Il mastodonte dei Giovi

Angelo Marinoni

treNon ho mai avuto particolare apprezzamento per l’operato dei vertici di Ferrovie dello Stato degli ultimi dieci anni: paradossalmente quella meravigliosa realtà Nazionale ha avuto i suoi momenti migliori durante i quali poteva dirsi vanto della Nazione nei periodi politicamente più difficili della storia recente di questo Paese, ovvero durante il Fascismo e fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, quando tecnologia e servizio pubblico produssero testimonianze di autentico genio e efficienza in una sinergia d’intenti della quale non conserviamo che un pallido ricordo nelle tenaci testimoniante degli studiosi lasciati in disparte dal mondo culturale.

Il mondo ferroviario è sicuramente una componente essenziale del quotidiano: la storia di un Paese passa, ineluttabilmente, attraverso l’evoluzione delle sue infrastrutture ferroviarie: lo evidenzia una oggettiva osservazione del mondo come lo si denota nelle pagine degli scrittori che dalla realtà prendono spunto per raccontare le loro storie: è difficile che una qualunque storia ambientata in epoca moderna non abbia a che fare, a qualche titolo, con una ferrata: da un viaggio in treno, a un tram o a una metropolitana.

La ferrata, per parafrasare Pavese, è quella con la quale vai dappertutto perché quando finisce non c’è più la terra, ma il mare.

L’Italia, paese che dicono meraviglioso, aveva una rete ferroviaria eccelsa e una Ingegneria Ferroviaria di prim’ordine, uno dei momenti più alti dell’Ingegneria sono state le ardite infrastrutture che attraversarono l’Appennino: proprio vicino alla Città fra i due fiumi, Alessandria, si compì a cavallo di metà Ottocento uno dei miracoli di quell’Ingegneria che vado ricordando: il superamento del passo dei Giovi tramite una ferrata a doppio binario che in Europa non si credeva realizzabile perché non esistevano, allora, locomotive che potessero avere prestazioni sufficienti. L’ingegneria ferroviaria di allora progetto’ il “mastodonte dei Giovi”, una locomotiva doppia in grado di portare uomini e merci da Alessandria a Genova e viceversa connettendo il porto ligure a Torino e Milano.

Quel momento importante di storia recente e di ignorato orgoglio Nazionale è la dimostrazione che una soluzione esiste sempre e anche quando la difficoltà è grande come una montagna resta, comunque, superabile; forse questo non lo capi’ Pavese che di fronte alla sua montagna si fermo’, seppure lui sulla ferrata passo’ vari momenti e le sue storie sono cosi’ efficaci nel descrivere la ferrovia come coreografia del quotidiano.

La fotografia della rete ferroviaria italiana oggi è quantomeno sconsolante, se non tragica: i luccichii delle frecce e i sordidi sorrisi di amministratori (per fortuna finalmente allontanati seppur scelleratamente premiati con altri prestigiosi incarichi) su riviste di carta patinata cercano di nascondere migliaia di chilometri di ferrovie efficienti abbandonate, migliaia di chilometri di ferrovie complementari malamente gestite, una rete fondamentale spesso privata della sua dignità a vantaggio di una linea ad alta velocità percorsa da super treni che fanno il verso all’aereo.

Il paese che produsse il Mastodonte dei Giovi, linee appenniniche e alpine dalle infrastrutture definibili opere d’arte nel titolo come nella sostanza, il paese delle linee complementari perfettamente disegnate che nel loro complesso diventano la perfetta messa in relazione di ciascun campanile con un altro è diventato una fucina di ferrovie abbandonate e cantieri autostradali.

I super treni corrono a trecento all’ora quasi per non guardare le linee abbandonate, le stazioni chiuse, le lunghe code di camion sulle strade, le ruspe che divorano il territorio per coprirlo di catrame e cemento, strade e gallerie per le lunghe distanze mentre è sempre più’ difficile coprire le brevi.

Non si contano i cantieri delle nuove autostrade e mentre l’attenzione si concentra sulla lotta contro opere oggettivamente inutili o quantomeno rimandabili come la variante Alta Capacità della Val Susa o il Terzo in realtà quarto valico contandoli tutti, specie quelli che non si usano, non ci si accorge che i cantieri della Brescia – Bergamo – Milano stanno concludendosi regalando una nuova copiosa fonte di inutile traffico e inquinamento stradale con le conseguenze ambientali, sanitarie e economiche che questo comporta, vanno avanti i cantieri della Civitavecchia –  Livorno, della Mantova – Cremona e senza andare tanto lontano della Asti – Cuneo, l’unica autostrada il cui percorso è più lungo della ex-strada statale e dove città di trentamila abitanti hanno cinque caselli …

Lo scempio ambientale e progettuale che rappresentano i nuovi cantieri autostradali viene completamente ignorato, frutto di una politica dei trasporti tragica ed inadeguata che condannerà l’Italia ad una meritata perenne subalternità ai paesi forti che hanno saputo infrastrutturarsi in maniera intelligente, mentre noi, che già lo eravamo, ci stiamo deinfrastrutturando abbandonando le ferrovie e stupidamente coprendoci d’asfalto, divorando il territorio, consegnando al trasporto su gomma, universalmente riconosciuto come il sistema da ridurre, la mobilità principale di uomini e merci.

Non si creda che avere una efficace relazione fra le metropoli del nord e del sud ad alta velocità sia il simbolo di una rete ferroviaria efficiente, siamo in una casa con decine di stanze dove solo una camera, non la principale, ma una qualunque degli ospiti, è ben imbiancata, pulita e ben arredata.

Siamo anche il paese dove il principale responsabile del sistema ferroviario nazionale ha sostenuto che i viaggiatori d’inverno debbano portarsi coperte e cibo perché è normale che i treni si fermino alle prime nevicate, ha convintamente elogiato le amministrazioni regionali che chiudevano le ferrovie complementari perché il sistema ferroviario non si addice alle aree non metropolitane, ha messo in discussione il Quarto valico appenninico non perché sia un inutile scempio ambientale in un contesto di ferrovie inutilizzate pronte all’uso sullo stesso percorso, ma perché le merci fra Milano e Genova  è normale che vengano movimentate su gomma, siamo il paese dove una persona del genere non solo non viene rimossa, ma diventa amministratore di una importante realtà industriale partecipata dallo Stato.

Essendo io un operatore del trasporto e uno studioso del medesimo non posso che esser felice che questo brillante “manager” (in ossequio all’abusato albionismo), sia a far danno altrove, ma resto quantomeno perplesso nel notare che esista una nuova nobiltà, quella dei dirigenti pubblici che non conoscono contestazione, né valutazione, ma che al limite ottengono da risultati disastrosi un ben ricompensato promoveatur ut amoveatur.

La politica italiana dei trasporti deve saper approfittare del cambio di vertice e del sedicente nuovo e dinamico indirizzo politico nazionale per superare nuovamente i Giovi, non fermarsi davanti alla montagna rappresentata da anni di abbandono della rete complementare e al rovinoso imperversare della mobilità su gomma e relativo fiorire di dannose infrastrutture.

Una nuova politica che riporti rapidamente in efficienza tutti i chilometri di  ferrata che non aspettano altro che vi circolino i treni sopra, incentivi la mobilità delle merci su ferrovia ripristinando i raccordi industriali, premiando quelle imprese che si rivolgono alla mobilità sostenibile, identifichi una legge quadro con la quale le amministrazioni locali costruiscano la loro rete di trasporto pubblico utilizzando la ferrovia laddove essa insiste e vi costruisca la rete di autoservizi a servizio dei nodi ferroviari, rete che deve insistere laddove non vi è strada ferrata: lo stesso principio può e dovrebbe valere per le merci dove al trasporto su gomma deve spettare il ruolo di raccoglitore.

Non servono leggi costituzionali, come non servivano la prima volta quando il titolo V venne stravolto; per cambiare l’indirizzo politico e superare la montagna, serve solo buon senso e dirigenti che vogliano andare nella giusta direzione, poiché il mastodonte dei Giovi è già stato inventato.

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One thought on “Il mastodonte dei Giovi

  1. Vista la data nella quale è stato redatto l’articolo, viene spontaneo collegarsi al calendario liturgico Cristiano: auspichiamo che le ferrovie descritte ieri come morte nel sepolcro, oggi, grazie all’intervento di Uomini capaci, intelligenti e lungimiranti, come quelli che, da millenni, hanno reso grande la nostra Nazione, risorgano.

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