Il lavoro e il mercato

Andrea Zoanni

jobIl processo di globalizzazione non è storicamente un fenomeno nuovo, tanto è vero che solo dopo la seconda metà del XX secolo il mondo ha nuovamente raggiunto il livello di apertura e libertà di scambio per merci, lavoro e capitale raggiunti all’inizio del secolo scorso. La prima ondata di globalizzazione fu bruscamente interrotta dalla grande depressione, che degenerò nella seconda guerra mondiale, mentre la seconda ondata di globalizzazione nel XXI secolo vede il suo primo vero banco di prova nella crisi in corso. Le cause e le conseguenze della grande depressione sono a tutt’oggi oggetto di interpretazione: allo stesso tempo, si riconosce che gli anni ’30 furono un periodo di straordinarie innovazioni sociali ed economiche, ancora oggi presenti e senza le quali la grande ripresa del dopoguerra non sarebbe stata possibile.

Di fronte ad una crisi dalle caratteristiche globali è necessario uno sforzo coordinato altrettanto globale, che ridefinisca livelli e perimetri delle politiche dei governi nazionali, con l’obiettivo di restituire certezze alle comunità nazionali, pur senza innalzare nuove barriere culturali ed economiche. Sono necessarie nuove istituzioni e nuove regole a livello globale e nazionale, perché la storia e l’economia ci insegnano che i Paesi che affronteranno per primi i cambiamenti strutturali saranno quelli capaci di innovare sul piano delle istituzioni economiche, sociali e dei comportamenti individuali.

Riguardo l’Europa, il gioco al massacro della speculazione è solo uno degli effetti reiterati avvenuti in questi anni. Le cause sono altre e stanno principalmente nell’incapacità di decidere con tempestività, sommata all’incredibile capacità di decidere in modo contraddittorio se non sbagliato. Il tira e molla sulla crisi greca, le normative sulle banche, l’estenuante dibattito sul ruolo della BCE e la scarsa volontà di tutti di pagare il conto della crisi hanno creato un vortice divenuto terreno fertile sia per il panico, sia per la speculazione. Il futuro dell’Europa è nelle mani della stessa Europa.

Nonostante timidi segnali di ripresa, il periodo che stiamo vivendo è però caratterizzato da un brusco innalzamento del grado di incertezza, definibile come un inatteso aumento della dimensione dei mondi possibili, cioè del fatto che tutto può accadere: l’incertezza è altresì endogena, nel senso che la sua amplificazione è la conseguenza di una caduta verticale della fiducia nelle norme sociali e di un accresciuto e giustificato timore della natura epidermica dei conflitti d’interesse che hanno coinvolto il mondo economico. Nel corso della fase ascendente della bolla speculativa, nel 1929 così come nel 2007, si è spezzato il legame fra guadagno e merito e fra merito e lavoro, senza i quali diminuiscono però anche gli incentivi, le motivazioni e la coesione sociale, così come è aumentata eccessivamente la disuguaglianza economica. Pagheremo lo scotto alle prossime elezioni europee.

Economia politica deriva dal greco oikos “casa”, inteso anche come “beni di famiglia” e nomos “norma” o “legge”, nonché da polis “città”, arte di governare la città. Ma a Thomas Carlyle, storico e saggista scozzese del XIX secolo, si deve la graffiante definizione dell’economia politica come “scienza triste”: con sarcasmo egli si rivolgeva ai “Respectable Professor of the Dismal Science” (la Political Economy di allora) denunciando i guasti di “unepoca in cui il pagamento in contanti è diventato il nesso esclusivo fra uomo e uomo”. Se non è difficile riconoscere i guasti che può produrre la ricerca esclusiva e senza regole del profitto, occorre invece uno sforzo aggiuntivo per individuare i modi in cui la scienza economica può diventare una scienza davvero “simpatica”, capace cioè di fornire indicazioni su come migliorare la qualità della vita di tutti.

Anche oggi si dice che la crisi che le società di mercato stanno attraversando sono essenzialmente crisi relazionali. Certamente, una delle parole chiave di questa nuova stagione del capitalismo è responsabilità. Responsabilità deriva da rispondere: essere responsabili significa infatti rispondere, offrire ragioni quando si è interpellati da qualcuno. Una persona, o un’impresa è irresponsabile quando non offre ragioni, buone ragioni, per le sue azioni. Se guardiamo bene nelle pieghe della nostra società, ci accorgiamo che si sta sviluppando un fenomeno generale che va in direzione opposta a quella che abbiamo seguito nel Novecento. C’è oggi la tendenza ad “accorciare la filiera dei prodotti”, rintracciando quei rapporti umani nascosti nelle merci di cui parlava già Marx. Ci sono, in altre parole, una richiesta di maggiore responsabilità e una reazione contro la prassi irresponsabile, molto diffusa nel nostro paese, di rinviare le risposte, quando si è interrogati per un problema, a qualcun altro che è sempre assente, lontano, anonimo e quindi irraggiungibile.

L’aria nuova che si respira è forse il desiderio di uscire da un Paese a impronta prevalentemente feudale, formato ancora da vassalli, valvassori e valvassini ai piedi del gran signore di turno praticante il familismo amorale. La cosa che fatico a comprendere, ma forse è solo un pregiudizio, sta nel fatto che sempre più si pensa di nominare invece che eleggere direttamente le persone. Va detto però che si eliminano enti inutili (CNEL) mentre prima se ne auspicava l’eliminazione. E’ la differenza che passa tra “dire di fare le cose” e “farle”. Non forma ma sostanza.

In ogni caso, anche nella nuova e auspicabile alleanza tra banche e imprese, economia e società, si dovrà dunque tener conto di questa esigenza di “riduzione delle distanze”. Ci stiamo infatti accorgendo che non solo la qualità del cibo o dell’aria è importante per una vita buona e sana: anche risparmi, mutui e pensioni sono importanti per una vita individuale e sociale sana. Ci si avvelena anche con i mutui tossici.

In un mondo globalizzato che tende a omologare tutto, le persone vogliono tornare a occupare il centro della scena, anche in economia: trovare nei mercati persone che si prendano cura dei problemi e che non alzino le mani dicendo l’incivile frase “non sono io il responsabile”, poiché solo anonimi dipendenti di un’anonima organizzazione. Quando l’anonimato diventa sistema, si inizia ad uscire dal territorio dell’umano.

La responsabilità sociale delle imprese non si gioca solo sugli “strumenti” (bilanci sociali, codici etici, eccetera) ma soprattutto e principalmente sulle persone. Stiamo attenti però a non limitare il valore ed il pregio di questi strumenti, che sono anche indirizzi precisi, altrimenti dovremmo coerentemente sostenere che non serve tanto riformare con nuove regole i mercati finanziari, quanto riformare solo le persone. La rendicontazione sociale è molto più vicina alle attività di una impresa o di una associazione di quanto si possa pensare da una lettura superficiale.

Per uscire concretamente da questa lunga crisi c’è bisogno di una nuova alleanza basata sulla responsabilità. Ma cosa serve porsi le domande se non si cercano di governare le risposte? Ripensiamo uno slogan di cui si abusa e orientiamoci dal “senza se e senza ma” al “con i se e con i ma”. La realtà non è tanto “o questo, o quello” ma piuttosto “e questo, e quello”: più che un “aut aut” che esclude, serve un “et et” che include.

L’innovazione costituisce il fattore essenziale di aumento della produttività del lavoro e quindi della sua redditività per chi lo svolge. E innovazione non significa soltanto nuove macchine, ma anche nuove professionalità, nuove strutture di impresa, nuove forme di organizzazione del lavoro, nuovi sistemi retributivi, che talvolta sono incompatibili con i modelli definiti dai nostri contratti collettivi nazionali. Per la maggior parte, questi sono fermi alla prima metà degli anni ’70, cioè a quando non esistevano ancora né i personal computer, né Internet.

Ma se pure il loro contenuto in materia di organizzazione del lavoro fosse maggiormente sensibile al trascorrere del tempo, essi non potrebbero mai essere sufficientemente pronti ad adattarsi alle infinite possibili innovazioni nell’organizzazione del lavoro, che oggi si presentano nel panorama nazionale ed internazionale con un ritmo sempre più intenso.

Il sindacato serve di fatto a molte cose, alcune buone, altre no. Nel contesto attuale la funzione più importante e insostituibile che il sindacato può svolgere è quella:

  • che consente ai lavoratori di valutare la qualità della controparte, la sua competenza tecnica, la sua affidabilità sul piano dell’etica d’impresa e la sua disponibilità a condividere fino in fondo le informazioni di cui dispone;
  • che consente di valutare il progetto che essa propone e, se la valutazione è positiva, di scommettere su quel progetto, negoziando le condizioni della sua attuazione, anche in deroga alle regole generali negoziate al livello nazionale;
  • che consente la spartizione dei frutti della scommessa, se e quando essa sarà stata vinta.

Unitario e forte in azienda: è questo il sindacato 2.0 del futuro. Il CCNL può continuare ad essere il riferimento centrale della contrattazione, ma nel dibattito odierno dobbiamo dirci serenamente che in alcuni casi e in alcuni capitoli “deve” essere oggetto di una contrattazione sostitutiva ad esso, pena l’autoregolamentazione del mercato. Sempre più i problemi locali si affrontano con soluzioni locali.

Vent’anni or sono servirono 86 ore di sciopero e un lodo ministeriale di uno dei fondatori della CISL (Carlo Donat Cattin, allora ministro del lavoro) per difendere ed allargare l’area contrattuale nel settore creditizio. Se si dovesse ripresentare lo stesso scenario nel contesto attuale, sarebbe efficace il medesimo approccio?

Oggi il problema è il lavoro che manca. E dove c’è, noi tuteliamo molto chi ha molto e poco chi ha poco. In questa affermazione c’è una verità che ci tocca da vicino: se salta il sistema sociale, salta anche la difesa del nostro fortino. Gli standard fissati dai contratti collettivi nazionali non pongono problemi soltanto nella fascia alta del tessuto produttivo, cioè in quella dove il modello di organizzazione del lavoro, definito dal CCNL, può costituire ostacolo all’innovazione. Essi pongono problemi seri anche nella fascia bassa e in particolare in quelle zone del Paese dove le aziende, per un insieme di handicap negativi di sistema, non reggono il costo di quegli standard contrattuali.

All’idea di consentire l’articolazione territoriale degli standard minimi, si risponde con lo slogan “no alle gabbie salariali”. Ma le gabbie salariali, abolite alla fine degli anni ’60, erano tutta un’altra cosa: allora erano i contratti nazionali a fissare i minimi tabellari differenziati per 14 “zone” del Paese, dando per scontata e non superabile l’inferiorità economica del Mezzogiorno. Ciò di cui oggi si deve discutere è invece la possibilità di una deroga regionale o aziendale allo standard nazionale finalizzata al ripristino della legalità e a un graduale riallineamento nell’arco di un certo numero di anni. Non una gabbia contrattuale, bensì un modo efficace per uscire dalla gabbia attuale dell’illegalità diffusa e della non applicabilità, di fatto, degli standard fissati dal contratto nazionale.

I politici e i sindacalisti che inorridiscono a questa prospettiva dovrebbero leggere la descrizione che Roberto Saviano ha fatto degli standard di trattamento vigenti nel “distretto dell’abbigliamento” controllato dalla camorra napoletana: “Le fabbriche si ammonticchiano nei sottoscala, al piano terra delle villette a schiera. Nei capannoni alla periferia di questi paesi di periferia. Si lavora cucendo, tagliando pelle, assemblando scarpe. In fila. La schiena del collega davanti agli occhi e la propria dinanzi agli occhi di chi ti è dietro. Un operaio del settore tessile lavora circa dieci ore al giorno. Gli stipendi variano da cinquecento a novecento euro… nei momenti di massima produzione tutto tace e battono soltanto gli aghi. Più della metà dei dipendenti di queste aziende sono donne. Abili, nate dinanzi alle macchine per cucire. Qui le fabbriche formalmente non esistono e non esistono neppure i lavoratori…” (Gomorra, Mondadori, 2006, p. 35). Anche i recenti e diffusi casi incresciosi avvenuti nel mondo parallelo nazionale dagli occhi a mandorla confermano una realtà non proprio da paese europeo.

Questa sono deroghe perpetrate sul campo al contratto collettivo nazionale e alla stessa legge dello Stato. Deroghe diffuse, radicate e ben visibili soprattutto in ampie zone del Sud, decise e controllate dalle organizzazioni criminali. Noi oggi di fatto preferiamo queste deroghe a quelle contrattate dal sindacato. Il sindacato stesso si inibisce la possibilità di negoziarla, per paura di farne cattivo uso. Così si inibisce di governare efficacemente questa vasta zona del mercato del lavoro reale.

Ciò che spaventa, o preoccupa molti sindacalisti, è la prospettiva che sia consentito all’autonomia collettiva di derogare al livello aziendale o regionale rispetto a uno standard nazionale di trattamento che viene considerato come un minimo irrinunciabile, una soglia al di sotto della quale non vi sarebbe che la povertà. Non si chiedono, questi sindacalisti, come possa accadere che in altre nazioni a noi paragonabili, milioni e milioni di lavoratori stiano meglio rispetto ai lavoratori italiani in termini di retribuzione e altri aspetti del trattamento, pur praticando modelli di organizzazione del lavoro e di struttura delle retribuzioni che in Italia sarebbero considerati come altrettante “deroghe in peius” ai nostri contratti collettivi?

Anche in riferimento al fenomeno della disapplicazione dello standard di trattamento in ampie zone di lavoro sostanzialmente dipendente, ma mascherato sotto altre forme, la possibilità della contrattazione in deroga aprirebbe spazi nuovi per un’iniziativa sindacale coraggiosa e incisiva. Si negozierebbe l’immediata qualificazione corretta del rapporto, in cambio di una deroga transitoria ai minimi tabellari fissati dal contratto nazionale e della fissazione di una road map capace di condurre nell’arco di un congruo periodo al superamento definitivo di ogni differenza ingiustificata di trattamento.

Ma il sindacato, se vuole porsi in grado di svolgere questa funzione di costruttore di pari opportunità, deve smettere di legare le mani dietro la schiena alle proprie articolazioni periferiche e allargare la loro sfera di autonomia negoziale. La presenza di organizzazioni intermedie orientate alla risoluzione dei problemi collettivi e non solo interessate alla cattura di vantaggi corporativi è di fondamentale importanza.

Entro quali limiti? Con quali filtri? Per entrare in questo ordine di idee innovative, molte cose devono cambiare nella comunità nazionale. Senza un patto serio tra le parti interessate non si creerà mai il minimo di fiducia necessario perché si possa imboccare credibilmente una siffatta strada. La maggiore fluidità del sistema proposto non consentirebbe soltanto alle articolazioni periferiche sindacali di adattare intelligentemente gli standard in relazione a circostanze o progetti particolari: consentirebbe anche lo sviluppo di un sindacalismo ispirato a idee e modelli diversi rispetto al passato.

E’ utile contrattare localmente un pezzo aggiuntivo di produttività, con criteri moderni e innovativi, anche solo sottraendolo alla discrezionalità aziendale. Solo i miopi e i sordi non possono vedere e sentire questa domanda che sorge dal basso, dagli stessi lavoratori e che conviene intercettare prima che altri soggetti lo possano fare. Va superata l’idea di un egualitarismo di massa o di una falsa solidarietà: i lavoratori non si sentono tutti uguali perché effettivamente sono diversi.

Ci sono assemblee sempre meno partecipate e sempre meno organizzate: vogliamo invertire la tendenza? Forse si può. Dunque chiedo che a livello centrale si sostengano queste esigenze locali, che sono anche interne alle aziende stesse, soprattutto in riferimento alla loro dimensione. Imprese di 50.000 o 5.000 o 500 o 50 dipendenti non hanno le stesse esigenze, lavoratori compresi.

Ho dunque ipotizzato, tra le molte sfaccettature, un ridecentramento non solo di funzioni organizzative ma anche politiche, in particolare sulla contrattazione. Questa è la vera scommessa, che non è ideologica: dare un salario aggiuntivo ai lavoratori che non lo hanno e che deve essere legato alla produttività e al merito di squadra, oppure una previdenza integrativa e una cassa di assistenza sanitaria per tutti, o una parte normativa che spesso viene ingiustamente relegata in secondo piano.

E’ positivo pensare così, soprattutto al giorno d’oggi, è una questione sociale e culturale. Ma sarà tutto un terreno da conquistare lavorando tenacemente e non sarà un lavoro da vetrina. Avremo la capacità di incidere in queste aziende, ma soprattutto ne avremo il desiderio? Queste aziende che si domandano se servono davvero le nuove regole nazionali e internazionali, compreso il freno alle remunerazioni? Che si comportano come i cammellieri fanno col cammello/cliente: l’animale deve bere il più possibile per garantire un viaggio alla carovana? Avremo cospicui problemi occupazionali! Eccoci ritornati al combinato disposto tra contrattazione ed occupazione.

Spaventati da queste prospettive? Auguriamoci di no. Parafrasando Alexis de Tocqueville, potremmo affermare che l’accentramento genera la sonnolenza dei quadri sindacali. La sociologia ci parla di un periodo storico estremamente accelerato: questa rapida e continua mutazione dei rapporti economici e politici ci impone un doveroso ripensamento su come proseguire – in uno scenario continuamente stravolto – la funzione sociale e culturale del sindacato. Pena la sua scomparsa.

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One thought on “Il lavoro e il mercato

  1. Purtroppo, il problema di oggi, non è la mancanza di lavoro, bensì la mancanza di retribuzione adeguata al lavoro stesso: ognuno ha diritto a ricevere una paga commisurata alla quantità e qualità del proprio lavoro, ma, al giorno d’oggi, questo viene puntualmente disatteso, principalmente a causa della mancanza pressoché assoluta di leggi diverse da quella del più forte, in nome di un mercato, a torto, considerato padrone, quando, in realtà dovrebbe essere un servo.
    Le leggi servono per prevenire eventuali comportamenti che l’Uomo potrebbe assumere ai danni di un proprio simile e, in materia di Diritto del Lavoro, occorre stabilire limiti minimi alle retribuzioni, affinché i lavoratori non siano schiavizzati, ed un massimo, affinché il datore od il committente non sia svenato: un principio di equità, da stabilire con il Diritto positivo, non essendo possibile lasciare al mercato di fare ciò che vuole.

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