Competizione generazionale

Carlo Baviera

genUn simpatico post su Facebook si augurava che, raggiunta l’età canonica, si potesse ricevere una comunicazione dal MIUR per accedere gratuitamente ad un corso Terza Età. Non per conseguire Lauree mancate. Solo un corso per la Terza Età! Per non trovarsi a combattere un nemico individuato sul lavoro in un coetaneo dei nipoti capace di dimostrare obsoleto metodo o stile di lavoro. Per evitare di alzare barricate contro tutto ciò che è nuovo perché “ai miei tempi…”

Mi ha fatto riflettere sulla resistenza che la mia generazione sta dimostrando, nonostante che molti si lamentino delle tante riforme pensionistiche degli ultimi lustri, di non voler mollare l’incarico ricoperto (soprattutto se ben remunerato e manageriale).

La resistenza viene esercitata anche e forse soprattutto in termini politici: le novità, le riforme, che i giovani arrivati al potere hanno messo in cantiere con un metodo da “rullo compressore” infastidisce molti. Anche io non sono entusiasta della guasconeria e di una certa arroganza che alcuni di loro dimostrano (“o si cambia o ce ne andiamo” “chi non condivide è un conservatore” “se non vi piace è un problema vostro”). Noi eravamo abituati ad altri sistemi: il metodo del confronto ha caratterizzato la vita politica di quanti hanno operato ispirati dal pensiero di Moro e Zaccagnini oppure di Berlinguer.

Però, siamo onesti; anche noi, la nostra generazione, a cominciare dal ’68, e poi in altri passaggi, abbiamo esercitato una pressione ed una critica con chi deteneva e rappresentava il potere per sostituire persone, schemi, metodi. E, ripensando ad alcuni Convegni o ad alcuni articoli pubblicati su riviste progressiste di quegli anni, bisogna ricordare che le proposte di abolire o modificare profondamente alcuni Enti, alcuni organismi ritenuti inutili e dispendiosi, erano espliciti. C’è stato un periodo in cui si ipotizzava anche l’abolizione delle Prefetture; e i Comprensori  avrebbero dovuto sostituire le Province.

Nel libro “Oltre il riformismo per riformare lo Stato” di Sandro Fontana, docente universitario e Ministro, si analizzava ad esempio la storia delle Camere di Commercio e quella dell’IRI; e si dimostrava come tanti Enti ed organismi, che avevano avuto una impostazione ed un utilizzo corporativo, siano sopravvissuti “nonostante che la riforma democratica fosse nei programmi dei grandi partiti popolari e fosse poi sancita dalla Costituzione repubblicana”, ma non venne attuata. Anzi portando nei Consigli di amministrazione di alcuni enti i rappresentanti dei sindacati o delle forze economiche e di categoria, si è mantenuta una serie di presenze che a volte si sarebbero dovute eliminare. In pratica, detto in parole povere, i partiti anziché procedere in modo incisivo per modificare in senso autonomistico lo Stato, hanno preferito utilizzare spazi di potere che gli enti statali garantivano con il sottogoverno. Non c’è solo e sempre questo atteggiamento negativo, ma purtroppo non è stato neanche il contrario.

Giusto o sbagliato che sia, dobbiamo ammettere che, quando una generazione nuova si trova ad una svolta della storia (e questo è un periodo non certamente di calma e normalità) è giusto che provi a proporre la ricetta che ritiene risolutiva, e che giochi la partita per cambiare il Paese.

Ciò su cui coloro che hanno qualche anno in più, soprattutto quanti hanno avuto responsabilità pubbliche, devono vigilare è l’area delle regole. I principi costituzionali devono essere rispettati; le modifiche istituzionali e costituzionali si devono fare col contributo di tutti, anche se non tutti saranno d’accordo su tutto; sul resto la maggioranza è legittimata a dare la propria soluzione: per questo la si è votata. So che mi si obietterà che l’attuale Premier e l’attuale maggioranza non è stata sottoposta al voto degli italiani; ma costituzionalmente è pienamente legittimata.

Quindi è bene ascoltare il suggerimento di Rusconi il quale il 6 di aprile su La Stampa, scrivendo a Rodotà e a Zagrebelsky, affermava che “non è evocando come spauracchio autoritarismo, decisionismo, craxismo, o anche berlusconismo che si convince una generazione che si sente presa in giro dalla politica e ha una gran voglia di cambiamento. Occorre un’altra strategia comunicativa. Date fiducia a questa generazione”.

L’unica preoccupazione che mi resta, riguardo ai tagli e alle soppressioni, è sulle ricadute locali. Rischio l’accusa di campanilismo: ma voglio sperare che aboliti (come si legge sui giornali) Camere di commercio, ACI, pratiche della motorizzazione, Agenzie Territoriali, e quant’altro, le aree periferiche e demograficamente minori non si vedano ancora una volta private di uffici e servizi a cui devono ricorrere per una serie di pratiche. Anche in considerazione del taglio ai trasporti già operativi; non sarebbe un gran vantaggio per la popolazione né per gli operatori economici e le imprese.

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