L’Europa ed i semi della pace (Per la conclusione di un dibattito)

Agostino Pietrasanta

(Terminiamo con le conclusioni di Agostino Pietrasanta il ricco dibattito sul futuro dell’Europa, a quattro settimane dalle elezioni per il parlamento di Strasburgo. Dopo l’incipit di Marco Ciani “Un’idea di Europa”, sono intervenuti Angelo Marinoni “L’Europa degli europei“, Daniele Borioli “Attenti ai pifferai dell’ antieuropeismo“, Carlo Baviera “L’Europa: una “espressione geografica”?“, Dario Fornaro “Grecia chi?“, Andrea Zoanni “Avanti con l’Europa federale” e Don Walter Fiocchi “Il processo di formazione europea: il primato della sfida culturale“. Ap)

flaLa constatazione è pressoché unanime: le motivazioni di un’idea d’Europa, benché presenti da alcuni secoli, trovano una prima risposta nel secondo dopo/guerra, per un consolidamento della convivenza tra gli Stati nazionali del continente, che superasse le esperienze delle guerre mondiali. Si trattò in sostanza di un approccio di difesa più che di progetto. Basti dire che la prima tappa concreta, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (C. E. C. A.) puntava al controllo delle fonti energetiche e dei manufatti indispensabili agli armamenti; in altre parole al controllo delle armi. La prova, almeno a mio modesto parere, potrebbe essere individuata nella preoccupazione del primo presidente della C. E. C. A., Alcide De Gasperi subito dopo la nascita dell’ Istituto (15 aprile 1951) cui fu messo a capo dalla convergente volontà dei “primi padri” (in particolare Monnet, Schuman, Adenauer),  nella preoccupazione, dicevo, di procedere ad una unificazione delle forze armate attraverso la Comunità Europea di Difesa (C. E. D.); si sarebbe trattato di un passaggio, per quanto parziale, di progetto (e non più solo di difesa) che avrebbe potuto aprire importanti prospettive di politica estera comune. Il piano fallì soprattutto per l’opposizione della Francia e per la resistenza di una concezione di istituzioni, fondata sulla struttura dello Stato nazionale, proprio ciò che l’Europa senza negarne le risorse storiche, avrebbe dovuto superare. Non è un caso che l’ostacolo decisivo sia venuto dalla Francia, la “grande nazione” dell’età moderna nel continente; De Gasperi ricevette informazione del fallimento mentre in Valsugana, era pressoché agonizzante.

La tappa successiva (primavera del 1957) fu la firma dei trattati di Roma per la nascita della Comunità Economica Europea (C. E. E.) che intraprese un percorso su cui il nostro dibattito si è soffermato non senza perplessità: si è data precedenza all’unione dei processi economici, senza tenere conto dei primati della cultura e della politica.

La breve introduzione, un po’ nozionistica mi sembra indispensabile, almeno per il ragionamento di cui dispongo, per entrare nel merito dell’obiezione.

Non metto in dubbio che per l’Europa e la sua unità federale potrebbero concorrere una serie di motivazioni ideali non indifferenti: la cultura del primato di ragione e di tolleranza, la fondazione istituzionale sul diritto e non sulla forza dispotica, l’ispirazione religiosa fondata sulla pietas cristiana costituiscono fondazioni culturali costitutive dell’idea d’Europa anche per la storiografia di riferimento (Chabod e Febvre tra gli altri). Bisognerebbe però aggiungere che la realizzazione di questi riferimenti ideali ha marcato un inevitabile cammino di complessità.

Quando la culla dei valori di quadro, il Mediterraneo ed i suoi confini sono entrati in crisi con la crisi contestuale dell’ impero romano, lo spostamento dell’asse economico e politico verso il Danubio ha incontrato tutte le risorse, ma anche le difficoltà di una contaminazione straordinaria di civiltà diverse. E l’Europa si è formata lì: in quell’ambiente geografico ed in quel contesto di complessi apporti culturali. Non che i popoli del “profondo continente” fossero privi di una loro cultura (erano barbari per l’etimo dei latini); dico solo che si imposero delle conseguenti soluzioni frammentate anche sul piano delle istituzioni politiche; anzi lo stesso nomadismo dei popoli più lontani dalla cultura che si andava imponendo e contaminando, era messo in crisi da una sedentarietà localistica. Solo la ricostituzione di un diverso impero (il sacro romani impero)  ha tenuto un’aggregazione del diverso che finì per organizzarsi e placare problemi di frammentazione, ma non di risolverli.

Non voglio e non posso dilungarmi, ma mi basti constatare che la vera soluzione dei localismi sfociò nella formazione degli Stati nazionali; nati per ragioni di carattere economico e culturale posero fine alla frammentazione interpretata dal feudalesimo. Prima in Francia, poi in Spagna, tra la fine del medio/evo e l’inizio dell’età moderna, poi in Germania e ben ultima in Italia si realizzò l’unità nazionale nello Stato.

E qui nasce il problema di fondo, almeno dal punto di vista dell’unità federale europea. La formazione dello Stato nazionale, ne consacrò anche la sua forza. Non solo; si trattò di un vero e proprio e surrettizio capovolgimento del diritto come forza, dal momento che fu la forza stessa ad essere gabbata per diritto. Ogni stato si formò non solo a danno degli altri, ma solo con una serie di sottomissioni dei più deboli con la potenza degli armamenti e con la sopraffazione delle possibili diversità e della loro ricchezza.

La deriva ultima del processo in sé non negativo della formazione degli Stati nazionali, ma degenerato per le ragioni appena accennate fu il totalitarismo di Stato e la sua espressione nelle dittature novecentesche. Anche alla Chiesa cattolica, ed alle Chiese cristiane in genere, sfuggì di mano il percorso iniziato nel momento in cui, per cause persino spiegabili, non solo appoggiarono l’assolutismo, ma interpretando l’antigiudaismo comune a parecchie culture dell’età moderna in Occidente, favorirono indirettamente l’antisemitismo pur combattendolo in via di principio: una drammatica eterogenesi dei fini e dei progetti.

Le due guerre mondiali scossero infine le culture e le coscienze. L’Europa doveva risolvere, in seguito ad una degenerazione, la fine dello Stato nazionale. E tuttavia due precondizioni ne indebolirono i percorsi. La prima sta nell’impossibilità di fatto, per una fondazione di autorevolezza, di porsi al di sopra dei nuovi imperialismi;  l’entità Europa, diventata periferica rispetto agli U.S.A. fu anche impedita di farsi punto di equilibrio fra gli Stati Uniti d’America e l’ Unione Sovietica e si schierò da una parte sia pure per ragioni ben note e forse persino insormontabili; e chi sta da una parte non si fa arbitro autorevole. La seconda sta nella difficoltà delle culture popolari e delle mentalità a superare gli egoismi nazionalistici.

Le due cause o concause si resero anche più dirimenti alla caduta di uno dei due imperialismi ed alla inevitabile egemonia degli U.S.A. sul mondo, non escluso il “vecchio continente”.

In questo contesto e con queste premesse non può stupire il difficile cammino di un’ unione federale; anzi di un cammino fino ad ora non intrapreso, se non con innumerevoli contraddizioni. Si fa presto a porre a base di uno Stato federale, almeno tre componenti istituzionali: la politica estera, la politica di difesa, la politica economica e monetaria; quando non vi siano almeno questi percorsi comuni non si può parlare di federazione e se intervengono accordi fra Stati per favorire commerci, comunicazioni e mercati si può parlare al massimo di confederazione.

Ora, per una serie di fattori forse imposti da condizionamenti inevitabili, l’Europa sta vivendo ed operando delle contraddizioni, anche istituzionali, evidenti. Si tratta di una confederazione in cui si sono inseriti, se non insinuati dei meccanismi federali. Non ha una politica estera comune e, a fronte delle sfide mondiali in corso, è obbligata ad accordarsi, quando ne sia capace, con trattative estenuanti. Eppure sarebbe facile capire quanto più forza avrebbe nell’orientare la sue politiche sull’immigrazione, sui conflitti medio/orientali e sugli incidenti internazionali (si pensi alla vicenda dei marò italiani) se si fosse in presenza di una politica estera comune. Non ha apparati comuni di difesa; nella migliore delle ipotesi e con risultati sempre precari, decide se appoggiare o meno altre parti dello scacchiere internazionale (U.S.A. in particolare) quando si verificano le condizioni del conflitto. Non ha una politica economica comune con una Banca europea che gestisce la moneta unica , ma non gestisce (eccezione tecnicamente contraddittoria) una finanza comune e neppure il debito che rimane sovrano e non federale; al massimo compra titoli di Stato per impedire il peggio.

Questa la situazione, sia pure sulle generali ed in pochi tentativi di estrema sintesi.

Sta di fatto che chi vorrebbe uscire dalla contraddizione ritornando al vecchio Stato nazionale non coglie quanto di debolezza si subirebbe di fronte ai colossi politici ed economici vecchi, nuovi ed emergenti. E chi chiede il ritorno alla moneta nazionale non calcola i rischi di inflazione devastante che si potrebbero correre.

Siamo a metà del guado; non si può scegliere se non procedere e c’è un momento nella storia di tutte le vicende in cui i percorsi si fanno rapidissimi; forse siamo in uno snodo di tal fatta. Lo so che sarebbe facile se le culture e le mentalità fossero mature, ma di fronte agli egoismi, ai particolarismi ed alle culture dell’individualismo serve una scatto di slancio e rilancio; e questo non può che essere interpretato se non dalle elite.

Forse un passo decisivo potrebbe essere l’assunzione del debito a livello federale, nonostante le immense difficoltà: il passaggio servirebbe a togliere di mezzo tante preclusioni e parecchie strumentali opposizioni. Oggi però noi non possiamo, come elettori, che dare forza agli organismi comunitari che debbono decidere. Siamo alla vigilia di un voto che potrebbe rafforzarli o indebolirli: sta a noi non dare spazio ai “pifferai dell’antieuropeismo”. Ben sapendo però che senza Europa, alcuni semi di pace che, con difficoltà e con tutte le possibili contraddizioni sono stati impiantati,  potrebbero imputridirsi definitivamente.

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