Ridurre l’orario o tornare all’autarchia? Quale democrazia economica 2.0

Carlo Baviera

pelE’ passato il Primo Maggio: e quest’anno è stato oscurato (almeno in parte) sia l’aspetto legato alla Festa dei Lavoratori sia l’entrare nel merito specifico delle questioni. Perché hanno avuto più rilevanza gli slogan funzionali alla campagna elettorale, o le polemiche di Pelù (potremmo dire Pelù, chi?). Ma il lavoro, anzi la sua mancanza, continua ad essere una spina nella nostra società. Il Governo se ne è fatto carico, attraverso ad una proposta; ma autorevoli esponenti dell’economia e del sindacato ribadiscono che “il Job Act non sembra vada nella direzione di incentivare la fidelizzazione del lavoratore all’impresa, al contrario tende ad accentuare gli elementi di precarizzazione che minano ogni idea partecipativa e di democrazia economica”. E ci ricordano, sempre persone competenti, che “non  è con l’aumento della flessibilità in entrata che si risolvono le questioni della crescita e dello sviluppo sostenibile; il livello di occupazione non si determina sul mercato del lavoro ma  attraverso la crescita della produzione, l’innovazione, la produttività, la competitività e un coinvolgimento della risorsa umana”.

Sempre gli esperti ci dicono ancora che oggi “la stessa polemica sulla concertazione è fuori tempo, perché è figlia di un’organizzazione del lavoro che oggi si è  trasformata in profondità. Serve porsi una questione più rilevante che riguarda il ruolo e la funzione dei corpi intermedi”. E, aggiungerei io da incompetente, anche il lavoro (la sua organizzazione, l’armonizzazione con i tempi della famiglia, la flessibilità degli orari, gli oneri sociali e il fisco) riguarda per certi versi tutta la società; non è solo un fatto tra rappresentanze sociali ed economiche. Il nuovo welfare (se pensiamo al modello olivettiano, per avere un riferimento) che coinvolga  anche l’industria, pur radicalmente modificata rispetto ai modelli del novecento, deve costruirsi con il contributo e il coinvolgimento di tutti.

Tornado ai tema specifico del lavoro anche una personalità come Pierre Carniti analizza in profondità la questione: “negli ultimi anni, le politiche pubbliche si sono tutte concentrate sulla cosiddetta “riforma del mercato del lavoro”, che ha moltiplicato forme e normative dei rapporti di lavoro lasciando immutata la dimensione della disoccupazione. Così, più diventava chiaro che il problema con il quale eravamo (e siamo) alle prese è la mancanza di domanda di lavoro, più ci si è accaniti con interventi sul versante dell’offerta. Per affrontare concretamente il problema, il primo aspetto di cui si deve tenere conto è la disoccupazione provocata da “insufficienza da domanda effettiva”. Ossia da domanda assistita da una adeguata distribuzione dei redditi. Il rimedio a simile disoccupazione (detta “keynesiana”, perché descritta magistralmente da Keynes) consiste nel rilancio della domanda tramite aumento dei consumi delle famiglie e dello Stato. Il secondo tipo di disoccupazione, di cui poco si parla ma le cui conseguenze sono sempre più evidenti ed estese, è quella tecnologica” e cioè “mentre è ancora vero che se la produzione cala anche l’occupazione scende, non è più vero il contrario. I posti di lavoro che si guadagnano dove si “producono” le macchine e s’innova la tecnologia non compensano quelli che si perdono dove si “introducono” le macchine e le innovazioni tecnologiche. Si tratta appunto della “disoccupazione tecnologica”. Fenomeno già individuato da Ricardo nel XIX secolo. Gli storici dell’economia sottolineano infatti che nel caso delle prime due rivoluzioni industriali la questione di contrastare la disoccupazione con più tempo libero è stata risolta a favore di quest’ultimo”.

Conclude Carniti che, perché questa svolta si verifichi in tempi utili è necessario che, in parallelo, si sviluppi un forte dibattito ed una adeguata pressione collettiva intorno all’obiettivo di riorganizzare e ripartire il lavoro. E che ciò sia funzionale ad una più equa distribuzione del lavoro disponibile e dunque anche ad una efficace lotta alle diseguaglianze.

All’incompetente e al cittadino disoccupato, o con figli in cerca di occupazione, non resta che sperare, flessibilità o meno, che interventi normativi o ridistribuzione dei redditi (gli 80 Euro mensili in busta paga sono già qualcosa) l’economia ritrovi una via per riprendersi e ripartire. Se è vero che diciotto mesi di lavoro a contratto determinato è meglio di sei, e che un lavoro precario è sempre meglio di nulla, è anche vero che questo non può durare a lungo. Non solo per evitare reazioni, proteste, e quant’altro, ma soprattutto perché il lavoro (serio, stabile, equamente retribuito) è  uno dei diritti di ogni persona; gli va riconosciuto anche per non umiliarne la dignità e la cittadinanza.

All’interno di questo discorso s’inserisce lo slogan elettorale di coloro che sono per l’uscita dall’Euro: torniamo alla moneta nazionale e avremo meno vincoli e ci sarà più possibilità per le imprese di ripartire e dare lavoro. Giustamente Fabio Scacciavillani de Il Fatto quotidiano, ci riporta alla realtà: “Non sono mai esistite economie sviluppate che crescono solo in virtù della politica monetaria. Non sono mai esistite economie sviluppate che hanno fondato il benessere sulla svalutazione sistematica. La credenza che le presse della Zecca riattivino le catene di montaggio di aziende decotte o evitino le conseguenze di politiche scellerate equivale alla versione moderna della pietra filosofale. La politica monetaria permette al massimo uno spazio temporale di manovra per affrontare i nodi strutturali e dare un impulso alla produttività, unica fonte di crescita e benessere sostenibile. La moneta costituisce lubrificante dell’attività economica, che la banca centrale dovrebbe dosare con cura. I guai iniziano quando si scambia il lubrificante per carburante. La moneta filosofale non esiste al pari della pietra. Per di più l’abbandono dell’euro sarebbe l’equivalente di un’atomica economica. Al mero annuncio di un referendum, preteso dal M5S (ma al momento vietato dalla Costituzione) si diffonderebbe un’ondata di panico tra i i risparmiatori con conseguente corsa agli sportelli per ritirare gli euro prima che al loro posto rimanga una carta straccia denominata lira. Nel giro di qualche giorno il sistema bancario collasserebbe, poi toccherebbe alle aziende senza credito e infine seguirebbe tutto il resto. Solo i milionari con i soldi all’estero riderebbero. Senza dover ricorrere alle divertenti battute per le quali vanno famosi”.

Anche da questo punto di vista, sempre da parte dell’incompetente cittadino, è importante che le battute populiste o le ipotesi avventurose siano evitate per non farci regredire. Per non farci credere che potendo tornare a svalutare ed emettere moneta a piacimento riusciamo a competere in una economia globale dove, per tenere il passo, alcune condizioni le dobbiamo rispettare. Non sarebbe più neanche possibile tornare all’autarchia di periodi ormai lontani, e non certo paradisiaci.

Tutto fa pensare che, anche uscendo dalla crisi, non avremo più in futuro una crescita elevata. Diventa quindi importante, in queste condizioni (se lo chiedevano anche gli organizzatori della Settimana Sociale dei cattolici francesi del dicembre 2013), interrogarci su “come potremo ridistribuire lavoro e reddito in modo da non avere una crescente moltitudine di poveri?” (Sandro Antoniazzi)

Annunci

One thought on “Ridurre l’orario o tornare all’autarchia? Quale democrazia economica 2.0

  1. Non è il lavoro a mancare, ma l’adeguata retribuzione, proporzionata alla quantità e qualità della prestazione: in questo mondo, dove si smantella ogni forma di tutela sociale e di eguaglianza di diritti e di doveri per tutti, al solo scopo di favorire l’arricchimento di una piccola parte della popolazione, per di più con mezzi tra i più infami come la finanza, non dovrebbe meravigliare una situazione come quella odierna, situazione che è stata ricercata ad arte e che, naturalmente, nessuna Autorità civile o nessun professionista di rango elevato farà alcunché di diverso dall’affermare che esiste, poiché, per eliminarla, sarebbero costretti a ritornare sui loro passi e ripristinare un vero Stato di Diritto, fondato su quello jus superiorem (sed etiam pecuniam!) non recognoscens.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...