Francesco ed il rischio del neoclericalismo

Agostino Pietrasanta (*)

cleNon stupisce che i media, soprattutto “laici” insistano sui difficili rapporti tra papa Francesco e la curia; né può fare meraviglia che seguano con interesse i suoi tentativi di limitare un potere cristallizzato dei vertici ecclesiastici chiusi in una dinamica autoreferenziale, per rendere il governo della Chiesa rappresentativo della Comunione e del Popolo cristiano.

Non può stupire perché dopo gli esiti non proprio entusiasmanti offerti da una pratica di governo omologata alle logiche del potere, anziché a quella del servizio, era prevedibile che un personaggio venuto dalle periferie del mondo ne individuasse limiti non compatibili col messaggio evangelico e talora scandalosi agli occhi del mondo. L’aspetto più clamoroso della pratica che non esito a definire “mondana”, al di là della buona fede di parecchi protagonisti, consiste sicuramente nelle conseguenze devastanti della conduzione finanziaria di strumenti ( IOR in testa, ma non solo) che avrebbero dovuto supportare, non in parte, ma in esclusiva la missione di una Chiesa di Cristo inviata a predicare il Vangelo.

Forse  la deriva più devastante di una curia lasciata ai suoi meccanismi di potere, quasi subito dopo la morte di Paolo VI, a prescindere dal carisma e dalla profezia dei pontefici e di parecchi vescovi ai vertici della Chiesa universale e della Chiese locali, è dovuta alle cordate ed agli accordi sottesi alle nomine e soprattutto alle nomine episcopali. Credo che la questione riguardi soprattutto la Chiesa italiana, ma non solo. Troppe volte abbiamo assistito ad un disagio evidente tra il “centro romano” e le conferenze episcopali soprattutto del centro/Europa su nomine decisive; e tuttavia per l’Italia si sono verificate situazioni di disagio permanente almeno per un ventennio. Il confronto, ma sarebbe meglio dire lo scontro fra segreteria di Stato e Conferenza episcopale italiana non ha costituito segreto per nessuno abbia avuto occhi per vedere ed orecchi per ascoltare; come in un affarismo mondano si sono confrontate linee contrapposte di supporto ai candidati e, prescindendo ovviamente dalla qualità degli eletti su cui non mi compete esprimere giudizio, le nomine sono state conseguenti al successo della linee rispettive e contrapposte. La prova più clamorosa ha avuto conferma nei “toto/vescovi” in pasto alle valutazioni dei mezzi di comunicazione, alla pari delle nomine più profane; è appena il caso di dire che nella tradizione della Chiesa, dai tempi dell’Inquisizione in poi, ed ancora nel post/concilio, qualunque nome fosse emerso nelle more della sua pubblicazione veniva prontamente “eliminato”. Non è stato un bel vedere: e tutto questo, lo ribadisco senza entrare nel merito della capacità e dei meriti dell’eletto.

Eppure non è questo, a mio avviso, il banco di prova più insidioso cui Papa Francesco dovrà far fronte; anzi mi pare che tutto questo costituisca il sintomo di un disagio, in mezzo ai tanti meriti della Chiesa. La Curia ha perversato con gli esiti che tutti stanno rilevando, mentre seguono e contemporaneamente attendono l’azione del Papa perché, il centro curiale, indipendentemente dalle intenzioni, da strumento di servizio, si è fatto centro di potere e si è omologato ai criteri che inevitabilmente ne sono conseguiti anche, e purtroppo, nelle dinamiche della corruzione.

Qualcuno invoca il ritorno alla lettera del Vangelo; ed io non avrei nulla da contrapporre, anzi mi associo completamente. C’è però un percorso ed una realizzazione che passano, mi pare, dalla ripresa di un’ecclesiologia di comunione che riporti gli strumenti di servizio alla loro fisiologia.

Sicuramente c’è una storia da valutare, ma ogni volta che il popolo cristiano è stato posto in ombra la Chiesa ha marcato problemi di credibilità. Certo in epoca passate la “società” dei credenti era solo oggetto di evangelizzazione, era Chiesa discente e passiva, di contro alla Chiesa docente limitata ai chierici, tuttavia solo l’attenzione ai fedeli cristiani ha contribuito all’autorevolezza ed al prestigio anche dell’Istituzione. Dopo il Concilio l’Istituzione gerarchica (ma qualche passo era stato compiuto da Pio XII con la dottrina del “Corpo mistico”) è diventata strumento di diaconia e servizio al Popolo di Dio; qui però, proprio nel momento della ricezione difettosa delle disposizioni conciliari si è verificata la ripresa di una straordinaria restaurazione e l’idea di “Chiesa, popolo di Dio” è stata rimossa, se non addirittura abrogata.

Le cause sono complesse ed altra volta le abbiamo richiamate soprattutto nelle fughe dispersive e nella dinamica di contestazione intra ed extra/ecclesiale; di fronte ai fenomeni che ne sono conseguiti, anche Pontefici di grande levatura o si sono fermati pensosi o sono ripartiti alla conquista del mondo con la forza di un carisma profetico. In questo contesto l’idea di un cammino comune col mondo, attraverso la mediazione attiva del Popolo di Dio, ha perso di senso almeno ai livelli delle operazioni concrete, proprie della missione. L’evangelizzazione, nonostante i convegni che ne facevano espresso richiamo, non si è più immersa nella promozione umana, ma ha tentato le vie della conquista.

Il progetto, sicuramente ambizioso, ha subito dei fallimenti innegabili, in parte corretti dalla presenza di molti protagonisti che hanno continuato ad operare anche “nelle frontiere del mondo”  talora ai limiti di quanto veniva valutato come ortodossia. Inoltre il taglio d’intervento di un movimentismo anche laicale (ma nessuno è tanto clericale quanto i laici che sposano il potere come alternativa al servizio) ha prodotto ulteriori criticità ed ha messo a tacere l’associazionismo che preferiva capire piuttosto che condannare.

Il risultato, nonostante l’ambizione del progetto, è stato devastante, anche perché soprattutto in Italia, rimossa la presenza attiva del laicato anche nella determinazione delle scelte politiche, la Chiesa si è fatta parte e, nonostante le dichiarazioni in contrario, ha scelto un parte disponibile alle contrattazioni più discutibili.

Con questi presupposti ed in questa complessità di contesto non può certo stupire che da strumenti di servizio gli organismi di governo si siano fatti centri di potere; assimilandosi alle logiche delle forze contrapposte si sono preoccupate del successo. Indifferenti ai segni da discriminare nel cammino della storia per rispondere alla loro domanda con la forza del Vangelo, si sono omologate ai percorsi della conquista ed il percorso della conquista ha i suoi paradigmi, le sue dinamiche.

Ed allora? A me pare che la sola soluzione vada nel senso della ripresa che ponga al centro il Popolo di Dio come protagonista attivo. Temo il ritorno ad  una liturgia che privilegia il mistero al posto della partecipazione; temo i gruppuscoli chiusi nella devozione o nella sacrestia separata dal destino degli uomini; temo le aggregazioni di un percorso privilegiato, magari gradito a taluni pastori; temo l’assenza del popolo cristiano dal ruolo di responsabilità ed ovviamente una responsabilità di servizio. Temo tutto questo ed altro perché costituisce l’ossigeno per una  restaurazione clericale e di un clericalismo tanto appartato quanto ignorante del mondo che aspetta la Parola del Vangelo.

Forse in questo neoclericalismo stanno tutti gli estremi per una sfida: la sfida più impegnativa in agenda di un pontificato, quello di papa Francesco, che si prevede entusiasmante sia per il credente, sia per tutti gli uomini amati da Dio.

(*) tratto da Città Futura del 24 marzo 2014

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One thought on “Francesco ed il rischio del neoclericalismo

  1. Da organista prestante servizio liturgico, mi permetto di osservare che la partecipazione alla liturgia può essere fatta anche con la vigile e cosciente attenzione a ciò che viene detto, fatto, cantato, suonato; certamente, le tematiche religiose hanno componente di mistero, essendo la religione basata su quella fede, la quale ha ragioni che la ragione non può comprendere, tuttavia l’ascoltatore deve essere messo in grado di fruire appieno delle Sacre Scritture e di tutti gli altri aspetti del rito. Purtroppo, per inseguire la partecipazione attiva, almeno in Italia, si è considerevolmente svilita la parte musicale, in barba al dettato Agostiniano “Qui canit bis orat” ed al Salmo XLVII, che recita “psallite Deo nostro psallite psallite regi nostro psallite, quoniam rex omnis terrae Deus psallite sapienter”. Le cose sembrerebbero andare meglio oltr’Alpe e, nella nostra Nazione, in Sud Tirolo, dove i fedeli hanno a disposizione non già i soli testi, ma anche le melodie e, di frequente, la Liturgia è nobilitata da brani di assoluto rilievo, nei quali il popolo esegue il Cantus Firmus. Il problema, quindi, è d’impostazione culturale generale, oltre che interno alla Chiesa.
    La Curia Romana quale centro di potere altro non è che il trasloco oltre Tevere di un Palazzo Chigi i cui inquilini ignorano il significato della parola “ministro” oppure la intendono nell’accezione di servi di loro stessi.

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