Genny a’carogna e le infiltrazioni della camorra tra gli “ultrà” del Napoli? Nulla di nuovo

Carlo Piccini

jennyLa vera forza delle mafie è sempre stata fuori dalle mafie. E’ ormai risaputo che tutti i clan e le famiglie mafiose, grandi o piccole, attive o silenti, oltre alla componente criminale necessitano di propri referenti politici, di referenti nell’imprenditoria, ma anche di consenso popolare, soprattutto attraverso il tentativo di infiltrazione nel mondo dello sport e delle tifoserie, in particolare in quelle del calcio, ma anche del basket, del volley, o del rugby.

Era il 3 settembre 2008, nel corso di una commemorazione in onore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, quando il capo della Polizia Antonio Manganelli (vedi nota a piè pagina) rilasciava dichiarazioni pesanti: “Abbiamo ragione di temere che ci sia un’influenza della criminalità organizzata nella tifoseria del Napoli in relazione alla gestione dell’episodio dell’Olimpico”. Il riferimento del capo delle Polizia era all’episodio in cui, qualche giorno prima, in occasione della partita Roma-Napoli, gli “ultrà” campani (tra virgolette, perché gli ultras veri si spera che siano tutt’altro, e che lo rivendichino ad alta voce) si erano di fatto impossessati di un treno diretto nella capitale, con tutte le scie di predazione, devastazione ed atti intimidatori violenti conseguenti.  Dietro le parole di Manganelli l’accostamento naturale tra una parte significativa di tifoseria partenopea e la camorra. Già il capo della Direzione Antimafia napoletana Franco Roberti, nell’ambito di un’inchiesta scaturita in relazione a violenze in una partita Napoli-Frosinone, aveva rinvenuto tracce di collusione tra alcuni capi-mafiosi e malavita organizzata, “seppur un legame  occasionale e non stabile”.

In quelle stesse ore il Ministro dell’Interno Roberto Maroni parlava di criminalità organizzata in relazione all’episodio di Roma, alludendo esplicitamente alla camorra ed offrendo cifre eloquenti: “su 3096 tifosi che hanno acquistato i biglietti per Roma-Napoli, circa 800 sono gravati da precedenti di polizia ed almeno 27 sono ritenuti appartenenti o contigui alla camorra”. Puntuale la reazione del  Ministro Ignazio La Russa: “Io non voglio criminalizzare le curve dove  otto ragazzi su dieci sono recuperabili, però non ho dubbi che bisogna utilizzare tolleranza zero per episodi come quelli di domenica scorsa”. E poi, con la consueta foga: “La camorra è solo un alibi. Gli incidenti nel calcio avvengono dappertutto, da Palermo al profondo nord”.  Che gli incidenti avvengano dappertutto può anche essere, ma sulla camorra che ingenuità!

In effetti la retorica delle poche “mele marce” che confinava la violenza in una minoranza di teppisti non organizzati e contenibili mediante i Daspo (Divieto di Accedere a manifestazioni Sportive) è invalsa almeno fino a quando, sempre il capo della Polizia Manganelli, osava finalmente dire nel 2010: ”I tifosi violenti in Italia non sono una sparuta minoranza ma sono migliaia, organizzati in tutte le province”.  E purtroppo i Daspo, le interdizioni dalle partite, la tessera del tifoso, la chiusura delle curve per cori razzisti, i tornelli e le perquisizioni, in questi anni sembra non siano serviti a molto.

Dai dati disponibili (rif. “Le mafie nel pallone” di Daniele Poto. Ed. Gruppo Abele,  2010, 243 pp.), Napoli e Catania hanno le tifoserie a maggior rischio di inquinamento mafioso. In particolare a Napoli è stato documentato l’intreccio con i clan della Sanità e dell’Alleanza di Secondigliano. E le complicità su cui contano queste “minoranze” era già stata rivelata in maniera apodittica, ad esempio, dall’arresto nel 2009 di Salvatore Volpe, 59 anni con precedenti per peculato, custode dello stadio San Paolo: in garage aveva 200 chili di materiale esplosivo da consegnare in occasione della partita Napoli-Udinese agli “ultrà” napoletani.

E se gli “ultrà” sopra le righe non sono una minoranza ma un mondo ben strutturato con significative complicità esterne, è lecito avanzare il sospetto che, almeno in certi contesti, anche qui le mafie facciano capolino con un sistema di illegalità diffusa.  Dalla collusione con ricatto estorsivo ai club del tipo “Se non mi dai quello che voglio ti faccio squalificare il campo”, alla vendita abusiva ed alla contraffazione di merchandising dei club, dal condizionamento di dirigenti o giocatori con metodi intimidatori ad una vera e propri scalata al potere o, perlomeno, di legittimazione della trattativa con le Istituzioni.  Esattamente come quella da copione avvenuta in Curva Nord lo scorso 3 maggio 2014, prima della finale di Coppa Italia, Fiorentina-Napoli, allo stadio Olimpico di Roma.

Si legge sul Sole24ore del 10 maggio 2014 come il pentito di camorra Salvatore Russomagno aveva già deposto che: «Alcune rapine ai danni di Lavezzi, Hamsik o Cavani sono state consumate dai Mastiffs  per punirli. Bisognava infatti colpire quei calciatori che avevano rifiutato di partecipare a inaugurazioni di club o altri eventi organizzati dai tifosi». Insomma, vendette trasversali per quanti «rispondevano negativamente alle loro richieste». «Il tifo organizzato è sempre espressione della criminalità organizzata e ciò è testimoniato dalla indicazione degli striscioni: lo striscione “Masseria Cardone” è relativo al clan Licciardi, lo striscione “Teste matte” è relativo ad un clan dei Quartieri Spagnoli. I “fedayn” sono stati sempre i più aggressivi e rissosi. Il gruppo “Mastiffs” – ha raccontato a verbale Maurizio Prestieri, ex narcotrafficante di Scampia e Secondigliano, oggi collaboratore di giustizia – mi risulta essere affiliato ai Licciardi e detto dato è confermato dal simbolo di questo gruppo, la testa di un cane, simbolo uguale a quello che hanno tatuato quasi tutti i giovani della Masseria Cardone». Non un cane qualunque, ma un mastino.

Sono passati più di cinque anni dalla prima denuncia del Capo della Polizia Antonio Manganelli, scomparso un anno fa, ma Genny a’carogna (al secolo Gennaro De Tommaso, figlio di un affiliato al clan Misso del rione Sanità), capo del gruppo dei “Mastiffs”, ha avuto l’opportunità di dimostrare in mondovisione che sulle curve del Napoli evidentemente poco è cambiato. E quel poco probabilmente è cambiato in peggio, facendo fare a tutti gli Italiani una figuraccia mondiale, oltre che con il criminale slogan “speziale libero”, inneggiante all’assassino dell’Ispettore di Polizia Raciti, anche con l’indegno spettacolo dell’inno di Mameli fischiato dall’inizio alla fine dai picciotti dell’antistato. Proprio quel “Fratelli d’Italia” tanto caro a tutti noi, ma oggi forse in particolare, ironia della sorte, proprio a quell’Ignazio la Russa per il quale, quando era Ministro, la camorra negli stadi era soltanto un alibi.

Antonio Manganelli (Avellino, 8 dicembre Roma, 20 marzo è stato un poliziotto e prefetto italiano. Dal 25 giugno, fino alla sua scomparsa, è stato capo della Polizia.

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