Un annuncio che provoca conseguenze sociali

Carlo Baviera

pafLo confesso. Era da qualche tempo che aspettavo di ascoltare qualche critica o obiezione riguardo a Papa Francesco. Denuncio il mio peccato di pregiudizio; ma vedere tutto l’entusiasmo che si è (giustamente) manifestato dopo la sua elezione e per i primi significativi gesti mi sembrava strano. Possibile che all’improvviso le varie anime che formano la Chiesa si fossero ritrovate in quello stile, in quelle parole, in quei richiami, soprattutto in quel fuggire da procedure e ritualità consolidate? Poi, finalmente (lo dico perché serve a fare chiarezza sulla sostanza del messaggio e sulle scelte di Francesco) qualcuno ha cominciato ad avanzare qualche perplessità. Per ricorrere a luoghi comuni e a qualche semplificazione, individuerei le contestazioni, nei gruppi conservatori e neoliberisti da una parte, e i “rigoristi” della laicità dall’altra. Gli uni sembrano sconcertati da un Papa che non insiste una volta sì e l’altra pure sui valori non negoziabili e che attacca così pesantemente il totalitarismo dell’economia liberista (ma non lo avevano fatto anche i suoi predecessori?). Gli altri pensavano a un cambiamento sostanziale rispetto all’insegnamento su vita, famiglia, libertà religiosa, temi etici, sacerdozio femminile, e vedono che non ci si muove rapidamente per superare le posizioni ritenute tradizionali; anche se Francesco nei suoi interventi ha insistito più sulla misericordia, sulla vicinanza, sull’apertura che non sul giudizio o sulla condanna.

Nella Evengelii Gaudium il Vescovo di Roma ricorda a tutti, contestatori, perplessi, ed entusiasti, che “Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro è la carità” […]  “un Padre che ama infinitamente ciascun essere [..] confessare che Gesù ha dato il suo sangue per noi ci impedisce di conservare il minimo dubbio circa l’amore senza limiti che nobilita ogni essere umano. La sua redenzione ha un significato sociale [..] Confessare che lo Spirito Santo agisce in tutti implica riconoscere che Egli cerca di penetrare in ogni situazione umana e in tutti i vincoli sociali”. E’ quindi anche quella carità, che aiuta ad affrontare e risolvere le difficoltà sociali, a cui tutti siamo richiamati e a cui deve in qualche modo cercare di indirizzarsi l’attività dell’evangelizzazione. Evangelizzazione è (anche) promozione umana! Dopo il 1976 lo si è dimenticato?

Ancora il Papa ricorda che“La proposta del Vangelo non consiste solo in una relazione personale con Dio. E neppure [..] dovrebbe intendersi come una mera somma di piccoli gesti personali nei confronti di qualche individuo bisognoso. [..]La proposta è il Regno di Dio […] uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti. Dunque, tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali”. Siamo, perciò, sollecitati, non solo e non tanto personalmente, a creare momenti e modalità per una incisiva presenza nella storia, nelle vicende delle nostre contrade e borghi, nel contaminare i processi di elaborazione e decisione dei progetti e delle scelte amministrative e politiche. E lo possiamo fare se convinti, formati, e decisi a prendere parte alla vita pubblica, “preoccupandoci per la salute delle istituzioni della società civile, ed esprimendoci sugli avvenimenti che interessano i cittadini”, non soltanto con attività di volontariato o di servizio civile.

Papa Francesco ricorda opportunamente che la Chiesa “non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia”(Benedetto XVI)  e che “Tutti i cristiani, anche i Pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore. Di questo si tratta, perché il pensiero sociale della Chiesa è in primo luogo positivo e propositivo, orienta un’azione trasformatrice, e in questo senso non cessa di essere un segno di speranza”; perciò chi si lamenta delle critiche all’economia di mercato capitalista e alla dittatura della finanza fatte dal Papa, oppure del suo sostegno ai popoli che lottano per la giustizia impegnando la Chiesa sul fronte dell’impegno per il lavoro (che sia anche servizio alla dignità della persona), per l’attenzione agli esclusi anziché al PIL, per la difesa delle produzioni locali (anziché dello sfruttamento commerciale imposto da multinazionali) e dei territori da difendere rispetto all’imperialismo economico, dicevo chi si lamenta di tutto ciò è servito. E capisco che sollevi perplessità rispetto a questa visione evangelica, che svincola la religione da un’immagine di stabilizzazione sociale.

Allo stesso modo, anche se con tutt’altra motivazione, comprendo la prudenza nell’esprimere un giudizio troppo favorevole da parte di chi attendeva prese di posizione e aperture di “modernità”. Nella sua Esortazione Apostolica Francesco, pur ricordando quanto già lucidamente indicava Paolo VI circa  l’impossibilità di individuare una soluzione universale riguardo ad alcune situazioni e problematiche sociali (lasciando alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese), indica il  Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa quale strumento adeguato per riflettere su tematiche quali il significato di persona, di famiglia, di destinazione universale dei beni. Pertanto, anche se si ricorda come a volte l’insegnamento morale sembra identificarsi con aspetti secondari, e riconoscendo una gerarchia delle verità nella dottrina, si riconosce che “non potremo mai rendere gli insegnamenti della Chiesa qualcosa di facilmente comprensibile e felicemente apprezzato da tutti. La fede conserva sempre un aspetto di croce, qualche oscurità che non toglie fermezza alla sua adesione”.

Ad esempio, parlando del matrimonio si afferma che questo “tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. Ma il contributo indispensabile del matrimonio alla società supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia. Come insegnano i Vescovi francesi, non nasce dal sentimento amoroso, effimero per definizione, ma dalla profondità dell’impegno assunto dagli sposi che accettano di entrare in una comunione di vita totale”.  Anche se attraverso al prossimo Sinodo, chiamato a interrogarsi sul tema della famiglia, potrebbero emergere novità importanti. La stessa posizione, considerata di non apertura ad alcune istanze della società, riguarda la questione del sacerdozio non consentito alle donne: “Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità, pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere. Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere”.

Sono esempi per sottolineare che una parte dell’opinione pubblica, in particolare di quanti sono meno praticanti o si dicono non credenti, pur apprezzando tante prese di posizione o il cammino intrapreso per riformare ciò che del papato o del Vaticano rappresenta la parte mondana e di potere, restano perplessi su una serie di questioni indicate come “verità da annunciare con fedeltà al Vangelo”.

Questo per quanto riguarda le posizioni che cominciano a delinearsi con qualche critica a Francesco. Spero invece che tutti coloro che continuano a entusiasmarsi per questa nuova stagione legata all’attuale papato, lo dico anche e soprattutto per me, comprendiamo fino in fondo i suoi inviti e i suoi metodi. La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione”, “i movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori. Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con la realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare. Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici”, “A quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò [questioni intorno alle quali si ricerca e si riflette con grande libertà] può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo”, “i precetti aggiunti dalla Chiesa posteriormente si devono esigere con moderazione per non appesantire la vita ai fedeli e trasformare la nostra religione in una schiavitù, quando la misericordia di Dio ha voluto che fosse libera”, “l’impegno evangelizzatore si muove tra i limiti del linguaggio e delle circostanze. Esso cerca sempre di comunicare meglio la verità del Vangelo [..]non rinuncia al bene possibile. [..]la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”.

Se non ci convertissimo allo stile e alla libertà a cui ci invita l’attuale Vescovo di Roma, saremmo noi i suoi peggiori alleati, anche se fossimo entusiasti in Piazza San Pietro a sventolare striscioni o a elogiarne i meriti quotidianamente con i vicini di casa.

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