La doppia partita per l’Europa

Daniele Borioli (*)

griC’è un nesso tra la profanazione portata da Beppe Grillo a una delle immagini e a uno dei testi simbolo della Shoah e il suo pensiero sull’Europa?

Forse non in superficie, al livello delle posizioni politiche conclamate e dei riferimenti culturali esplicitamente richiamati per fondarle. Ma in profondità il nesso c’è, nell’insostenibile leggerezza con la quale quei simboli vengono banalizzati.

E la tragedia immane, quella che molti hanno definito “il male assoluto”, un unicum irripetuto e, auspicabilmente, irripetibile nella storia dell’umanità viene manipolata nei suoi elementi  evocativi più forti, piegata a strumento di quotidiana polemica elettorale.

Solo l’assoluta indifferenza all’Europa, al sangue e alle macerie che stanno nel dna del progetto dell’Unione Europea, che proprio nella catastrofe dei due conflitti mondiali del Novecento e nell’orrore di Auschwitz trova le proprie ragioni ideali, può infatti indurre a una così inaccettabile bestemmia.

Certo, si può scegliere di minimizzare, per non concedere troppa ribalta al comico fattosi tribuno. Lo sostengono in molti. E anch’io credo sia esercizio inutile versare fiumi di parole nelle consuete e rituali discussioni da talk show che affollano le nostre serate televisive.

Ma spendere qualche riflessione per rintracciate, anche in questo episodio, il “clima” in cui si giocherà la sfida per il rinnovo delle istituzioni europee può valere la pena.

Sfida che, in realtà si giocherà in due partite, entrambe decisive per le sorti future del nostro continente. La prima partita vede lo scontro che contrappone due diverse ricette per affrontare e curare la crisi che investe, soprattutto, il vecchio continente.

In essa si contenderanno la posta la squadra dei “rigoristi” e quella dei “riformisti”.

Da una parte del campo le destre liberiste e monetariste e  i conservatori, che fanno del controllo della spesa e dei vincoli di bilancio il baluardo di un modello che è molto servito ad alimentare la funzione di traino e l’egemonia della Germania e dei Paesi del Nord, certo conquistate anche per meriti propri di queste nazioni.

Dall’altra parte le forze dell’area socialista e democratica, che vogliono invertire il corso delle politiche finanziarie ed economiche dell’Unione, mettendo al centro la crescita, il rilancio degli investimenti produttivi e l’occupazione, manovrando in tal senso gli strumenti monetari e finanziari, senza per questo, tuttavia, “scassare” i conti.

Superfluo dire che l’autore di queste note, insieme al Partito di cui è iscritto e dirigente, si schiera con la squadra dei riformisti. A muovere dalla semplice constatazione di come le politiche rigoriste prevalse negli ultimi anni, e per tutto il corso della più grande crisi conosciuta dopo quella del 1929, abbiano fallito nel tentativo di trarre fuori l’Europa nel suo insieme dalla condizione di difficoltà e, per alcuni aspetti, di declino, in cui essa si trova a confronto con le economie emergenti.

La seconda partita, per alcuni aspetti ancora più radicalmente decisiva, giacché in essa si decideranno le prospettive di sopravvivenza e sviluppo futuro dello stesso progetto unitario europeo, è quella che entrambi i contendenti della prima partita giocheranno contro i movimenti e i partiti del vasto e scomposto fronte dei populismi, dei neo-nazionalismi, degli antieuropeismi, delle destre estreme, xenofobe e parafasciste, che hanno quale unico target comune l’abbattimento dell’Euro e delle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo.

I numeri della crisi, la disoccupazione, la perdita di peso economico e sociale da parte di masse ingenti di ceto medio impoverito e precarizzatosi nel corso degli anni, l’ostilità verso gli immigrati sempre più inquadrati, ingiustamente quanto ostinatamente, come competitori e responsabili delle proprie difficoltà, la paura del futuro, l’avversione verso la moneta unica, ad arte ed efficacemente demonizzata quale causa di tutti i mali: tutto ciò è benzina sul fuoco, che rischia di incendiare rapidamente la foresta dell’ostilità.

Prevedere l’esito di questa duplice sfida è molto difficile. Anche se va detto con molta nettezza che, nell’irruzione prepotenze del vento antieuropeo, che ha avuto nell’affermazione di Marine Le Pen l’ultimo clamoroso successo, le politiche “rigoriste”, egemoni nel corso degli ultimi anni, hanno avuto gran parte.

Il fronte nostrano del populismo antiunione è oggi pressoché totalmente al seguito di Grillo e del M5S, del cui furore demolitorio abbiamo fatto cenno nell’incipit di questa riflessione, a dire di quanto esso si nutra della stessa indifferenza verso gli elementi  ideali e, persino, spirituali, di cui si è nutrita, prima ancora dell’”Unione”, la “coscienza” europea.

Con grande difficoltà, e senza grandi contatti operativi con il “parlante stellato”, si muove nello stesso campo la Lega, che con Le Pen ha stretto, invece, formale accordo politico. Il che, forse, le consentirà di superare in ambito europeo la marginalità che oggi vive, dopo le stagioni di grazia, sul piano nazionale.

Forza Italia ammicca, strizza l’occhio agli umori populisti antieuropei, vorrebbe ma non può, pena l’estromissione dalla famiglia dei popolari europei, per cui alla fine, non solo a causa delle traversie del leader, rischia di svolgere un ruolo secondario nello scontro che si svolgerà da qui al 25 maggio.

Naturalmente, per quanto mi riguarda, il risultato ideale è: la sconfitta delle forze antieuropee e la vittoria delle forze riformiste. Una vittoria piena, insomma. Che però mi pare l’unica in grado non solo di fermare chi vuole distruggere le istituzioni europee, a costo di profanare i cancelli di Auschwitz, ma anche la riproduzione di quelle politiche di cieco e burocratico rigore, che hanno finito per fare apparire l’Europa ostile ai popoli e alle loro difficoltà.

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