la salvezza anche spirituale.

Stupisce, a fronte di tutto questo, il comportamento di disimpegno supportato dall’ingerenza clericale praticata da molti responsabili negli ultimi anni; stupisce la deriva scandalosa di maneggi truffaldini praticati da tanti cristiani impegnati in politica. Stupisce meno che il cittadino comune si ritragga pensoso o “infuriato” a fronte di tanti scandali; si tratta però, anche in quest’ultimo caso di un atteggiamento improprio. Anche per questo c’è bisogno di certe testimonianze che attraverso il loro livello eroico di santità ci propongano la strada da percorrere, l’imitazione da discernere.

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