Repressione, cultura e sviluppo, regole e modi per contrastare il fenomeno mafioso

Andrea Zoanni

mafE’ prassi comune nelle serate antimafia lasciare uno spazio per qualche racconto o testimonianza. Di norma va in scena la storia di un innocente fanciullo che seduto sulla cima della collina vede in lontananza un sicario uccidere la sua vittima. Naturalmente questo gli costa la vita, non subito ma facendo in modo che il caso ci abbia messo lo zampino. La rappresentazione si svolge quasi sempre in Sicilia e a raccontare il fatto è spesso un sacerdote antimafia.

Così succede, e ne sono testimone, che nel nostro nord le persone scivolano via tranquille e rasserenate. Tranquille perché la Sicilia, la mafia, le sparatorie con la lupara sono episodi che avvengono a migliaia di chilometri di distanza. Rasserenate perché hanno magari contribuito con qualche euro ad acquistare una confezione di pasta o una bottiglia di vino prodotto nulle terre confiscate, sistemando così la propria coscienza. Salvo poi sentire i notiziari locali e comprendere forse dagli episodi efferati che accadono vicino a noi che sono tutte iniziative lodevoli, ma serve altro per incidere sul fenomeno mafioso.

Per prima cosa non bisogna generalizzare o banalizzare: se tutto è mafia, nulla è mafia. Gioco vetusto e stantio. Come, per esempio, l’episodio della scuola brindisina, tutti a far fiaccolate quando, anche a detta mia che esperto non sono, non vi era nessun indizio che potesse portare ad una verità mafiosa. Invece vai con le alzate di scudi, salvo poi afflosciarsi subito generando l’effetto boomerang.

La seconda questione è però quella centrale per alzare il livello del contrasto mafioso e mette in scena direttamente lo Stato. Infatti, più Stato o meno Stato è una contrapposizione ricorrente nel dibattito di politica economica, ma non lo è altrettanto nelle riflessioni e nell’elaborazione di strategie sul contrasto al crimine organizzato.

Fino ad oggi, l’antimafia delle leggi e della magistratura ha vinto molte battaglie, anche a prezzo di enormi sacrifici, ma non ha vinto la guerra. E come in ogni guerra che si vuole vincere, occorre aprire più fronti. Dando per acquisito quello repressivo di competenza delle forze all’uopo previste, è indispensabile operare sul versante del potenziamento della cultura della legalità e su quello dello sviluppo economico.

Queste sono le tre leve su cui fare perno e che vanno utilizzate con coerente sincronismo e intelligente flessibilità in un quadro strategico, dove ruolo e presenza dello Stato trovino un giusto punto di equilibrio. Già, lo Stato: troppo o poco? Nel primo caso ha contribuito al crescere delle organizzazioni criminali attraverso la spesa pubblica, l’abnorme sviluppo degli apparati burocratici, la complessa macchinosità della regolazione normativa e, non ultimi, gli interventi straordinari (ricostruzioni post eventi tellurici). Al contrario, per troppo tempo lo Stato si è tenuto sostanzialmente lontano e assente in alcune aree del Paese, condizione degenerata al punto da perdere il controllo del territorio.

I ritardi e l’inefficacia della giustizia hanno poi consentito alle organizzazioni più capillari di svolgere funzioni di supplenza e mediazione. Se la criminalità pretende di rappresentare l’anti Stato, quest’ultimo ha il dovere e la necessità di essere credibile in tutte le sue articolazioni. E qui il pensiero corre al disegno di legge anticorruzione.

Aver dato delega tempo fa al governo per predisporre una legge sui condannati incandidabili fu un pessimo segnale offerto dalla classe politica sulla propria credibilità e, di conseguenza, sulla necessaria implementazione della cultura della legalità. Detta cultura si affermerà quando ci si convincerà che appartenere ad organizzazioni criminali, esserne affiliati o conniventi, non è conveniente né sul piano sociale e dell’immagine personale, né su quello economico. Esse sono contemporaneamente anti Stato e Stato sociale.

Dove il controllo del territorio è più stretto e capillare, le mafie svolgono anche ruolo di compensazione economica e di regolazione della quotidianità della gente. Se questi aspetti non vengono compresi nella loro complessità sarà difficile approntare una strategia complessiva di contrasto. Se il fenomeno mafie non diventerà una questione di interesse nazionale e lo relegheremo a comportamento malavitoso correlato a territori tradizionali, difficilmente saremo in grado di mettere in atto strategie vincenti.

Contrastare le mafie significa proporre soluzioni alternative e fornirsi di un lungimirante piano complessivo di sviluppo economico che assecondi e accompagni la naturale vocazione del territorio. Prevenire si deve, riducendo le condizioni favorevoli al perpetuarsi di un retroterra culturale tanto funzionale al crimine organizzato.

“Non c’è alcun pezzo di società che possa dirsi impermeabile al contagio mafioso: Tutti sono esposti al virus criminale, sia in Calabria che fuori dalla Calabria. Attenzione, questo non significa che tutta la società è contagiata, significa che è tutta esposta al rischio contagio.” (Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, Il Contagio, ed. Laterza)

Infatti, la vergogna dell’ultima legislatura lombarda (dove non c’erano solo tangentari, faccendieri, corrotti, corruttori e ragazze bunga bunga ma anche la ‘ndrangheta in giunta al Pirellone) non provoca solo tristezza e indignazione: annichilisce e si porta dietro un cumulo di macerie fatto di regole calpestate, fiducia tradita, pratiche omertose, sporchi favori. Complice anche gli incauti dinieghi di qualche anno fa del prefetto milanese, la zona grigia e opaca descritta dalla commissione antimafia si è allargata in modo esagerato anche sotto i nostri occhi, a volte troppo bendati al momento delle scelte elettorali.

E’ difficile immaginare il bassofondo morale in cui si annidano certe pratiche e certi personaggi. Le forze dell’ordine vanno ringraziate per quello che fanno, ma serve più coraggio nella denuncia da parte di chi sente sul collo il fiato della criminalità organizzata. Oggi si deve, e la rigenerazione deve partire dalla politica, per fare in modo che la democrazia scardinata da un patto scellerato con la criminalità sia stato l’epilogo del compromesso al ribasso di quella politica che ha usato le istituzioni come bancomat.

“In una città dove si dice che tutti si conoscono e che le cose si sanno, sarebbe un gesto rivoluzionario rifiutarsi di stringere la mano a certa gente. Intendo quelle persone che, se arrestate per reati di mafia, vengono accompagnate da un’alzata di spalle: ma tutti lo sapevano”. (Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, Il Contagio, ed. Laterza)

Sono alcuni brevi passaggi di un libro intervista all’allora Procuratore capo di Reggio Calabria e oggi di Roma (denominato sarcasticamente “il porto delle nebbie”) e del suo vice. Due persone incontrate più volte, ma resta intatta l’esperienza donata all’interno del bunker a loro assegnato in quel del Palazzo di Giustizia della città calabrese. Insegnamenti continui e costanti nel pronunciare parole invitanti e rispettose delle leggi e alla costruzione di una buona economia fatta di relazione. Come anche durante un’esperienza formativa tenuta con loro ad Assisi insieme al Custode francescano della basilica. Quello della ‘ndrangheta è un sistema di colonizzazione rigidamente controllato: a Milano si guadagna, in Aspromonte si decide.

 

C’è chi consiglia gli acquisti di beni voluttuari e non. C’è chi consiglia ristoranti e similari, oppure alberghi in cui dormire. Manca chi consiglia come annusare i mafiosi al Nord e al Centro. Sembra un nonsenso, ma alla fine non è così. I casi di politici nordici colti nel frequentare mafiosi della fattispecie ‘ndranghetista, che sono poi caduti dalle nuvole e si sono rifugiati in un angolo al grido dell’”io non lo sapevo in quanto non ce l’hanno mica scritto in fronte”, ci dimostrano il contrario.

Il mafioso, nel proprio territorio di origine si riconosce in quanto, per esercitare il proprio potere, in qualche modo deve comunque far sapere chi è. Poi magari mancano le prove per condannarlo, ma questo è un altro discorso. Quando il mafioso viene al nord solitamente rientra in tre tipologie: colui che delinque, colui che ricicla, colui che fa affari. Le tipologie sono sovrapponibili.

Colui che delinque, solitamente, una qualche visibilità, almeno tra le vittime, la mantiene, dedito all’usura, alla droga e all’estorsione. Il politico, in genere, appare in grado di accorgersene. Colui che ricicla è più difficile da scoprire. Al Nord si presenta bene. Promette interesse per le questioni care ai politici. Porta voti da ricco imprenditore. Dice di produrre lavoro. Colui che fa affari è solitamente un imprenditore investitore molto abile nel vincere gli appalti con le proprie ditte. Figura spesso simile al riciclatore, ma con un maggior peso criminale. Appare anch’esso affidabile ed entrante nei modi. Trasuda di serio potere. Si mette a disposizione e risolve i problemi con rara efficienza.

Un politico, ma vale anche per un cittadino qualunque, per evitare i contatti deve solamente mettersi d’ingegno e farsi cinque domande. Chi è? Da dove viene? Cosa fa? Dove prende i soldi? Di chi si circonda? In questo modo si riducono i rischi. Ma il politico del nord si vuole porre queste domande? Ho qualche dubbio in proposito. E un politico del nord trapiantato al sud, è mai possibile che non li annusi i mafiosi? Secondo me no.

 

La mafia e i luoghi comuni. Vediamo quali sono.

La mafia non esiste. Ormai è stato appurato il contrario. Ma, fino al maxi processo del 1986 di Caponnetto, era il luogo comune più diffuso.

La mafia, se esiste, è puramente un fenomeno criminale. Persiste ancora e favorisce la sottovalutazione del problema. Se fosse un puro e semplice fenomeno criminale, sarebbe stata già debellata da tempo.

Di mafia non bisogna parlare, perché si rovina la reputazione di un territorio. Errore gravissimo, che tuttora persiste in quasi tutto il nord ed in parte del centro e del sud. Non parlare della mafia significa aiutare la sua espansione.

Teoria dell’isola felice. Non esistono luoghi nel nostro paese e in Europa ove la mafia, in qualche sua forma, non sia presente. Questo errore di valutazione, ad oggi, persiste specialmente nel centro nord.

La mafia nasce dalla povertà. Al contrario, la mafia nasce nei territori potenzialmente ricchi e li rende poveri. In Sicilia, Cosa Nostra ha iniziato nella Conca d’oro con il traffico di limoni.

La mafia una volta era buona. Falso: non lo è mai stata.

Di mafia straniera non bisogna parlarne, perché si rischia il razzismo. Errore grave, perché parlarne significa aiutare gli stranieri onesti.

Non si fanno passi avanti. Falso, in Italia ne sono stati fatti molti. Non bastano, però, in quanto bisogna agire sul piano internazionale. In Europa sono messi peggio.

Ci prendiamo solo i soldi del riciclo dei mafiosi. Tanto i mafiosi non arrivano. Falso. I mafiosi dopo arrivano.

La mafia è invincibile. Non è vero. I danni che ha subito sono notevoli.

La mafia dà lavoro. Falso. Se fosse vero, Reggio Calabria, Palermo e Napoli non avrebbero disoccupati.

La mafia è un virus. Un virus mutante. Superare i luoghi comuni è come un vaccino e rappresenta un primo passo per sconfiggerla.

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