Il processo di formazione europea: il primato della sfida culturale

Don Walter Fiocchi

(Ultimo, importante intervento, a un mese dalle elezioni europee, questa volta da parte di don Walter Fiocchi, nel ricco dibattito sul futuro del Vecchio Continente promosso da Ap. Nei prossimi giorni le conclusioni di Agostino Pietrasanta. Richiamiamo i precedenti contributi di Marco Ciani “Un’idea di Europa”, Angelo Marinoni “L’Europa degli europei“, Daniele Borioli “Attenti ai pifferai dell’ antieuropeismo“, Carlo Baviera “L’Europa: una “espressione geografica”?“, Dario Fornaro “Grecia chi?” e Andrea Zoanni “Avanti con l’Europa federale“. Ap)

prÈ di fronte agli Europei una sfida che non ha precedenti. Si sta tentando di fare qualcosa di unico sia per la sua portata economica e sociale, ma anche e forse soprattutto nel metodo: si cerca di modificare il concetto di sovranità nel rapporto tra gli stati europei e, demo­craticamente, con il concorso degli stati, percorrendo nello stesso tempo la strada dell’allarga­mento e dell’integrazione.

Una sfida veramente epocale che coinvolge tutti gli aspetti della vita so­ciale del continente, anche quelli culturali e religiosi della convivenza, una sfida da condurre nel rispetto delle diversità e delle identità dei singoli paesi, realizzando quanto disse un par­lamentare romeno in un suo discorso sull’Eu­ropa: «Voglio entrare in Europa perché l’Europa è un’unione democratica di minoranze».

L’Europa si presenta come patria elettiva, come progetto democratico e culturale completamente diversa dall’esperienza americana, dove gente si sposta dai paesi sfavoriti del mondo e poi si fonde attraverso un’unica lingua. L’Europa vuole giungere ad una confederazione di stati nazionali, che ne superi i limiti storici senza esigerne la scomparsa, cercando di fondere le energie e le risorse di ciascuna nazione sotto un comune spirito culturale per affrontare le grandi sfide della globalizza­zione.

É certamente ancora lunga la strada da compiere, ancora molti piccoli egoismi devo­no essere vinti, e superati tanti “tira e molla” per qualche pugno di Euro a proprio favore che pure persistono. Se le mura e le fondamenta della casa sono costruite, manca tutto il resto.

Per abitare la casa europea bisognerà ripensare e rifondare le istituzioni, i meccanismi deci­sionali, le strutture interne che, in gran parte, erano state pensate per un’Europa a 6, quella che nacque a Roma nel lontano 1957. Il rischio dell’UE è quello di diventare un’organizza­zione con troppi membri e con l’incapaci­tà di prendere decisioni; sintomi già visti e ben presenti ancora oggi e che fa temere un’Europa che non sappia andare oltre l’essere una grande area di mercato unico.

La Convenzione europea per le riforme, l’organismo presieduto da Valery Giscard d’Estaing ha cercato a suo tempo di studiare e modificare più in profondità le strutture europee per quanto riguarda, ad esempio, il ruolo del presidente della Commissione, quello del Parlamento, cercando anche di variare in maniera significati­va i turni di presidenza e comunque di dare spazio ad un’Europa capace di guardare di più all’interesse comune e un po’ di meno agli interessi nazionali. Ma sono ancora sul tap­peto molti problemi, dei quali do solo un rapido elenco che merita ulteriori approfon­dimenti.

Vi è il problema della composizione della Commissione. Quale che sia il numero dei com­missari, l’importante è dare al presidente della Commissione tutti i poteri necessari per ge­stire efficacemente il collegio, con la garanzia che non si possano prendere decisioni contra­rie alla volontà della maggioranza degli stati membri. Gli stati membri trovano politica­mente difficile rinunciare al diritto di veto in campi quali la politica sociale, l’asilo e l’immigrazione, la politica commerciale comune, la coesione e le imposte. In un’Unione di 25 o più stati membri, la ricerca forzata dell’unanimità finirebbe per impedire qualsiasi pro­gresso.

L’Unione Europea deve poi diventare capace di assumersi le sue responsabilità a li­vello mondiale soprattutto nel campo della prevenzione dei conflitti e della gestione delle crisi in atto. L’UE deve perciò sviluppare una capacità autonoma di prendere decisioni in collaborazione con la NATO (finché si riterrà di tenere in piedi questo organismo, che po­trebbe diventare inutile in presenza sia di una ONU nel possesso delle sue funzioni, sia di un organismo politico-militare europeo) e con gli Stati Uniti, o indipendentemente da essi. Ge­stire le crisi, come si è visto anni fa in Kosovo, significa non solo imporre un cessate il fuoco, ma anche tenere divise le opposte fazioni, salvare ed evacuare i cittadini dell’Unione Europea, assistere i rifugiati, fornire tutti gli aiuti umanitari (alimenti, medicinali…), imporre e man­tenere ordine e legalità; e prima ancora intervenire per ridurre le tensioni e impedire che sfocino in conflitti armati.

É necessario chiarire il rapporto tra la linea europeista che privi­legia l’approccio intergovernativo (le decisioni vengono prese nei vertici dei Capi di Stato o di Governo) e una linea che valorizza l’approccio sovranazionale (le decisioni vengono prese dal Parlamento europeo).

Non si pensa ad una Unione Europea dall’Atlantico agli Urali, perché la Russia richiede una sua autonomia geopolitica, ma importante è la qua­lità del legame con questa grande entità euro-asiatica, avviando rapporti cospicui di coopera­zione e di mutuo rispetto con la Russia.

E poi c’è il rapporto col Mediterraneo, con le sue due grandi aree, quella magrebina e quella mediorientale: determinante può essere in en­trambi i casi il ruolo dell’Europa, per avviare da una parte una politica seria di cooperazione e di sviluppo che affronti anche in modo nuovo il problema della emigrazione da questi Pae­si; dall’altro con la possibilità di svolgere un ruolo di mediazione nel terribile conflitto me­diorientale, con la possibilità che le viene da una amicizia non condizionata da interessi po­litici nei riguardi di tutti i contendenti e dall’assenza, nel suo patrimonio genetico, di volontà di prevaricazione sia politica, sia economica, sia militare.

L’Europa non è, non vuole, e non deve essere ridotta principalmente a un mercato o a un automatismo bancario, come è accaduto negli ultimi anni, dimenticando le ben diverse prospettive sostenute tanti anni fa dai “Padri Fondatori (Adenauer, De Gasperi e Shumann), e come “riprogettato” da Jaques Delors e sostenuto ancora da Romano Prodi. É affermare che il primato spetta alla politica, alla cultura e ai valori. La moneta e il mercato, per quanto importanti, vengono dopo, non prima.

Potremmo dire che tre idee di Europa si sono storicamente succedute e hanno dato il proprio apporto a farci “europei” così come siamo oggi.

Quando nacque sulle rovine dell’Impero Romano, la prima Europa fu soprattutto una “idea”, una unità di cultura e di fede. Le università e le cattedrali sono la testimonianza tuttora visibile che la prima unità europea fu ben più profonda di una banale unità geografica, mercantile o politica. Essa certamente fu caratterizzata da una coscienza ancora immatura della propria identità, e si chiuse talvolta in se stessa come una “fortezza”; eppure, nonostante i limiti, conteneva in sé una grande “idea”.

La seconda Europa, quella moderna, nasce invece dalla rottura dell’unità tra fede e cultura, fra trono ed altare, che avrebbe condotto alla secolarizzazione e alla frammentazione del Continente. Nascono così gli Stati nazionali assoluti, c’è indubitabilmente anche l’acquisizione di una nuova coscienza dei diritti fondamentali dell’uomo, e l’Europa moderna pone al centro della vita sociale e politica il “cittadino”, non più il “cristiano”. Eppure, nonostante la fine della “cristianità”, le radici spirituali permangono, sotterranee, apparentemente lontane, ma danno vita ad un ineliminabile confronto-scontro tra la nuova cultura “liberale” e “laica” che di necessità deve confrontarsi e schierarsi con la linfa cristiana che percorre ogni nervatura della nuova Europa. La seconda Europa dà vita però a una nuova “torre di Babele”. Segnata da profonde divisioni spirituali, culturali e politiche, nonostante i progressi straordinari in tutti i campi, la seconda Europa giunge a forme estreme di incomunicabilità, specialmente negli ultimi due secoli del nostro millennio, dominati da frontiere ideologiche insormontabili e sconvolti da guerre fratricide devastanti.

Oggi l’Europa, la terza, nasce dopo il fallimento delle ideologie, che invano hanno cercato di dare un supporto ideale, di pari valore rispetto a quello che alla prima Europa venne dall’umanesimo cristiano. Il vecchio Continente si ritrova “post-cristiano” e “post-morale”, in preda a forme di nichilismo, di relativismo etico e di neocapitalismo selvaggio.E il prezzo umano pagato è stato, ed è, altissimo. L’avere ha compromesso l’essere; la tecnica ha collocato in second’ordine la cultura, che è l’anima del vecchio Continente.

Ecco perché, dopo la fine traumatica della stagione ideologica, la terza Europa o nascerà come “Casa comune”, sulla base di una rinnovata unità culturale, o non nascerà. Non entro nel merito dell’annoso dibattito sulle “radici cristiane dell’Europa”; sono tra coloro ai quali poco importa una formale dichiarazione su queste radici; preferisco vederne e constatarne i frutti nelle scelte politiche di costruzione dell’Europa stessa. Purtroppo negli anni che stanno dietro di noi, questi frutti (di tipo culturale e ideale) sono pressoché scomparsi, per costruire un’Europa “mercantile”, prodotto di politiche sostanzialmente asservite o succubi di una sistema di stampo finanziario e capitalista nelle sue direttrici di azione. Da tanti, troppi anni, i termini ricorrenti nel linguaggio degli uomini delle Istituzioni europee e in quello dei Capi di Stato e/o di Governo, sono solo ed esclusivamente linguaggi economicistici, senza più, se non in qualche concessione verbale (flatus vocis) alcun riferimento alla cultura e agli ideali sorgivi dell’Unione.

Eppure l’Unione Europea costituisce il primo tentativo di organizzazione di un continente su base democratica, egualitaria, di rispetto dell’identità altrui. É la vera “democrazia” quella che si sta tentando… con la chiara consapevolezza che storicamente la democrazia è sempre stata frutto di un progresso graduale e complessivo in campo economico, sociale, politico e cultu­rale, e non di una conversione istantanea, come ai tempi in cui un paese cambiava religione ogni volta che il potere passava a un nuovo principe, né come una imposizione dall’esterno. Ed è ancora da chiarire quale contributo le Chiese possono dare con la loro presenza sociale, culturale e spirituale: è ciò che Romano Prodi chiama “dare un’anima all’Europa” o che Havel definisce “un sentimento comune”. Un contributo che è la proposta di nuovo umane­simo: è questa la radice cristiana dell’Europa, l’unica realtà che può aiutare ad affrontare i problemi di convivenza con l’islam, di rapporto con il Mediterraneo, perché ha in sé la cul­tura dell’alterità, della diversità rispettata.

Un grande progetto che non guarda solamente ai vantaggi materiali prodotti dalla condivisione della prosperità e dello sviluppo sostenibile nel più grande mercato del mondo, ma che è prima ancora un grande progetto politico: co­struire un’Unione democratica, responsabile, solidale e che non si sente “fortezza assedia­ta” né dal punto di vista politico, né economico, né religioso, né culturale.

Mi sembra giusto perciò concludere con parole del presidente Prodi: «Se questo disegno fallisce, e può darsi che fallisca, almeno è il più grande disegno che sia mai stato proposto, e viene dalla storia, emerge dalle esigenze reali sofferte, dai sepolcri delle due guerre mondiali, dagli or­rori e dai drammi. Io credo che valga la pena per un paese come l’Italia credere in questa sfida, e anche per noi eredi della tradizione cattolico-liberale e democratica credo sia op­portuno scommettere su questo disegno in Italia e in Europa».

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2 thoughts on “Il processo di formazione europea: il primato della sfida culturale

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