Pensieri di un peccatore penitente

Domenicale Agostino Pietrasanta

BERNon mi capita, se non raramente, di seguire la trasmissione di celebrazioni religiose; quando posso vi partecipo di persona. Tuttavia domenica scorsa, giorno delle Palme, mentre oziavo per casa, a televisione accesa, mi ha colpito un passaggio dell’omelia di papa Francesco, ed il commento relativo, della corposa descrizione che l’evangelista Matteo fa della passione di Cristo.

Sentivo con attenzione le varie proposte, contestualizzate, che si susseguivano sulla personalità dei vari protagonisti e mi incuriosivano i diversi accostamenti che ciascuno di noi potrebbe fare di se stesso con Pilato, con Pietro, col portatore solitario e probabilmente involontario della Croce, nativo di Cirene, e via di seguito. Ad un certo punto però mi è giunta all’orecchio una valutazione “devastante” sui sacerdoti che “per difendere (cito alla lettera) la dottrina, sbarrano il sepolcro di Cristo”.

Non sono, cosa ben risaputa, un prete, ma l’affermazione mi è giunta come una staffilata perché in fondo può succedere a chiunque, anche ad un umile, ultimo dei cristiani, di pretendere di sostituirsi nel giudizio che spetta, almeno pare a me, al solo Padre celeste. Attento lo sguardo allo schermo, ho notato che il papa, lasciati i fogli che gli aveva passato il maestro delle cerimonie (che fatica con un papa così, monsignore reverendissimo!), procedeva, tranquillo ed a braccio, nel suo ragionamento.

Alla fine mi sono permesso alcuni pensieri; solo per me stesso, senza pretendere che anche uno solo dei miei rari lettori se ne dia per inteso. Ho pensato intanto che sicuramente il papa non vuole assolutamente negare la dottrina, ma sembra richiamare la preoccupazione e la sensibilità pastorale che qualcuno si lasci tentare ad usarla per un giudizio di condanna, anziché proporla come un aiuto per tutti anche per quelli che la trovano non solo difficile, ma anche impossibile nella pratica del quotidiano. Ho pensato a quei confessori che trattano il Sacramento della riconciliazione come un tribunale per la condanna o per la banalizzazione. Ho pensato alla fretta del prete che si spazientisce se, per caso ti avvicini al confessionale senza gravi colpe mortali facendogli “perdere tempo”; oppure all’indignazione espressa con stupore e sdegno in presenza della “colpa grave”, da parte di un confessore che dovrebbe invece (ma sarà una mia illusione?) accompagnare l’esperienza del peccato con la risposta della misericordia di Dio, in nome della quale, e solo nel suo nome, egli si trova ad offrire interpretazione sui cammini duri e talora drammatici  o addirittura angosciati dell’uomo penitente.

Non so voi, ma io ho fatto entrambe le esperienze, mentre mi aspettavo l’aiuto necessario ed indispensabile per aprirmi ad un’esperienza di amore che è costata la vita di Cristo.

Insomma non mi pare che la dottrina debba costituire il bastone per colpire, non dovrebbe essere l’occasione per le più speciose raffinatezza interpretative: per questo ci sono già i teologi, i moralisti e, magari addirittura i canonisti: gente rispettabilissima ed indispensabile, ma che non potrei identificare, a cuor leggero, coi pastori di cui abbiamo tanto bisogno.

Sul serio non mi stupisco che il Sacramento della Riconciliazione sia tanto appannato e persino appartato nella prassi pastorale e non mi sorprendo che l’atteggiamento di papa Francesco lo abbia un po’ rilanciato; e tuttavia, altrettanto sul serio, ricorderei ai preti che ancora conto tra i miei amici lettori che il papa non può confessare Lui tutti i cristiani che desiderano riconciliarsi con la Parola e coi Sacramenti.  Ne tengano conto.

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