Cesarino Fissore: non solo “libraio”

Agostino Pietrasanta

fisSarà stata la definizione a lui più gradita ed, in certo senso congeniale, sarà stato il senso di discrezione di chi gli fu più caro; resta il fatto che quella qualifica, riportata anche sull’annuncio della sua morte, non può dispiacere a nessuno dei suoi tantissimi amici e dei suoi numerosi conoscenti. Cesarino Fissore fu un libraio di grandissimo talento; eppure ha ragione da vendere chi, ben più autorevole di me, ha osservato che l’espressione, veritiera fin che si vuole, riesce, alla fine, riduttiva. In effetti fu un promotore di cultura e lo fu nell’unico modo  accettato dagli alessandrini, persone un po’ appartate, ma concrete. Non pretese mai di lanciare grandi messaggi, né di esprimere tonalità cariche di retorica; semplicemente seppe riconoscere le qualità culturali dei suoi concittadini, le seppe valorizzare aiutandoli a studiare, offrendo loro gli spazi (la sua libreria) e gli strumenti (i suoi libri) sempre aggiornatissimi e qualificati.

Veniva da terre vicine, ma diverse da quelle alessandrine, ma nessuno come lui seppe riconoscere limiti e risorse dell’”alessandrinità”, secondo l’espressione tanto cara ad un suo amico. Da giovani, molti di noi hanno potuto consultare le opere più funzionali alla propria formazione, anche quando mancavamo dei mezzi necessari; e non ci chiese mai nulla: aspettava paziente e senza mai sollecitare, le nostre possibilità.

Comprese benissimo la componente ipercritica dell’alessandrino medio, ma la confrontò non senza grande apertura mentale, con la sua propensione al rischio calcolato; per questo, tra i dubbi dell’intellighenzia locale, sostenne sempre l’idea dell’Università cittadina con convinzione, anche se intravide e calcolò i pericoli di un atteggiamento cittadino incapace di cogliere il senso di una città universitaria.

Non gradiva gli estremismi ideologici di tutte le parti culturali e politiche, ma dialogava anche con chi li interpretava, purché ne cogliesse le competenze e ne valutasse la rettitudine delle intenzioni. Si distinse dai detrattori di parte perché gli interessava capire, entrare in discussione e, se del caso, accettare la pluralità delle opinioni. E tutto con parresia, con assoluta trasparenza; leggeva i media locali con discernimento, approvava o criticava con metodo costruttivo e sapeva riprendere con pubblicazioni cospicue, ed a sue spese, ciò che gli sembrava utile per un dibattito di crescita.

Uomo di prospettive concrete e tuttavia supportate di forti ideali, esprimeva la sua fede, anche religiosa, senza retorica e senza ostentazioni; era cresciuto in un associazionismo che non pretendeva di conquistare o di proclamare, ma di testimoniare, camminando con le condizioni umane più diverse: un associazionismo che in città ebbe alcuni protagonisti, ma che espresse la sua autorevolezza soprattutto con don Stornini ed i suoi “fanciot” di cui Fissore fu parte non certo marginale. E questa fede senza ostentazione fu registro di un’esistenza fatta di legami duraturi, persistenti, anche nella complessità della vicenda umana: una persistenza che trova oggi una testimonianza negli affetti di una figlia tanto vivace nell’intelligenza, quanto sincera ai limiti della provocazione negli atteggiamenti;  nonché nella presenza affettuosa di un nipote amatissimo.

Certo, quella di Cesarino Fissore fu vita lunga, ma per molti aspetti fu vicenda emblematica ed insostituibile per la nostra città. Sicuramente, ed ancora una volta, siamo un po’ più soli.

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