“Quello che non”

Angelo Marinoni

renParafrasare Guccini è una mia attività frequente, pochi come lui hanno la capacità di sinterizzare un lungo monologo in un verso: trovo spesso, nei suoi versi, la fotografia di un momento di vita o un intero periodo storico, seppure, oramai, i periodi storici siano diventati cosi’ brevi e intensi da immaginare i futuri libri di storia di dimensioni assai preoccupanti per gli studenti di domani.

La grossa differenza sta nel fatto che saranno libri pieni di annunci, di fatti potenziali, di piccole idee urlate a gran voce, di grossi sconvolgimenti fatti da piccoli uomini, di cose che non, appunto: l’immagine della storia fatta da riunioni lunghe e sofferte di capi di Stato ieratici e preoccupati, di masse festanti o di masse inferocite al di fuori dei portoni dei palazzi del potere, la storia fatta da elezioni di persone deputate a riscrivere le Costituzioni, persone meditative e preoccupate per il gravoso compito, tramonta, rovesciata e investita da annunci striduli emanati da piccoli capi di stato attraverso messaggini, le conferenze stampe sostituite da filmati messi in rete, il dibattito politico risolto in un rimbalzo di opinioni dove quella di chi detiene il potere, a qualche non sempre perfettamente compreso titolo, è quella che conta, non per argomenti, ma per numero di mani alzate o per intensità di pigolio.

La Repubblica Italiana nata sulle macerie dell’Italia sconfitta del Secondo dopoguerra, la Repubblica che ha radunato un popolo stremato intorno alle Istituzioni e che in pochi anni è  tornata a essere una potenza democratica, garantita dalla Sua Costituzione sta per essere stravolta non più a colpi di maggioranza, ma a colpi di cinguettii, di sicuro la statura politica di chi emette quei cinguettii non consentirebbe altro sistema di comunicazionie ma in persone che credono ancora nello Stato, resta una forte preoccupazione oltre ad una ovvia amarezza.

Recentemente, mi permetto di dire con un po’ di ritardo, il Presidente del Senato Grasso ha evidenziato come la contemporanea approvazione della legge elettorale berlusconrenziana (perdonate la tautologia) e l’abolizione del Senato elettivo e quindi  la soppressione del Bicameralismo perfetto (lui lo era) ponga serie preoccupazioni circa il futuro della democrazia italiana. Sembra incredibile che l’Italia Repubblicana con ambizioni di potenza occidentale possa essere messa in dubbio circa la sua democraticità, ma un paese che si mette nelle condizioni di consegnare una maggioranza assoluta di una unica Camera a un partito o movimento che ottiene un quarto dei voti, non degli aventi diritto di voto, ma dei votanti non può che essere messo in discussione circa la sua democraticità, specie se si tratta di un paese dove le stelle delle politica spesso scendono da un palcoscenico (o da un pianobar).

La risposta stizzita del Presidente del Consiglio a questa obiezione non mi ha  stupito seppure trovi assolutamente inopportuna la durezza del suo attacco contro tutte le personalità, ben più autorevoli circa la competenza giuridica e costituzionale, che osino mettere in discussione la sua opinione, opponendo perdipiù le solite argomentazioni da rotocalco per cui l’eliminazione del Senato sarebbe un sacrificio dovuto da una classe politica che ha già chiesto tanto al popolo.

La valchiriana cavalcata della vox populi da taverna contro un generico sistema politico opposto al ragionato e ragionevole dubbio di costituzionalisti e intellettuali è un indegno spettacolo che mai avrei voluto veder recitato dall’area politica cui facevo riferimento.

Non ultimo, anzi in primis, mi ha particolarmente urtato il richiamo all’ordine e alla disciplina di partito che la Presidente del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, personaggio di punta del PD attuale, ha rivolto al Presidente del Senato ignorando che si tratta ancora della seconda carica dello Stato e non di un riottoso senatore attaccato alla poltrona.

Il Presidente Grasso, accusato di non portare rispetto al Partito che lo ha eletto, porta, invece, il sacrosanto rispetto per le Istituzioni dello Stato e per l’élite intellettuale e culturale di un Paese dalla storia democratica recente e sempre più incerta.

Pensavo anche che un partito che si definisce democratico, anche se la definizione è un po’ generica nella Repubblica nata nella Resistenza, non avesse bisogno di richiami all’ordine, specie se rivolti a cariche Istituzionali sovraordinate rispetto al dibattito politico.

L’attuale presa di coscienza di molti dello scempio che si vuole fare della nostra Costituzione in nome di un cambiamento preso a modello in quanto tale non in quanto migliorativo o risultato di un ponderato dibattito costituente arriva senz’altro tardi, ma è un ottimo risultato che si cerchi di porre un limite all’arbitrio del singolo.

Si confonde con colpevole pervicacia, se non con dolo intellettuale e morale, il decisionismo con le decisioni stesse, l’autorità con l’autorevolezza, il dibattito politico con l’ostruzionismo, la dialettica con una resistenza al cambiamento.

La stessa parola cambiamento ha oramai, a forza di un bombardamento mediatico scaturito da cinguettii rimbalzati nelle casse dei mezzi di comunicazione talmente tanto da essere diventati assordanti, assunto valore positivo a priori, come se non fosse possibile cambiare in peggio, come se da bruco si possa solo diventar farfalla.

Una opinione pubblica ubriacata da manifesti e frasi tanto ossessive quanto vuote nei contenuti si è convinta in buona parte che eliminare il Senato elettivo sia un passaggio indispensabile, che quegli ottanta euro in busta paga e la riduzione del cuneo fiscale passino per le indennità di una manciata di senatori.

Poco importa ai più che non è sufficiente saper prendere delle decisioni, ma bisogna saper prendere le decisioni giuste e queste non diventano giuste solo zittendo chi non  le sostiene, accusando di vetustà chiunque si frapponga o metta in discussione il manicheo concetto di cambiamento in quanto tale, non importa come e probabilmente nemmeno perché.

L’Italia sedotta dall’energico romagnolo dalla mascella volitiva non era dissimile da questa, incapace di distinguere lo scandalo della Banca di Roma da una politica interna che aveva trasformato un paese contadino e diviso in una Nazione infrastrutturata e industriale, stanco di una classe dirigente infangata da pochi ma significativi elementi, innamorata di chi prende le decisioni, indipendentemente dalle stesse, innamorata del decisionismo non delle giuste decisioni.

Quell’Italia di quasi cento anni fa venne consegnata all’energico romagnolo dal tragico errore della borghesia e dalla debolezza di una monarchia implosa, l’Italia di oggi alla ricerca del nuovo divo da applaudire si consegna festante potando la sua credibilità e le sue Istituzioni cercando di convincerci con la violenza del decisionismo che la democrazia deve funzionare e quindi va pressata e modellata fino a che non costruisce la sua maggioranza di potere, non con il dibattito politico, non con la ricerca di condivisione fra formazioni politiche, ma limando la democrazia fino a ottenere una maggioranza senza dover spendere una sola parola, senza dover condividere una sola idea: secondo molti la democrazia che funziona è la democrazia che non.

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One thought on ““Quello che non”

  1. A questo, ahimè, calzante intervento, potrebbe rispondere Eugenio Montale:

    Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
    l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
    lo dichiari e risplenda come un croco
    perduto in mezzo a un polveroso prato.

    Ah l’uomo che se ne va sicuro,
    agli altri ed a se stesso amico,
    e l’ombra sua non cura che la canicola
    stampa sopra uno scalcinato muro!

    Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
    sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
    Codesto solo oggi possiamo dirti,
    ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

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