Dove respira Scampia. Scorci di un viaggio

Giacomo D’Alessandro

sca2Quelle che seguono sono pagine di diario della mia ultima discesa a Napoli Scampia, pochi giorni fa. L’occasione del viaggio era quella di rifinire un libro di prossima uscita, contenente le esperienze e le riflessioni del gesuita sociologo Domenico Pizzuti, cui da due anni curo il blog Pensieri in Libertà (http://domenicopizzuti.blogspot.it). Ospite nell’appartamento dei Gesuiti, nel cuore di Scampia, ho potuto ancora una volta osservare con stupore e coinvolgimento scorci di vita di un luogo che nell’immaginario collettivo è fatto solo di violenza, pericolo e degrado, ma che a immergersi nelle sue pieghe rivela un fermento vitale, una passione e un impegno dalla densità e varietà rare. Propongo dunque “a pennellate” osservazioni e spunti di riflessione che, in fondo, riguardano da vicino l’impegno e la comprensione del mondo di tutti noi, ovunque abitiamo o spendiamo la nostra vita.

1. Ancora verso Scampia

sca3Nel viaggio ritrovo già il gusto di scrivere. Napoli poi è sempre fonte di stupore e novità. Ai miei piedi si agita inquieta una cagna bianca che due ragazze – una coppia, mi accorgo – tengono buona al guinzaglio. Così pallida, rosata e spelacchiata sembra quel che resta della stirpe dei dinosauri, o una larva di drago ancora da crescere. Si capisce che ha sofferto tanto. Non riesce ad accoccolarsi sul pavimento per il piccolo dettaglio che questo pavimento sfreccia a 100 chilometri orari sotto terra. La nuova tratta di metropolitana porta dalla stazione centrale direttamente a Piscinola, che poi è Scampia.

Un ragazzo si alza per scendere, ammicca al cane e ne approfitta per fare un saluto gentile a queste due sconosciute. Le ascolto parlare. Le persone semplici si riconoscono in queste situazioni da come biascicano le parole, le espressioni e dal parlare troppo di sé con un certo egocentrismo. Non che sia un giudizio negativo sulla persona. Ma un tratto, quello sì.

Da Roma in giù sul treno si sente che l’Italia cambia. Più voci, più parole, più accenti. E’ più semplice attaccare bottone. Una signora sui settanta, in tiro come fosse Sofia Loren, mi assolda per portarle su e giù dal treno il trolley, un blocco granitico di un terribile azzurro elettrico. Mi congeda con una carezza scandendo in perfetto romanesco: “godd bless gliu”.

I colori della pianura sono accesi, dopo tutta la pioggia di questo tiepido inverno. E’ quel tipo di tonalità che mi richiama l’Irlanda. Devo tornarci prima o poi, ne ho visto così poca… A sprazzi rifletto sul fatto curioso che ancora una volta (la terza in un anno e mezzo) i miei passi mi riconducono qui, a Scampia. Uno dei luoghi meno attraenti d’Italia, ancor più per un camminatore del bosco e del monte. Qui, a questo cuore che palpita e che per motivi diversi mi ha legato a sé, facendosi parte del mio sentiero, del mio respiro quotidiano. Essere qui è muovere i piedi in direzione ostinata e contraria, è ridere in faccia all’ovvietà, sfidare l’apparente inutilità, è continuare a coltivare quelle relazioni inaspettate, quelle curiosità sfrigolanti, quel tentativo di impegno, che mi chiamano ancora qui, una sera di fresca primavera, camminante all’ombra sinistra delle Vele.

1 aprile 2014

2. Il vento degli uomini liberi

sca4Ieri sera una lunga chiacchierata con Fabrizio mi ha portato in un viaggio lungo le esperienze della sua vita, in ciò che lo porta a spendersi qui, tutti i santi giorni, a Scampia, dove ha fatto cose straordinarie (ma lui non lo direbbe mai), dove ha lotta “contro i mulini a vento” per dare valore ad un’altra immagine di questo posto, continuamente appesantito e ferito dallo stereotipo del disagio e del male. La bellezza, il bene, l’umanità che si scopre, questo vorrebbe trasmettere quando dall’altra parte le fiction, i romanzi e i giornali chiedono lo scandalo, il sangue, il marcio da sbattere con compiacimento sotto gli occhi della “gente normale”. Le parole di Fabrizio ancora una volta mi danno pace, speranza, e un profondo senso di verità. La verità, quella cosa che siamo così incapaci di spogliare da astrazioni e filosofie per riconoscerla nella realtà umana di chi è “giusto”, perché vive con e per la giustizia, con e per la fiducia. Ancora una volta posso riconoscermi completamente nella visione e nell’approccio di una persona credibile, appassionata, sapiente, nella semplicità di un pasto insieme. Mi confronto con lui sul mio percorso di vita, sul senso di una ricerca, ciò che più mi sta a cuore. Non ricevo ricette, risposte, assiomi, ma umiltà, praticità, racconti di vita, coraggio di stare e di andare. Qui, al nono piano di una palazzina di Scampia, dove nell’immaginario collettivo non è concepibile nulla di significativo o per cui valga la pena.

Nella casetta rossa di Mani Tese, in centro Napoli tra il quartiere stazione e il rione sanità, ho assistito a un incontro del Comitato Campano con i Rom. C’era anche il mitico Alex Zanotelli, sempre silenziosamente in prima linea tutti i giorni per i “poveri cristi” di questo mondo, siano essi nella baraccopoli di Korogocho in Kenya, tra i neri di Castel Volturno o nei vicoli napoletani. La riunione è qualcosa di surreale: una quantità di personaggi diversissimi, dai ruoli confusi, tutti a prodigarsi tra dati, notizie, idee, esperienze dirette e aggiornamenti sensazionali, borbottando e commentandosi a vicenda, per dare soluzioni politiche e sociali a lungo termine alla sistemazione di oltre 600 Rom (dei 3000 che vivono a Napoli) al momento in condizioni di emergenza abitativa. Questi omini e queste donnine di mezz’età spendono ore della loro giornata dietro a questioni che riguardano esseri umani, bambini, donne, così facilmente ridotti a cifre, percentuali e slogan elettorali da ben altri gruppi.

In macchina ci ha portati avanti e indietro Raffaele della Casa Arcobaleno. Un altro signore che potrebbe fare il pensionato quieto e sereno e invece da decenni passa le giornate tra senza dimora, immigrati e derelitti da cui è continuamente cercato sul cellulare. Con il compare Enrico hanno ideato una scuola itinerante in roulotte per far studiare le donne nei campi rom. Son tutte cose che vengo a sapere indagando, o intuisco ascoltando le conversazioni. Questa è gente che non sbandiera nulla. Sanno di smuovere un granello di polvere nel mondo intero. Hanno deciso di metterci tutto se stessi, perché è il significato maggiore da dare a una vita.

Ho fatto da guida a un’amica che studia a Napoli. Io genovese guido per le strade di Scampia una bergamasca che vive a Napoli. Tutto sottosopra… Abbiamo passeggiato tra le Vele, passando in mezzo a questo non luogo straripante di vita confusa, esistenze arrangiate, architetture decadenti e – a quanto si sa – lo spaccio coperto. In fondo alla grande e allucinante piazza Giovanni Paolo II (un piazzale cementificato largo 150 metri senza una panchina) entriamo al Mammut, Centro Territoriale di aggregazione giovanile, una delle più graziose luci di speranza per i ragazzi qui. Poi siamo entrati nella Villa Comunale per sederci al sole sul prato, tra palme e odore di erba tagliata. I bambini giocano e le mamme chiacchierano. Da sopra il parapetto il mega giardino della villa è sormontato dalle sagome delle Vele retrostanti. E’ una delle icone che amo di più in questa Italia. La bellezza e l’inferno. Ci ricorda che nella naturalità della bellezza tutto può fiorire, anche qui. E allora le Vele di Scampia saranno spiegate verso la felicità.

3 aprile 2014

3. Una strada per dove

sca1Giuro che avrei voluto scappare. Non sarei rimasto in quell’appartamento lurido un attimo di più, e non ho intenzione di descriverne i dettagli. Che esistano queste situazioni è risaputo, trovarcisi in mezzo d’improvviso è ammutolente. Come succede che una vita umana venga ridotta a quella di una bestia? Che la solitudine espropri e invada ogni centimetro di un’esistenza? Che ogni orizzonte vitale si estingua, si oscuri? Non lo so. Non so che dire. Non so che fare.

Quelle tre donne con la schiena dritta e gli occhi profondi, che tanti con spregio chiamano “suore” come fossero sagome di cartone inutili e incartapecorite, quelle donne passano tutti i giorni in mezzo a situazioni come queste. Non sono persone spente, buoniste, eroiche, ciniche. Sono vive, serene, affaticate, indaffarate, serie, normali, preoccupate, umane. A cena era squillato il cellulare. Una vicina chiedeva alla sorella di andare a tranquillizzare il ragazzo del piano di sopra… Lei mi dice di venire anch’io, mi spiazza perché mi conosce appena. Se per una volta può non andare sola, male non fa, comprendo. Quello è un bravissimo ragazzo, ma è anche gigantesco, e psichiatrico, e tante altre cose. Una vita devastata.

Me lo ha detto Fabrizio ieri sera, e ora lo sento sotto la mia pelle: chi si permette di giudicare, non ha mai avvicinato la sofferenza. Al rientro, tra i corridoi di questa palazzina di Scampia con 140 appartamenti, la sorella mi racconta come lo hanno trovato, quel ragazzo e suo fratello. La prima volta che sono entrate in casa loro, sono rimaste scioccate. Mai visto niente del genere. Dormivano in terra, sui sedili divelti di una macchina, dopo aver insozzato i materassi al punto da renderli inutilizzabili. Anni di bestialità, droga, solitudine, abbandono, malattia… “Come si vive per anni accanto a cose del genere?” le chiedo. “Non si impazzisce?”. Sorride, le rughe si chiudono attorno agli occhi infossati. “No… Ognuna di noi fa il possibile. E poi cerchiamo di non essere sole. Ci leghiamo agli assistenti sociali, ai condomini, agli amici…” Non tutto quel ch’è oro brilla, dice Tolkien, nè gli erranti son perduti. Sotto la coltre c’è anche la vita.

A Napoli passo dal Centro Direzionale, un complesso futuristico di torri di 16 piani con ascensori stile Star Wars, attraverso mirabolanti nuove stazioni della metropolitana con colori psichedelici o mosaici artistici, fino alla zona dell’università con i suoi vicoli antichi e unti, le botteghe, i giardini nascosti. Lucia mi mostra la mensa occupata, ricavata da collettivi antifascisti nei locali pronti per una nuova mensa del diritto allo studio, e mai aperti per inadempienze politiche. Prezzi popolari tre giorni a settimana e studenti volontari come personale. Lo stesso movimento studentesco festeggia un anno di attività della Palestra Popolare Vincenzo Leone, con tantissimi corsi a 10 euro al mese, molto frequentata. Sono queste le luci di novità e speranza in un mondo dove nulla sembra trasformabile.

Salgo a piedi da solo lungo la via Pedamentina, una scala di oltre 700 anni che collega i Quartieri Spagnoli a Castel Sant’Elmo e alla Certosa, sulla collina da cui si domina il golfo e la città di Napoli, fronteggiando all’orizzonte il possente Vesuvio addormentato. La via è disseminata di cocci e ghiaia, i muretti si sfanno, le piante invadono, fresche di primavera. C’è silenzio e si sta in pace. Un comitato ha affisso cartelli per lamentare il degrado di questo percorso patrimonio dell’umanità. “I ragazzetti dicono che questa via è morta, una discarica, non porta da nessuna parte”, c’è scritto. Forse lo dicono anche delle sorelle e dei fratelli che passano le giornate nei meandri di Scampia, e di chiunque in ogni altro luogo dove si cammina sull’orlo dell’abisso. So che è su questo che gioco la mia fede. E decido di credere che quella strada ha senso: porta tutti in un posto migliore.

3 aprile 2014

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