Tornare a leggere i segni dei tempi

Carlo Baviera

evaLa fede slegata dalla vita concreta. E’ una delle accuse che vengono rivolte ai credenti, una delle debolezze che rileviamo in noi stessi. E lo applichiamo alle scelte che singolarmente compiamo. Non ci si preoccupa, invece, a sufficienza di applicarle alle piccole o grandi comunità delle nostre Parrocchie o dei nostri gruppi associativi.

Nonostante che una delle frasi che abbiamo imparato dal Concilio fosse l’attenzione ai segni dei tempi, e che durante le nostre liturgie (in particolare nella Preghiera dei fedeli) si ricordino situazioni e avvenimenti che molte volte incidono nella nostra vita e concorrano a cambiare abitudini o sconvolgere previsioni, non siamo ancora attrezzati a legge, alla luce della Parola, i segni dei tempi che ci circondano. Ad esempio, siamo sempre colpiti dalla violenza che quotidianamente i telegiornali ci presentano: guerre, attentati, lotte fratricide, battaglie per rivendicare diritti di interi popoli, morti per sfuggire a miseria e oppressione; ma non siamo conseguenti, comunitariamente, a valutare gli avvenimenti e leggerli alla luce del Vangelo.

Il Vescovo di Roma nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium ci ricorda che fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice”.

Al contrario, noi vorremmo non essere disturbati nel nostro benessere e nella nostra tranquillità democratica occidentale, e in particolare europea. Però continuiamo a non accorgerci dei cambiamenti globali, e come questi incidano pesantemente su altri popoli; e oggi, purtroppo, anche sui nostri figli e nipoti esclusi dalla vita lavorativa e dal sistema decisionale di istituzioni sempre meno partecipate, proprio  “perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice”.  Su questi aspetti riguardanti il sistema economico i credenti non hanno mai approfondito in modo serio e concreto (a parte gli addetti ai lavori o i soliti additati come gli impallinati della Dottrina Sociale) le cause e gli effetti della finanza, dei sistemi lavorativi, dei mercati. Anzi ci siamo adeguati benissimo agli Ipermercati, ai prodotti scontati e magari scadenti, alle sottomarche che non sempre propinano prodotti di qualità, così come oggi ci stiamo adeguando in modo acritico alle compere domenicali: la festa è solo una giornata libera in cui si può fare ciò che non ci è possibile durante la settimana! Ipocriti siamo, e non ci accorgiamo che alcune nostre scelte producono situazioni di violenza.

La globalizzazione indiscriminata e incontrollata ha lasciato mano libera ai mercanti, agli affaristi, addirittura a trafficanti e spacciatori, oltre che ai venditori di sesso e di videogiochi e di gratta e vinci di ogni genere. In molti Paesi, la globalizzazione ha comportato un accelerato deterioramento delle radici culturali con l’invasione di tendenze appartenenti ad altre culture, economicamente sviluppate ma eticamente indebolite”. E ciò produce un danneggiamento del tessuto sociale. Sta avvenendo anche da noi; ci siamo immersi e non ce ne accorgiamo.

E’ una delle tante sfide culturali che Francesco ci indica. Solo che, per comodità, abitudine, tipo di educazione, alcune le comprendiamo subito: gli attacchi alla libertà religiosa e la persecuzione dei cristiani, il fondamentalismo o la spiritualità senza Dio, la deformazione etica e indebolimento del senso del peccato, il guardare alla famiglia e al matrimonio come mera forma di gratificazione affettiva. Di altre ci poniamo molto meno il problema, perché ritenute non strettamente di carattere religioso come contribuire, anche nel proprio piccolo,  alla salvaguardia dell’ambiente, al dialogo e alla pace, ai diritti umani. Così come l’invito a rendere le nostre comunità più accoglienti lo leggiamo solo in chiave di preparare feste o rendere  più piacevoli i canti nelle liturgie; non è quasi mai un impegno a comprendere i bisogni altrui, le difficoltà anche morali o culturali, oppure l’avere un atteggiamento meno rigido riguardo alle idee e ai dubbi. E anche una certa burocratizzazione nel rispondere alle persone, persino nelle opere caritative, è un difetto che facciamo fatica a riconoscere.

Dall’Esortazione Apostolica riceviamo altre sollecitazioni importanti che devono scuoterci come comunità credenti. Il Papa si riferisce a situazioni generali, ma noi per parte nostra dobbiamo fare il nostro esame di coscienza: possiamo riconoscere alcune debolezze che devono ancora essere sanate dal Vangelo: il maschilismo, l’alcolismo, la violenza domestica, una scarsa partecipazione all’Eucaristia, credenze fataliste o superstiziose che fanno ricorrere alla stregoneria, eccetera. […] Esiste un certo cristianesimo fatto di devozioni, proprio di un modo individuale e sentimentale di vivere la fede, che in realtà non corrisponde ad un’autentica “pietà popolare”. Alcuni promuovono queste espressioni senza preoccuparsi della promozione sociale e della formazione dei fedeli, e in certi casi lo fanno per ottenere benefici economici o qualche potere sugli altri. Nemmeno possiamo ignorare […] la mancanza di spazi di dialogo in famiglia, l’influsso dei mezzi di comunicazione, il soggettivismo relativista, il consumismo sfrenato che stimola il mercato, la mancanza di accompagnamento pastorale dei più poveri, l’assenza di un’accoglienza cordiale nelle nostre istituzioni e la nostra difficoltà di ricreare l’adesione mistica della fede in uno scenario religioso plurale”.

Quante cose da rivedere nei nostri progetti pastorali. Quali correzioni da realizzare nella mentalità popolare riguardo alle devozioni, riguardo ad un pensare maschilista, riguardo al dialogo familiare, al consumismo, agli atteggiamenti rispetto al pluralismo religioso. E, sempre per quanto riguarda le nostre realtà seppur sempre più periferiche e in decrescita demografica, l’invito che ci viene rivolto ad essere attenti alle sfide delle culture urbane. “Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù” aree che “sono un luogo privilegiato della nuova evangelizzazione”.

In questo ambito multiculturale La Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile […] Non possiamo ignorare che nelle città facilmente si incrementano il traffico di droga e di persone, l’abuso e lo sfruttamento di minori, l’abbandono di anziani e malati, varie forme di corruzione e di criminalità. Al tempo stesso, quello che potrebbe essere un prezioso spazio di incontro e di solidarietà, spesso si trasforma nel luogo della fuga e della sfiducia reciproca. Le case e i quartieri si costruiscono più per isolare e proteggere che per collegare e integrare”.

Ecco un impegno importante a cui si è chiamati, anche sul piano civile; ricostruire un tessuto sociale e civile che tolga dall’isolamento, che colleghi le persone, che integri e riporti a far dialogare le persone, le generazioni, le diverse visioni. Per fare questo occorre, però, che si impari a leggere i segni dei tempi.

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