Utopie utili e utopie dannose

Andrea Zoanni

sostAffermare che si è prossimi al punto in cui l’economia riprenderà a crescere è nello stesso tempo azzardato e fuori luogo. Azzardato perché i punti di svolta sono difficili da individuare, soprattutto quando il convalescente è talmente debole da poter ricadere anche per fatti irrilevanti in circostanze normali. Fuori luogo perché la crisi riguarda la crescita, il debito e la struttura dell’economia, non il suo andamento ondoso che peraltro si è accentuato negli ultimi decenni e con il quale dovremo convivere probabilmente nel futuro.

Non possiamo capire il dopo crisi se non capiamo il prima crisi, che conviene richiamare velocemente. La bolla immobiliare aveva spinto l’intero mondo in una corsa senza fine. I proprietari di case, soprattutto in America, credevano che i prezzi sarebbero sempre saliti e credendosi in possesso di una vena aurifera s’indebitavano e spendevano. Spendevano per beni fabbricati da operai poco pagati nei paesi asiatici. Paesi che in cambio accumulavano titoli in dollari emessi in abbondanza dal governo USA.

La finanza si arricchiva in un giro di denaro in cui i paesi poveri prestavano ai paesi ricchi che continuavano a indebitarsi. La percezione del pericolo era offuscata dall’insensata credenza che potesse continuare così, dal mito della razionalità del mercato e da ingegneri finanziari che inventavano prodotti e circuiti nei quali il rischio sembrava scomparire dal sistema come le carte nelle mani del prestigiatore. Ma il trucco c’è anche se non si vede, o si vede dopo, quando è troppo tardi.

Più di una volta simili bolle speculative si erano formate ed erano poi scoppiate: i titoli high tech, il debito dei Paesi emergenti ed altro ancora. Ma il buio creatosi dallo spegnersi di un botto veniva illuminato poco dopo dall’accendersi del botto successivo e ogni volta si riprendeva l’andazzo, passando da una bolla a un’altra bolla. Sarà così anche ora? Tutto è possibile, anzi probabile, ma commetterebbe un errore chi lo auspicasse. Uscire dalla crisi significa arrestare la caduta, non però tornare sulla strada che ha portato al baratro.

Come potrà essere il mondo dopo la tempesta in corso? In fin dei conti sarà sempre un prodotto dell’amor mundi dell’uomo, l’opera d’arte umana. La crescita delle economie ricche dovrà essere più lenta, mentre quella delle economie povere dovrà essere più veloce. Due reazioni auspicabili per non commettere gli errori del passato, ma in apparenza incompatibili.

L’espansione economica pre 2007 non ha antecedenti nella storia contemporanea perché somma la grande crescita degli USA e di altri paesi ricchi allo stupefacente decollo di molte economie povere. Quel tempo di vacche grasse, che non ha saputo aiutare un miliardo di esseri umani sull’orlo della morte per denutrizione o per malattie curabili, è finito nel 2007 e difficilmente tornerà. Il tempo che verrà lo conosciamo poco e deve essere ancora plasmato.

La crescita dei paesi emergenti è la trasformazione del modo di vivere di un terzo del genere umano: gente che cammina scalza, che in casa non ha acqua corrente, elettricità o servizi igienici; l’intera famiglia dorme in una stanza e in città ci va a piedi. Gli italiani di una certa età ricordano questa trasformazione per averla vissuta negli anni del dopoguerra. La crescita dei paesi ricchi, invece, è largamente fatta di acquisti di cose inutili: precoce sostituzione dei beni di consumo durevoli non ancora divenuti inservibili, abiti più utili per mostrarsi alla moda che per vestire gli ignudi, pranzi al ristorante e vacanze anche accendendo prestiti. Tutte cose alle quali si può in gran parte rinunciare.

Io penso che la crescita dei paesi ricchi, fondata sul debito e sulla bolla immobiliare, debba avere livelli contenuti: la politica economica fa bene a contrastare il crollo produttivo, ma farebbe male se si sforzasse di ritornare sulla cattiva strada passata. Invece la crescita dei paesi poveri può e deve continuare perché è sorretta da ampio risparmio, perché è giusto che il benessere si diffonda e perché costituisce un mutamento sociale che difficilmente si interrompe prima di essersi completato.

E’ possibile ottenere le due cose insieme? Può funzionare un’economia mondiale in cui le due crescite si disconnettono? Esistono leader in Occidente capaci di volere questo dicendolo ai propri cittadini elettori? O gli egoismi e gli interessi partigiani prevarranno sempre? Si tratta di capire sia il modello che renda conciliabili le due dinamiche (un compito per economisti) sia il dispositivo attraverso il quale quel modello si possa realizzare (un compito per chi pensa e fa la politica). Sono quesiti nuovi senza risposte pronte. Gli economisti, i politici, le classi dirigenti devono esserne consapevoli e contribuire a formare in tal senso l’opinione pubblica: il futuro dovrà essere diverso dal passato.

Un illuminato governo mondiale che avesse il compito di farci uscire dalla crisi ragionerebbe più o meno così: non basta arrestare il crollo dell’economia e della finanza, obiettivo perseguito finora; uscire davvero dalla crisi significa porre il mondo sul sentiero di una crescita che possa durare nel tempo senza sfociare in una nuova catastrofe. Una crescita, come dicono gli economisti, sostenibile.

L’aggettivo sostenibile è stato molto approfondito negli ultimi venti o trent’anni e ha almeno tre significati. Il primo è economico finanziario: per tutti i soggetti pubblici e privati ci deve essere un equilibrio durevole tra risorse disponibili e risorse impiegate. Il secondo è sociale: disparità di vita troppo grandi tra i popoli o i ceti offendono la solidarietà umana e minacciano pace e sicurezza. Il terzo è ambientale: la natura stessa era un tempo imperturbabile, oggi è diventata fragile e chiede protezione.

La crescita ante 2007 era insostenibile sotto tutti questi profili. Ignorarlo ha portato al disastro che ha distrutto molta della ricchezza creata negli anni grassi. Sarebbe irresponsabile farvi ritorno. Il tentativo, se compiuto, probabilmente fallirebbe, ma le conseguenze sarebbero ancora peggiori di quelle attuali.

Si può allora chiedere perché mai insistiamo sulla necessità della crescita? Non sarebbe meglio la cosiddetta crescita zero o addirittura la decrescita? La risposta è no, perché non sarebbe socialmente sostenibile, non basterebbe a migliorare la condizione dell’oltre metà del genere umano priva di scarpe ai piedi, di acqua potabile, di cure mediche adeguate, per non dire del miliardo a rischio di morte per fame.

No, quindi, alla crescita zero per il mondo intero; ma quasi sì per il mondo ricco, che di scarpe ne ha in abbondanza, lascia aperto il rubinetto dell’acqua, getta molte delle medicine ottenute gratis e da solo produce gran parte del degrado ambientale. In breve: crescita mondiale moderata, prevalentemente concentrata nei Paesi emergenti asiatici e latino americani, presidiata da un sistema di leggi, tasse, spese, incentivi, aiuti e norme ambientali che la rendano sostenibile sotto i tre profili sopra richiamati.

Le questioni irrisolte e le difficoltà concettuali non sono da poco, ma un modello di crescita sostenibile non è, per l’economista, terra incognita. Indirizzarvi l’economia globale di mercato, mobilitando i normali strumenti di governo propri di ogni stato moderno non sarebbe impossibile.

Sappiamo bene che l’illuminato governo mondiale di cui stiamo parlando non esiste. E allora? Dedurne che il mondo si incamminerà spontaneamente sul sentiero qui descritto è una utopia dannosa, al pari del credere che fuori da quel sentiero tutto possa filar liscio. Il pianeta ospita circa duecento Stati che si dicono sovrani, ciascuno intento a promettere l’uscita dalla crisi e a trarre vantaggio da ogni errore o debolezza degli altri.

Pensare ad una crescita mondiale sostenibile è, invece, una utopia utile, perché anche se il governo mondiale è assai lontano e se il G20, il Fondo Monetario Internazionale, le Nazioni Unite sono pallidissimi simulacri, essi son pur sempre gli unici luoghi dove cercare i frammenti di una azione responsabile. Anche perché un unico governo mondiale odorerebbe di dittatura al pari della finanza mondiale.

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2 thoughts on “Utopie utili e utopie dannose

  1. Purtroppo, organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale, dapprima nate come Enti per l’aiuto ai più deboli, sono diventati centri di diffusione del liberismo a matrice Statunitense.
    Le Nazioni debbono essere fondate sul Diritto e giammai sui bilanci: quando i secondi prendono il sopravvento sul primo, si presta il fianco alla creazione di interessi tutt’altro che legittimi. Non è già da temere un unico Governo mondiale, qualora esso fosse effettivamente espressione di rappresentanza popolare e, comunque, un’Autorità politica, ma la dittatura finanziaria che oggi stiamo vivendo: l’unico modo è approvare leggi che ne limitino considerevolmente il raggio d’azione, auspicando anche la scomparsa di organizzazioni come la borsa valori, dove, ogni due millesimi di secondo circa, pezzi di carta cambiano padrone generando un aumento di numeri ben lungi dal rappresentare quel denaro rappresentante virtuale di ricchezza reale.

  2. Condivido buona parte dell’articolo nelle sue ragioni, ma noto un certo allineamento nel sostenere che questo, comunque e nonostante le sue mostruosità, sia il migliore dei mondi possibili: un determinismo “leibniziano” sul quale mi permetto di sollevare una obiezione, ovvero penso, invece, che il sistema economico mondiale che è risultato vincente dal confronto con le evoluzioni e le involuzione dell’applicazione del marxismo sia stato sconfitto dalla sua incapacità di esistere al di fuori del confronto: l’economia di mercato pura ha funzionato finchè è stata reazione, ma non ha saputo diventar sistema esaurito il ruolo di argine alle rivendicazioni di classe e al collettivismo lasciando che le sue involuzioni peggiori ne prendessero le redini, prima fra tutte la finanza.
    Fornire ai popoli che soffrono gli strumenti per abitare, nutrirsi e istruirsi dignitosamente è compito dei popoli ricchi, ma le diseguaglianza, le vessazioni, le incongruenze e il disastro ambientale di ampie aree sociali e geografiche degli stessi paesi ricchi o gli enormi lager che sono diventati molti paesi sudamericani e asiatici dall’economia galoppante impone agli statisti del futuro la redazione di un progetto molto più ampio dove tutta la storia deve essere rielaborata, meditata, ragionata combinando linearmente gli aspetti positivi che tutti i sistemi economici hanno avuto limando e cercando di eliminare gli aspetti negativi: un nuovo sistema mondiale è possibile, ma solo se si smette di ritenere ineluttabile il liberismo.

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