Quando la coda tornò di moda

Agostino Pietrasanta

tayDi domenicale, ne sono sicuro, ve ne basta uno a settimana; anzi dopo più di due anni, ne sarete persino stufi. Per questo vi chiedo scusa in anticipo se questa settimana, ma non succederà più, un intrigante editoriale, scritto da un opinionista di indiscussa autorevolezza, sul suo quotidiano storico, mi suggerisce una nota settimanale di sostanziale distinguo.

L’articolo attacca citando “Il brindisi di Girella”, poesia dedicata a Talleyrand da Giuseppe Giusti, quando il grande ministro di varie età della nazione francese pose fine ai suoi diversi voltagabbana, solo per il fatto che gli capitò di morire.

Nella lunga citazione del “brindisi” fatta dall’editorialista manca un pezzo, che io riporto perché mi viene suggerito dalla sensibilità di cui dispongo. Canta il poeta, riferito a Talleyrand, “ Se cadde il prete/ io feci l’ateo/ bruciando lampade, / cristi e pianete/ case e poderi/ di monasteri./ Se poi la coda/ tornò di moda/ ligio al pontefice/ ed al mio sovrano/ alzai patiboli/ da buon cristiano./ La roba presa/ non fece ostacolo/ che col difendere/ corona e chiesa,/ non resi mai quel che rubai.”

Vi confesso che quell’accenno ad una moda che ripristina i fasti purpurei, rossi e violacei mi sembra tanto attuale che il mio pensiero è subito andato alla brillante trovata del Giusti; Talleyrand era un monsignore, anzi un vescovo legittimamente ordinato e che amasse paludarsi non appena possibile, mi fa pensare alle difficoltà che incontra papa Francesco a far capire che il Cristiano vive per il servizio ed il ministro, nella Chiesa,  è figura di servizio: convinzione, intendiamoci, che ho tratto, grazie a parecchi esempi passati e presenti.

Per il resto devo osservare che, per quanto il vescovo/ministro abbia praticato l’esperienza del voltagabbana, mi riesce difficile confrontarlo, nelle sue “brillanti vivacità” e trovate politiche a Berlusconi, Renzi e Grillo (cosa che propone l’articolista) per almeno tre motivi. Intanto perché, sia pure usando metodi moralmente discutibilissimi, ha contribuito ad allineare la Chiesa di Francia alle domande di una borghesia rivoluzionaria e riformatrice. Certo lo ha fatto pensando a sé stesso ed alla sua testa che ha opportunamente salvato, ma ciò non toglie nulla alla sua perspicacia, accompagnata ovviamente ai suoi personali interessi.

In secondo luogo, anche se non era particolarmente e personalmente sensibile alla libertà religiosa, ne sposò i percorsi, come inevitabili per una modernizzazione della nazione ed essenziali ad una svolta storica epocale.

In terzo luogo, e soprattutto, cosa che mi lascia pensoso sulla valutazione che ne fa l’opinionista da cui ho cavato spunto, non definirei Talleyrand  dandogli di cervello fine, ma ipocrita; l’ipocrisia ha sempre a che fare con la banalizzazione individualistica ed il vescovo/ministro, per quanto capace di fare i propri interessi, è riuscito sempre a conciliarli, brillantemente con quelli della sua nazione. Al punto che il Congresso di Vienna, riunito anche per presentare un conto salatissimo alla Francia, finì per accoglierla tra le potenze riconosciute.

Vi pare che uno statista che riesce ad ottenere un simile risultato, cada vittima dei conflitti d’interesse personale, al punto da provocare il crollo del suo Paese? Andiamoci piano con gli accostamenti, non esageriamo con le forzature.

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