Quattro punti per le riforme

Renato Balduzzi (*)

senLa pausa delle ultime settimane di campagna elettorale consente una riflessione più ponderata sulle cosiddette riforme.

La riforma del bicameralismo e quella dei rapporti centro-periferia sono solitamente invocate per migliorare l’efficienza delle nostre istituzioni, al tempo stesso rilegittimandole attraverso la riduzione dei costi della politica e dei privilegi dei titolari di cariche pubbliche. Approfitto della cortesia di “Appunti Alessandrini” per sollecitare l’attenzione su quattro punti rilevanti.

1. Quanto al bicameralismo, la riforma dovrebbe da un lato evitare che maggioranze diverse nelle due camere paralizzino la vita politica e dall’altro tendere alla semplificazione del procedimento legislativo e a una maggiore rappresentanza dei territori, superando la situazione attuale che assegna alla Camera dei deputati e il Senato della Repubblica, entrambe elette a suffragio universale, sostanzialmente le medesime funzioni.

Si deve evitare di dar vita a una seconda Camera inutile e oziosa la quale, giustamente privata del potere di concorrere alla formazione e alla permanenza in carica del Governo, non sia però dotata di poteri sufficienti a legittimarne il ruolo e dunque venga indirettamente indotta a cercarsene comunque uno, finendo così per intralciare il procedimento decisionale in contrasto con le premesse da cui si muove.

Se infatti è importante che sia arricchito il circuito della rappresentanza, in quanto nella nostra epoca il deficit di capacità rappresentativa delle istituzioni costituisce forse il maggior pericolo per la vita democratica, l’affiancamento alla rappresentanza politico-partitica della rappresentanza dei territori (o delle autonomie, come si usa dire) non può significare mortificazione dei poteri della seconda Camera, perché un Senato senza poteri significativi non sarebbe neppure in grado di far valere la propria natura rappresentativa dei territori e delle autonomie. E dunque occorre affidare al Senato quelle funzioni e quei poteri che, qualificandone il ruolo di garanzia oltre che di rappresentanza (per esempio, in tema di nomine degli organi delle autorità indipendenti, o di costituzione di commissioni di inchiesta), lo configurino non come orpello del passato, ma come una risorsa in più per la tenuta della democrazia.

2. Quanto ai rapporti centro-periferia, il nuovo Titolo V del 2001 andrebbe integrato con una rappresentanza delle regioni (e dei comuni) nella seconda Camera e corretto per ridurre il contenzioso e dare più poteri allo Stato centrale.

Va superata una contraddizione preliminare: non si può al tempo stesso voler completare, attraverso la partecipazione regionale alla seconda Camera, la revisione del 2001 (che tendeva a un rafforzamento del regionalismo, addirittura con venature “federaliste”) e riaccentrare drasticamente materie e funzioni allo Stato. Un regionalismo davvero responsabile richiede un approccio diverso, centrato non sulla quantità di competenze, ma sulla qualità dei controlli a tutela dell’interesse generale, alla cui definizione appunto una seconda Camera in qualche modo rappresentativa delle autonomie può dare un contributo importante. Detto in altre parole: non è detto che Roma faccia per forza meglio di Torino o di Venezia o di Bari, ma dobbiamo fare in modo che gli obiettivi che il sistema Paese nel suo insieme si dà siano raggiunti in tutti i territori, almeno nel loro contenuto essenziale.

Sulla rappresentanza delle autonomie va poi detto che il nostro Paese non conosce soltanto quelle territoriali, ma anche le autonomie funzionali (università, istituti scolastici, professioni, camere di commercio) e quelle sociali (sindacati, volontariato, terzo settore). Siamo sicuri che non vi sia un modo non corporativo di dare voce alle formazioni intermedie, così cruciali nel momento in cui il problema di fondo è la coesione della società? In proposito, il senatore Monti e io, con la collaborazione della sen. Lanzillotta, abbiamo messo a punto un disegno di legge costituzionale (Atto Senato n. 1416), con specifiche proposte per valorizzare le autonomie funzionali e sociali, all’interno di un modello di Senato al tempo stesso di rappresentanza delle autonomie e di garanzia.

3. La notevole sensibilità dell’opinione pubblica sui costi della politica non va dimenticata, e dunque tutte le proposte devono dimostrare di prenderla in considerazione: ma la riduzione di questi costi, perché non degeneri in riduzione della democrazia, deve distinguere tra costi impropri e costi necessari, individuando gli sprechi e i privilegi reali da combattere e punire. I senatori del Regno d’Italia non percepivano indennità, ma forse il modello cui tendiamo non è quello di un Senato di nominati …

4. Infine, una vera e buona riforma deve porsi il problema delle modifiche alle maggioranze speciali che la Costituzione prevede per l’elezione degli organi (presidente della Repubblica, giudici costituzionali, Csm) e l’approvazione degli atti di garanzia (revisioni costituzionali, regolamenti parlamentari). Con leggi elettorali maggioritarie (o addirittura ipermaggioritarie, com’è il testo attuale del c.d. Italicum), la sola maggioranza assoluta non risponde alle ragioni che ispirarono il Costituente e dunque vanno introdotte maggioranze qualificate, che impediscano che il vincitore di turno delle elezioni per la Camera dei deputati possa occupare a proprio piacimento le istituzioni di garanzia e fare approvare i relativi atti, depotenziando quell’equilibrio che, a giudizio della generalità dei commentatori e degli studiosi, ha costituito e costituisce la qualità più importante della nostra carta costituzionale.

(Senatore di Scelta Civica di Alessandria)

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