Presunzione d’onnipotenza

Domenicale Agostino Pietrasanta

fecHo sempre avvertito perplessità e fastidio di fronte all’espressione, “principi non negoziabili”; usata dalla Chiesa, soprattutto italiana, nelle sue indicazioni dottrinali e pastorali. Due ragioni mi lasciavano ed ancora mi lascerebbero pensoso: intanto perché non saprei individuare dei principi che, in quanto tali, possano definirsi negoziabili e poi perché si avvertiva chiaramente, almeno per un periodo di qualche decennio, l’intenzione di entrare nella discussione politica, sposando surrettiziamente una parte a scapito della missione universale della Chiesa.

Non ritorno ovviamente sulle perplessità che, altra volta, e forse persino con qualche insistenza, ho cercato di esprimere; tuttavia non mi sentirei coerente con i miei convincimenti, se non esprimessi ora piena solidarietà e conseguente consenso rispetto alla Conferenza episcopale italiana (CEI) che eccepisce sulla sentenza dell’alta Corte circa la fecondazione eterologa.

Sono convinto della legittima aspirazione di una coppia che, unita da un vincolo affettivo, desidera un figlio; tuttavia una legittima aspirazione non può identificarsi con un diritto. Se così fosse anche la legittima aspirazione ad un carriera brillante dovrebbe, per ciò stesso, diventare un diritto. Si tratta, è vero, di aspirazione di ben diverso livello; tuttavia quando si imbocca una strada, il piano inclinato finisce sul serio di avere la meglio. E forse si tratta di una confusione che ha promosso più arroganza (e non solo tra i politici) che risultato.

Inoltre, per riprendere alla lettera, le espressioni di perplessità della CEI, un figlio non può essere l’oggetto di un diritto, ma se mai soggetto di diritti; noto solo che quanto espresso, in merito, dalla Conferenza episcopale era stato anticipato dall’eminenza Ruini in un’intervista ad un autorevole quotidiano piemontese.

Tuttavia c’è un aspetto che non sembra essere stato recepito in tutta la sua carica di conseguenze sugli stessi rapporti interpersonali. Lo propongo con estremo rispetto di chi vorrebbe tentare qualunque percorso per raggiungere il fine della “genitorialità”; lo propongo perché mi sembra emblematico di un modo di pensare alla funzione della scienza a servizio dell’uomo: un servizio auspicabile, ma non sempre privo di conseguenze discutibili.

La questione attiene il limite dell’intervento degli uomini nella progettazione del proprio destino; si tratta di un limite che non può essere ignorato. Qui anche una ripresa delle eccezioni espresse dalla CEI mi viene in aiuto: “la cultura giuridica non dovrebbe avvalorare solo il dominio della scienza e della tecnologia”, ma dovrebbe rispettare la soglia di un limite che è nella stessa natura assolutamente imperfetta dell’uomo. Per il credente si tratta di prendere atto che non tutto il mistero può essere disvelato, ma anche di convenire, con chi non ritiene di condividere una fede nel trascendente, che il fenomeno dell’universo non è l’oggetto di una piena e tanto meno definitiva conoscenza scientifica.

C’è da recuperare il senso del limite; credo sia un dovere di tutti per non dimenticare che anche la scienza, pur potendo aiutare e molto il progresso, potrebbe anche diventare causa di involuzioni pericolose.

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