Con Renzi i Sindacati hanno ragione. O no?

Domenicale Agostino Pietrasanta

canboI Sindacati protestano: il premier procede, come un rullo (almeno dice lui) e non li interpella; neppure sulle questioni più urgenti e più inquietanti che riguardano la condizione del lavoro e della sua precarietà.

Hanno ragione: Renzi dovrebbe sentirli, ponendo però poche condizioni preliminari e, a ben vedere, del tutto ragionevoli. Cito a casaccio.

Prima condizione. Non sarà male prendere atto che la più pacchiana delle illusioni su cui si è consumata una stagione occupazionale felice, almeno a confronto con le attuali contingenze, è stata quella del “salario variabile indipendente”. Non che il sindacato sia l’unico colpevole; gli intellettuali della politica si sono semplicemente “scialati” nella prospettiva, non senza qualche arroganza. Tuttavia le organizzazioni sindacali ne hanno usato abbondantemente col movente (la ragione è altra cosa) del consenso, delle deleghe necessarie al vivere in positivo. Ora, io non oso ragionare in termini di causa/effetto, anche perché non ne sarei capace; sta di fatto che in parallelo si approntavano e si stabilivano, nel tempo medio/breve, i salari tra i più modesti all’interno dei  Paesi europei. Sarebbe forse, e di conseguenza, il caso di ammettere che se le retribuzioni fossero state più dipendenti dai risultati della produzione, non si sarebbe potuto avere di peggio. Anzi, ed ancora forse, magari si sarebbe ottenuto di meglio. Non ci vuole molta discrezione di giudizio per pensare che un prodotto migliore in tutti i campi, dalla formazione, alla finanza, al manufatto, facendoci più competitivi, ci avrebbe fornito più risorse da distribuire anche nei salari più contenuti. Qualcuno dirà che si tratta di un ragionamento di destra; non avrei dubbi a negarlo, perché se non si crea ricchezza si finisce per distribuire povertà, ed ai più deboli la fame.

Seconda condizione. Qui è presto detto; se il sindacato bada solo ai lavoratori perde un’occasione storica per riprendere un ruolo, altra volta interpretato, della crescita del Paese. Nel secondo dopo/guerra lo ha fatto, liberandosi anche dai condizionamenti dell’ideologia ed interpretando il possibile coinvolgimento del lavoro nella ricostruzione nazionale. Oggi la sfida sta nella presa d’atto di una disoccupazione giovanile che rasenta la metà della popolazione e che allo stato dei fatti le organizzazioni sindacali non stanno interpretando. La strada inevitabile da percorrere mi sembra quella di abbandonare la sola difesa dei diritti acquisiti, soprattutto quando nella maggior parte dei casi si tratta di privilegi. E non parlo solo e neanche tanto delle scandalose “retribuzioni d’oro” di alcune categorie (che pure fanno problema); non parlo neppure solo dell’ovvia ragione, sempre spinosa per il sindacato, che i fannulloni e gli incompetenti andrebbero licenziati; mi pare invece essenziale che si accetti il confronto, con atteggiamento positivo, delle iniziative che promuovono le forme di ingresso nel lavoro dei giovani, anche se si tratta di soggetti che, non lavorando, non possono costituire forze di consenso. Se si guarda al consenso, si sceglie la clientela; se si ragiona in funzione della crescita e del futuro, si sceglie la sfida della ragione.

Terza condizione. Un occhio di riguardo ai pensionati e non solo perché costituiscono ormai la parte numericamente più cospicua degli iscritti ed i cui assegni di sussistenza si vanno assottigliando, ma per promuovere forme adeguate di una loro valorizzazione. Qui il volontariato fa parecchio, basti pensare ad alcune esperienze di vigilanza presso le scuole o nei posti di aggregazione; però credo indispensabili delle forme più sistematiche a cominciare dall’esperienza formativa (per imparare non è mai tardi: ne fanno testimonianza le istituzioni universitarie per anziani) che potrebbe resistere ad una parte delle emarginazioni senili che costituiscono un costo per la comunità.

I sindacati hanno ragione a chiedere di essere sentiti, ma non per dire di no; per fare proposte che aiutino. Forse mai come oggi si pone la prospettiva di uno sforzo condiviso.

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