Mesopotamica

Qui Alessandria Dario Fornaro

tanAl debutto del suo insediamento ai vertici comunali, Piercarlo Fabbio si avvalse più volte, nelle sue esternazioni, di un’immagine inconsueta, anche se etimologicamente appropriata: Alessandria come “città mesopotamica”, con Tanaro e Bormida a rammentare i mitici Tigri ed Eufrate. Condizione urbana, costretta tra due fiumi, che, doppiato da tempo l’ottavo compleanno della città, si doveva superare rappresentando ormai una incongrua costrizione, un corsetto storico-geografico inadeguato alle ambizioni di sviluppo che andavano maturando assieme alla nuova Giunta comunale.

Non si diede per lo più soverchio peso a questo linguaggio immaginifico, essendo ben nota la propensione metaforica del neo-Sindaco, e questa storia della città che, nella sua prossima, imminente espansione, avrebbe travalicato il Tanaro spingendosi a nord e ai lati della Cittadella, venne depositata, almeno provvisoriamente, tra i messaggi promozionali della nuova era amministrativa.

Erano del resto i tempi – parliamo della prima decade del secolo – nei quali le prospettive, vaghe o concrete che fossero, relative all’espansione urbana, si collocavano ad est (AL 2000, direttrice di Spinetta) e a sud-ovest (falansteri dell’estremo rione Cristo, nuovo Ospedale, insediamento logistico etc.).

L’episodio, per quanto vistoso, del nuovo Ponte Meier, sostitutivo dello storico Ponte Cittadella subitamente abbattuto per ferma volontà sindacale, non fu all’epoca collegato all’espansione a nord del nucleo urbano, essendo addebitato a insuperabili motivi di sicurezza idraulica nonché presentato come opera insigne per il decoro e la fama della città, con esplicito collegamento alla “valorizzazione” della Cittadella.

Bisogna arrivare agli ultimi mesi del mandato della Giunta Fabbio, a cavallo tra il 2011 e 2012, per imbattersi in un “atto” poliedrico che soddisfa a diverse condizioni e vari obiettivi, dichiarati o sottostanti, tra i quali non è azzardato intravvedere il primo passo effettivo e concreto per l’espansione Oltretanaro della città, a cominciare dalle attività economiche di varia natura e frequentazione. Si tratta dell’ormai famoso PISU (Piano Integrativo di Sviluppo Urbano) col quale, in tempi rapidi e la collaborazione politico-tecnica della Regione, il Comune ottiene di attingere, per una cifra cospicua, ad un Fondo europeo di riqualificazione urbana. La proposta accolta riguarda una porzione di città posta a cavallo del Tanaro, comprendente i quartieri o “borghi” Rovereto e Borgoglio (o Bergoglio). Il primo, posto in sponda destra del fiume, attualmente consistente e vitale; l’altro, sul lato sinistro, che, con gli attuali edifici recenti e sparsi, rimanda soprattutto all’insediamento storico, d’epoca fondativa, demolito, a partire dal 1730, per l’edificazione della Cittadella e opere connesse. Di fatto il quartiere Borgoglio oggi sarebbe in gran parte da reinventare (assetto urbanistico, insediamenti, popolazione, servizi etc.) ed a ciò si accinge il Progetto PISU – almeno a titolo di rompighiaccio – che percorre velocemente le sue tappe amministrative poco badando alla comprensione e al consenso dei cittadini e di ampie porzioni dell’ambiente politico. Del tutto viene infatti sommariamente divulgato e percepito che si tratta di ricevere dallo “Zio d’Europa” una cospicua somma-premio da spendere in opere varie e relative occasioni di lavoro.

Tra le opere del PISU figura anche una quota significativa dell’edificando Ponte Meier prosimo ai nastri di partenza. A nessuno viene in mente, a Palazzo Rosso, vecchia e nuova Amministrazione, di chiedere ragguagli su tale compartecipazione di progetti e finanziamenti, bastando e avanzando l’antica raccomandazione che a caval donato non si guarda in bocca. Tantopiù se, come sottolineano i promotori, si porta lavoro in città, qualsiasi lavoro: necessario, utile, accessorio o voluttuario che sia, vietato sofisticare.

E passi se questo clima, come dire?, euforico deve convivere, presso i cittadini e gli amministratori, con la gestione greve e malinconica del dissesto dei conti comunali e l’inseguimento oneroso del riequilibrio. E passino i paradossi al seguito, tipo: rifare integralmente , in nome del PISU, Via Dossena, che regge più che decorosamente, mentre si piange miseria su ben altre strade disastrate del centro storico e della zona commerciale.

Meier e PISU andavano afferrati al volo, senza tanti distinguo o patemi d’animo, in ragione della trentina di milioni movimentati in loco: così lo slancio propositivo del vecchio Centrodestra; così l’atteggiamento utilitaristico (fare di eredità virtù) del nuovo Centrosinistra.

Ma torniamo al rovello mesopotamico. Con la primavera di quest’anno comincia il battage sul PISU, nel senso di presentare doviziosamente all’opinione pubblica le realizzazioni previste, in tempi ormai ristretti, e di riparare alle vaghezze dei due anni trascorsi. Ed è in questo frangente che si colgono inediti elementi di vivace neo-urbanizzazione (ultra-mesopotamica) appoggiati o sovrapposti ad un disegno che fu descritto come ispirato al riordino, al restauro, alla valorizzazione dell’esistente, anche sotto il profilo socio-economico (vedi Rovereto e le botteghe artigiane).

Ne accenna ampiamente “La Stampa” del 23.4 – senza seguito di smentite o rettifiche – titolando al nuovo “boulevard Giordano Bruno”, asse portante di una “zona del commercio all’ingrosso, di supermercati e fiere”; di “area produttiva” più appetibile rispetto alle D3 e D4; di “rivoluzione viaria” idonea a “spostare gli equilibri urbanistici della città” e “attirare nuovo commercio” grazie anche alla vicinanza della Cittadella.

A quanto pare il mosaico comincia a delinearsi e il recente insediamento “Self”, con viabilità di servizio, è destinato a fare scuola per analoghe esigenze terziarie. E sia pure. Del resto, è dall’apertura della Tangenziale Nord, con gli svincoli di San Michele e dell’Osterietta, che l’area Cittadella-Tangenziale ha assunto, almeno in prospettiva, nuovo interesse d’uso insediativo. Una volta questa era materia di Piani regolatori generali, con ampie discussioni di merito; oggi, si sa, è tutto più fluido e anche l’urbanistica si declina, in ambiti amministrativi tendenzialmente ristretti, a pezzi e bocconi.

Resta comunque, in attesa dei tagli di nastro che si attendono copiosi e festevoli, almeno una curiosità: ma i Consigli Comunali, di ieri e di oggi, e in larga misura le stesse Giunte, che cosa sanno, che cosa hanno veramente capito e approvato, consapevolmente, di tutto questo marchingegno mesopotamico? Mah.

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