Angelo Campora, cammini di solidarietà

Domenicale Agostino Pietrasanta

donUn vescovo di questa Chiesa era solito ricordare che il metro del giudizio  si trova nel Vangelo, senza distinguo e senza inutili circonlocuzioni. “Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, pellegrino e mi ospitaste, infermo e mi visitaste, nudo e mi copriste, ero carcerato e veniste a trovarmi”; e concludeva col testo sacro: su quello saremo giudicati, provate a leggere MT., diceva, al capitolo 25.

Mi pare anche che aggiungesse che il numero dei Rosari recitati può essere sicuramente di aiuto, ma non decisivo; aggiungo io che forse non lo sono neppure i pellegrinaggi, pur importanti sia pure nel rispetto di una qualche graduatoria: in Terra Santa piuttosto che a Medjugorie, ma qui entro nel campo minato delle mie preferenze.

Non richiamerei queste indicazioni, se non ci avessi pensato per tutto il tempo che ho assistito, ed attentamente ascoltato, alla serata di presentazione, martedì scorso 6 maggio e nella sede di “Cultura e Sviluppo” alla presentazione del libro su don Angelo Campora. Prete della Chiesa di Alessandria, parroco di Lobbi, Assistente dell’associazionismo giovanile diocesano, fondatore del “Gabbiano”, promotore di presenze e di cammini comuni con tutti, non esclusi coloro che da soli non ce la farebbero, resi primi nelle scelte ispirate al Vangelo.

Non di Lui; meglio non del libro voglio parlare: peraltro facilissimo da rintracciare ad un prezzo “ultrapolitico”. Voglio accennare invece a quanto di eredità anche la nostra Chiesa locale, pur nelle inevitabili contraddizioni, riesce ad esprimere. E lo esprime attraverso testimonianze come quella di don Angelo

Mi verrebbe intanto da constatare che nonostante molte nicchie appartate, molte identità esclusive, tante preferenze per il gruppo autoreferenziale (cose che succedono sempre e comunque) ci sono molte esperienze di laici e di preti che sanno sul serio cosa significhino le frontiere del mondo; sanno interpretare l’abbattimento delle barriere, sanno fare della Chiesa un giardino aperto e non un museo, magari bellissimo, ma solo da conservare per i privilegiati; per quelli che potrebbero non essere i primi nel Regno.

Mi verrebbe da pensare che per raggiungere molte delle frontiere che il Vangelo ci indica, la strada migliore e forse l’unica praticabile non sia quella della conquista, ma sia quella del discernimento delle esperienze e dei loro segni positivi, presenti sicuramente anche nelle periferie più ardue da frequentare, più ostiche da capire, più insensibili al nostro pregiudizio. Si tratta di un pregiudizio che non avrebbe ragione di esistere non appena si ponesse mente alla complessità di un creato che, opera di Dio non può non avere i semi dell’apertura al Vangelo; bisognerebbe vederli, discriminarli discernerli, perché ne va di mezzo la nostra fede. Sento l’obiezione: facile a dirsi, altro affare è mettere in pratica. Giusto, ma guai se prendessimo a metro la nostra pochezza umana per un giudizio di assoluzione alla nostra indifferenza; soprattutto quando constatiamo che c’è qualcuno come don Angelo che è riuscito a realizzare l’indicazione del Vangelo

Mi verrebbe ancora, e per ultimo, da pensare ad un Vangelo che non guarda alla condizione col metro dell’apparenza. Don Angelo mi ricorda il Samaritano e di samaritani, anche in questa Chiesa ce ne sono sia tra i preti che tra i laici, di tutte le età; qui non conta la rottamazione, né fa distinguo il colore dell’abito. C’è il prete che passa oltre perché atteso alle cerimonie del tempio e c’è il prete che si ferma per tendere la mano. E su questo, sul metro del giudizio non c’è categoria né stato che tenga; o ti fermi a tendere la mano o rischi di rendere vano il Vangelo e la testimonianza conseguente: saremo giudicati sull’amore.

Il cammino di solidarietà non è semplice altruismo, non  è solo filantropia;  don Angelo ne ha fatto il metro di fedeltà al Vangelo.

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