Revolution

Andrea Zoanni

criQuesta lunga crisi dalle conseguenze sociali devastanti ci ha messo al cospetto di un pesante scollamento tra rendita e valore, concetto economico che definisce la non sostenibilità. Giovanni Falcone ammoniva: ”fate buona economia”. Che fare? Qualche indicazione ce la offre decrescita,, Università di Stanford, col suo minuto libro “Tempo di crisi” (Bollati Boringhieri editore).

Facendo sintesi del suo pensiero, egli paragona la crisi alla condizione di un organismo di fronte allo svilupparsi di una malattia, fino ad un picco che mette in pericolo l’intero corpo. La guarigione non è ripristinare lo stato precedente, perché il corpo potrebbe riprendere l’evoluzione verso la crisi.

In sostanza, la crisi lo lancia o verso la morte, o verso quelle novità salvifiche che essa stessa lo forza ad inventare. Se vogliamo uscirne non è possibile tornare alle politiche che l’hanno generata. Serres sottolinea l’indispensabilità di un radicale cambiamento. Ma col pensiero unico non si cambia.

E se la soluzione alla crisi del debito consistesse in un default pilotato per uscire dall’euro? “Adottando l’euro, l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del terzo mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica (Paul Krugman)”. E dello stesso Nobel, tratto da “Usano il panico da deficit per smantellare i programmi sociali”: “Il recupero dell’economia non è mai stato l’obbiettivo; la spinta all’austerità è per usare la crisi, non per risolverla”.

Vi sono alcune teorie controcorrente, una delle più importanti e strutturate è quella promossa dall’M.E.-M.M.T. (Mosler economics modern money theory for public purpose): di cosa si tratta? E’ la teoria della moneta moderna, messa a punto dagli economisti americani che guidarono la rinascita Argentina, ripresasi dalla crisi economica attraverso un’alternativa alle direttive dell’FMI.

MMT è il termine moderno per indicare il corpo teorico del “cartalismo”, facendo riferimento alla teoria economica che descrive in dettaglio procedure e conseguenze dell’utilizzo di moneta a corso legale rilasciata dallo stato. Questa teoria economica è sostenuta tuttora da alcuni economisti post-keynesiani, tra cui James Galbraith. I passi sono descritti in un programma reperibile su internet, stilato dagli economisti Mosler, Forstater, Parguez e dal blogger Barnard.

Mitomani? Non si direbbe, vista la fondatezza teorica dei ragionamenti proposti. Ma oggi si seguono altre strade. Infatti, pur affermando che “l’euro non dovrebbe esistere”, (prima riga del rapporto UBS “Fine dell’euro, le conseguenze”) lo stesso rapporto sostiene che i costi economici e geopolitici del break-up valutario sarebbero devastanti, con il PIL quasi dimezzato.

E contiene la profezia di Romano Prodi nel 2001, da Presidente della Commissione Europea: “Sono sicuro che l’euro ci obbligherà a introdurre nuovi strumenti di politica economica: Oggi è politicamente impossibile proporlo. Ma un giorno ci sarà una crisi e si creeranno nuovi strumenti”.

Crescere o decrescere? Analizzare lo sviluppo significa analizzare l’evoluzione della società e delle istituzioni. Recentemente si sono affacciati approcci che sostengono la decrescita come orizzonte per rispondere ai vincoli ambientali e riproduttivi della terra, fino a sostenere che occorre correggere il PIL con indicatori adeguati alla riproduzione delle risorse naturali del pianeta.

In realtà, chi studia i fenomeni economici studia anche i fenomeni sociali: non si deve dimenticare che l’economia è una scienza sociale. Più che la correzione del PIL, sarebbe meglio trovare indicatori per rispondere meglio alla domanda: quale benessere? L’UNDP (Programma di sviluppo delle Nazioni Unite) nel 1990 ha ideato l’Indice di Sviluppo Umano (ISU) per collocare le persone al centro dello sviluppo.

Alla base c’è la convinzione che la dimensione umana dello sviluppo sia stata trascurata a tutto vantaggio di una enfasi sulla crescita economica. Finalmente una istituzione internazionale ha formalizzato un indicatore superiore al PIL senza però trascurarlo, misurando in media geometrica salute (speranza di vita alla nascita) accesso alla conoscenza (anni di istruzione) e livello decoroso di vita (PIL procapite).

Si tratta di variabili oggettive, non legate alla percezione individuale di felicità o benessere. Perché l’ISU è stato tolto dalla discussione? In qualche modo misura gli effetti del capitalismo: che sia questo il motivo?

Ci sono ulteriori questioni da affrontare: sui consumi, sul modello di sviluppo e di società. In premessa una questione nodale: siamo circondati da energia e da materia. La prima è “infinita” ed è data dal sole, mentre la seconda è “finita” ed è data dalla Terra. Ebbene, per produrre qualcosa di infinito noi bruciamo qualcosa di finito, vale a dire bruciamo “materia” (che è finita) per produrre “energia” (che è infinita). La distruzione del pianeta inizia da qui.

Deve decrescere l’economia dello spreco e della distruzione, in favore dell’economia bio. Umanizziamo le città, costruiamo parcheggi esterni, favoriamo il trasporto pubblico. La Terra rischia di morire per l’agricoltura industriale, l’allevamento intensivo, la desertificazione del terreno causato dal non rispetto dei cicli naturali.

Veniamo ai consumi. L’aumento del reddito cambia la percezione del benessere e del consumo, alimentando nuove attività industriali e nuovi servizi. La domanda dei paesi capitalistici è da tempo domanda di sostituzione, in cui è il solo valore del bene a cambiare. Lo snodo da affrontare è la modifica del consumo legata alla crescita di reddito, che non significa più prodotti, ma prodotti diversi.

Qui una teoria sul consumo come la decrescita potrebbe anche intervenire, non per rivendicare buon propositi ma bensì sviluppare un ragionamento organico che al momento non esiste.

Il problema dei consumi non è inquadrabile in meno consumi = meno uso di risorse del pianeta, ma piuttosto in maggiore reddito = consumi diversi. Che necessitano di minori risorse naturali, senza il bisogno di scomodare la decrescita. Infatti, la modifica dei consumi non ne ha solo modificato il target, ma sta cambiando anche il modello di sviluppo. Che può essere più ricco di benessere, di buon lavoro e di cura del pianeta solo se sussistono alcune condizioni che i sostenitori crescita e della decrescita non vogliono comprendere.

Vorrei dire sviluppo e non crescita: qualunque sia l’analisi, dovremo sostituire la parola crescita con la parola sviluppo, affermare che lo sviluppo o è sostenibile o non è sviluppo, convincersi che lo sviluppo è sostenibile se sta in rapporto con il sociale.

Il concetto di sviluppo sostenibile comporta l’accettazione della nozione di limite, non in termine assoluto ma imposto dall’attuale tecnologia ed organizzazione sociale, dalla disponibilità di risorse economiche e capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane. Tecnologia ed organizzazione sociale possono però essere migliorate per inaugurare una nuova era di sviluppo del benessere e ben vivere personale e collettivo.

Vi sono criteri ecologici per l’utilizzo dello spazio ambientale e principi per l’utilizzo delle risorse:

  • l’utilizzo di una risorsa rinnovabile non può essere più rapido del suo ritmo di rinnovamento e l’emissione di materiali non può essere maggiore della capacità di assorbimento dell’ambiente;
  • l’utilizzo di risorse non rinnovabili deve essere ridotto al minimo e devono essere utilizzate nella misura in cui viene creato un sostituto fisico di equivalente livello funzionale sotto forma di risorse rinnovabili;
  • il tempo degli interventi umani deve essere in rapporto equilibrato col tempo dei processi naturali, sia dei processi di decomposizione dei rifiuti che dei ritmi di rigenerazione delle materie prime rinnovabili o degli ecosistemi;

Di questi temi se ne vuole parlare perché forse sono maturi tempi, ambiti e spazi per azioni ambientali promosse attraverso una contrattazione verde per l’economia, nei settori e nei posti di lavoro.

Vi sono riferimenti europei che, anche se non obbligatori, ci mettono nelle condizioni di chiedere ai datori di lavoro un posto di lavoro più verde e anche di avere un salario verde sulla base dei risultati che possono determinare per le imprese una riduzione dei costi per lo svolgimento delle loro attività.

Per cambiare modello di sviluppo occorre un bagaglio di conoscenze superiore rispetto al modello da sostituire. Vale a dire lavoratori ben formati ed imprese che cambiano la loro produzione, passando dalla “meccanica” alla “conoscenza”. Così si produrranno beni e servizi a minore impatto ambientale e lavoro buono. Viceversa, se un paese non modifica il proprio modello di sviluppo continuerà a bruciare maggiori risorse ambientali, perdere posti di lavoro e quindi avere salari più bassi.

Un esempio concreto potrebbe essere la crisi del mercato dell’auto, ma altrettanto emblematico è in caso della green economy nazionale: ogni euro investito nelle energie rinnovabili produce 98 centesimi di lavoro in Cina e altri paesi produttori, contro i 2 centesimi italiani.

Chi cambia modello di sviluppo crea lavoro e cura l’ambiente. Chi non lo cambia il lavoro lo perde, insieme a conoscenza e reddito. Il pianeta non si salva riducendo i consumi bensì cambiandoli. Se poi qualcuno vuole promuovere sobrietà e povertà come scelta di vita trova rispetto ed approvazione, ma non possiamo chiedere ai poveri di restare poveri, o ai ricchi di diventarlo.

Sull’approccio alla conoscenza, alla domanda cosa sia il bene Seneca rispondeva “scientia rerum”, la conoscenza delle cose; e il male “imperitia rerum”, l’ignoranza delle cose.

In questo ci aiuta il prof. Federico Roncoroni, insegnante e scrittore. “Raccontano che una volta un’importante Accademia bandì un premio per chi avesse saputo trovare le ragioni per le quali un pesce morto pesa più di un pesce vivo. Ovviamente, per un problema che presupponeva una grande esperienza e la conoscenza dei più riposti segreti della natura, il premio non era piccolo. Così furono numerosi coloro che vi parteciparono e che, riuniti in assemblea, con lunghi ragionamenti, partendo da principi ineccepibili e traendone a filo di logica le più implicite conseguenze, dimostrarono in modo perfetto le cause di quel fenomeno: perché un pesce morto pesa più di un pesce vivo. Ci fu chi si rifece all’anima e agli spiriti vitali che, come farebbe un palloncino dentro un corpo immerso nell’acqua, rendono più leggera la materia. Ci fu chi si appellò al movimento che a causa dell’attrito con l’atmosfera, produce una certa lievità e sospensione. Ognuno insomma disse la sua, adducendo chi un perché chi un altro, secondo le idee che professava circa le cose della natura. Uno solo, uno si capiva “un po’ grossolano e di poca fede”, prima di cominciare a infilare argomenti su argomenti, pensò di mettere sulla bilancia un pesce vivo e di pesarlo, poi dopo averlo ucciso ve lo rimise morto e, pesatolo, trovò che vivo o morto pesava allo stesso modo.”

La spiega dell’autore? “Accrescere di volta in volta il numero di coloro ai quali venga in mente di pesare il pesce prima di credere, nonché accingersi a dimostrare, che morto pesi più che non da vivo, è il fine principale dell’istruzione. (…) Far sì che davvero tra i miei studenti crescesse e si irrobustisse il numero di quelli che, prima di credere in alcunché e farsene magari sostenitori, si chiedessero se fosse vero, sulla base dell’esperienza e della ragione. E che crescesse e si diffondesse anche il numero di quelli che, dopo aver capito le cose, imparassero a impararne da soli altre, attraverso il metodo che insegnavo loro, un metodo pensato proprio per insegnare a prendere da quello che si sa lo spunto per cose nuove, per aggiungere conoscenza a conoscenza, dosando opportunamente induzione e deduzione: fino ad arrivare a trasformare veramente le conoscenze in abilità, il sapere in saper fare, e entrambe le cose in competenze che siano, a loro volta, flessibili, aumentabili e trasferibili. (…) Certo un metodo simile comporta, sui tempi brevi, una strage di pesci, e questo mi spiace, ma sui tempi lunghi, garantisco, dà i suoi frutti.”

“Siamo giunti al punto di considerare il profitto come un parametro assoluto, a danno delle persone e dei popoli, frutto di un sistema che non ha remore a trasformare in disoccupati milioni di lavoratori. Ciò avviene quando l’uomo si riduce a ciò che produce e a ciò che consuma.” (Papa Francesco)

Il Premio Nobel Joseph Stiglitz, intervistato sul valore  dell’economia, ha così risposto: “Dobbiamo studiare l’economia, perché penso sia essenziale per produrre più alti tenori di vita e ridurre la povertà. Ma vorrei modificarne lo studio perché gran parte di ciò che viene insegnato nelle scuole di specializzazione in economia è sbagliato. Sono sempre più convinto dell’importanza dello studio di scienze politiche e sociologia, poiché sono mescolate tra loro. Studiare l’economia scevra dalle altre scienze sociali è sbagliato per tutti i paesi, direi di studiarla con scetticismo e di studiarla in un contesto più ampio.”

In un contributo sull’Europa del domani ho chiuso l’articolo domandando se sono i valori a cambiare l’economia o è l’economia che cambia i valori. Penso non ci sia una risposta sola. Probabilmente, senza garanzia di verità, siamo incoraggiati a cercare ciò che in qualche modo ci sta davanti, reinterpretando continuamente gli eventi. E se non si può mai dire definitivamente se l’interpretazione sia giusta, si può sempre dire quando la stessa sia sbagliata.

Come i nostri vicini e lontani antenati, come sempre è avvenuto da quando abbiamo imparato ad accendere un fuoco, continuiamo ad oscillare, in una situazione di incertezza, tra la disperazione e la speranza. Tutta la vita è risolvere problemi. Invece di posare a profeti onniscienti diventiamo i creatori del nostro destino, impariamo a fare le cose nel miglior modo possibile ricercando i nostri errori. Ciò significa che dobbiamo cambiare noi stessi.

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One thought on “Revolution

  1. La moneta dovrebbe essere un’emissione di Stato a corso legale: i diritti di signoraggio appartengono alla Pubblica Amministrazione, non già alle banche, le quali emettono banconote che sono solamente assegni a vuoto, assegni che, se emessi da parte di un comune cittadino, quest’ultimo viene perseguito a termini di legge, ma le banche sono immuni anche nei confronti della legge.
    Quanto indicato a proposito dell’istruzione è fondamentale; nondimeno, i malfattori della finanza e certe persone, a sproposito, investite di Pubblica Autorità, con la complicità dei mezzi di comunicazione sociale, fanno in modo che le persone in grado di comprendere i fenomeni in atto siano in numero minore possibile e di emarginare quelle la cui mente, fortunatamente, ancora sana, consenta loro una tale comprensione: si arriva financo a considerare pazzi tali soggetti, in realtà intelligenti, seppur altamente scomodi per certi individui.
    Ancora una volta, si deve riprendere la cultura del noi, contrapposta alla cultura dell’io.

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