Avanti con l’Europa federale

Andrea Zoanni

(Il dibattito promosso da Ap si arricchisce di un contributo a firma Andrea Zoanni. Ricordiamo i precedenti interventi: Marco Ciani “Un’idea di Europa”, Angelo Marinoni “L’Europa degli europei“, Daniele Borioli “Attenti ai pifferai dell’ antieuropeismo“, Carlo Baviera “L’Europa: una “espressione geografica”?” e Dario Fornaro “Grecia chi?“. Ap)

nobelIntervistato durante il suo soggiorno a Gerusalemme, il Cardinal Martini definì la “Pace come pienezza di riconciliazione”. Pochi ricordano, ma nel 2012 all’Unione Europea fu assegnato il Premio Nobel per la pace, “perché da oltre 60 anni contribuisce al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa.” Una curiosa coincidenza di parole.

La notizia del Nobel suscitò sorpresa, percepibile sia nell’entusiasmo degli europeisti convinti, sia nella stizza degli euroscettici. Il processo di integrazione del continente stava vivendo una fase molto difficile, oggi tutt’altro che superata, con i partner più divisi che uniti. In alcuni paesi, compreso il nostro, si erano sviluppati sentimenti antieuropei, risentimenti contro altre nazioni, tentazioni di isolamento, dubbi sul fatto che restare in Europa potesse corrispondere all’interesse della propria nazione.

Assai più logico sarebbe stato attribuire il premio in altri momenti, ad esempio nel 2004 in occasione del suo allargamento più significativo, verso est, che sigillò a 15 anni dalla caduta del muro di Berlino la fine del processo di riunificazione di un continente rimasto diviso all’indomani della seconda guerra mondiale.

Chi assegnò il premio prese il classico granchio? Forse, ma è possibile che abbia scorto qualcosa che i nostri occhi, troppo abituati a spiare segni di crisi o a cercare segnali che almeno possano scongiurare le paure più grandi, non riescono a percepire. In questo senso reagì il Presidente Ciampi : “La notizia mi ha emozionato perché vi ho scorto una scintilla che ravviva un grande progetto dal grigiore che da troppo tempo avvolge l’orizzonte europeo.”

Ad onor del vero, quella notizia arrivò in un periodo in cui facevano ancora clamore gli scandali nella gestione della cosa pubblica, tutti atteggiamenti portatori di sfiducia e distacco nei confronti di una democrazia rappresentativa apparentemente incapace di funzionare. Anzi, l’abitudine generata dal ripetersi di questi fenomeni sembrava addirittura riuscire ad anestetizzare quel sussulto che gli scandali riescono spesso a mettere in moto.

Quel premio fu il riconoscimento “dell’impegno coronato da successo per la pace, la riconciliazione e per la democrazia e i diritti umani; il ruolo di stabilità giocato dall’Unione ha aiutato a trasformare gran parte d’Europa da continente di guerra a continente di pace”. Raggiungere questo risultato, invertendo storicamente una tendenza opposta, è stato possibile perché fin dalla sua nascita l’UE se lo è posto come obiettivo.

Il primo e fondamentale mezzo per raggiungerlo fu partire da una nozione integrale di pace: non solo assenza di guerra e nemmeno solo la firma di patti e trattati, necessari ma non sufficienti. Come spiegava Jean Monnet, “la pace non è solo una questione di trattati o di intese, ma dipende dal creare le condizioni che, pur non potendo cambiare la natura umana, guidino il comportamento reciproco dei popoli in una direzione pacifica”.

Non è dunque un fatto formale ma deve avere una sostanza, concreta e simbolica: per questo la motivazione del Nobel insiste sul legame tra promozione di pace, democrazia e diritti umani sostenibili solo a precise condizioni. Occorre quindi disinnescare le micce che possono far esplodere i conflitti: la povertà, la corrosione della democrazia, il rarefarsi dello Stato di diritto.

Un altro elemento di grande interesse è la scelta di non premiare una persona, o un’associazione, o una ONG ma una istituzione. In un’epoca in cui la politica sempre più personalizzata è alla ricerca spasmodica di leader, come se un nome e un voto potessero bastare, è una decisione quantomeno contro corrente e contro culturale. Ma giustamente, diceva Monnet, “nulla è possibile senza gli uomini, niente è duraturo senza le istituzioni”.

Questo ci ricorda come anche in politica i risultati più importanti richiedono capacità di proiettare la propria azione nel futuro e di elaborare strategie di lungo periodo. Tattiche limitate nel tempo, in chiave elettorale, certo trovano il loro spazio, ma non possono essere l’unico orizzonte, né l’agenda può essere dettata dalla volontà dei sondaggi. Quando la politica si riduce a questo, perde respiro e contatto con la realtà, fatta anche di tempi lunghi, e certamente non sarà da Premio Nobel. Questo è il lato positivo del nostro continente.

Esiste anche un lato molto più critico, perché le crisi accelerano i processi ma possono anche interromperli. Probabilmente oggi l’integrazione europea è davanti ad una alternativa.

Da una parte si recuperano le origini e si accelera verso un’idea di Europa federale attraverso una coraggiosa integrazione politica, operazione necessaria sullo scacchiere mondiale che segue la logica evoluzione degli eventi. Quando avremo un solo rappresentante nei vari “G-n°” internazionali significherà avere in quella persona più forza politica della somma degli odierni rappresentanti europei.

Ho citato più volte Jean Monnet perché fu l’ideatore della “Dichiarazione Schuman” (documento ritenuto fondativo dell’Europa moderna attraverso la nascita della CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) ricorrenza che si celebra ogni anno il 9 maggio, festa dell’Europa, ma che in Italia pochi conoscono e non certo perché per noi in quel giorno resta viva la ricorrenza della strage di via Fani.

Per questo motivo, in una ipotetica pole position personale, ritengo il binomio francese Monnet Schuman la prima fila dei padri fondatori europei, senza nulla togliere a chi di Germania, Benelux e Italia è giustamente annoverato in quel ristretto gruppo di grandi persone. Che poi siano entrambe francesi non credo sia un caso. La storia la si può interpretare, cambiare è un po’ più difficile.

Dall’altra parte ci si incammina verso una estrema insofferenza ai vincoli comunitari spinta fino al punto di generare sentimenti nazionalistici e localismi identitari che potremo pagare alle prossime elezioni europee. Le manifestazioni anti Europa si intensificano e non provengono solo dai paesi più poveri come la Grecia. In ogni nazione i partiti anti europeisti crescono, compreso il nostro.

Molto è successo, ma l’ultimo risultato elettorale ha disegnato un parlamento principalmente anti europeo. In Forza Italia, M5S, Lega Nord non credo vi sia molto sentimento continentale. Se poi aggiungiamo il 25% degli astenuti il divario si allarga. Io credo invece che il cittadino italiano e le sue istituzioni avranno tutto da guadagnare nella prima delle ipotesi se impareranno a essere meno spreconi rispettando i patti firmati. Solo un po’ più di serietà.

Non facciamoci però troppe illusioni, il nostro stivale resta in buona parte la più grande penisola del Mediterraneo che geograficamente e culturalmente confina con l’Europa. Il recente viaggio ai confini orientali del mare nostrum me lo conferma. Quante analogie. Gli italiani non sono tutti uguali e le differenze interne sono molto più accentuate che negli altri paesi comunitari.

Dunque, l’alternativa è tra queste due possibilità, fermi non si può stare, ci si avviterebbe in una pericolosa involuzione. Ma perché preoccuparsene? Perché è in gioco l’identità europea, è in gioco l’autorevolezza della politica, è in gioco lo stato sociale, è in gioco anche la democrazia.

Usciti dalla catastrofe della guerra, gli europei seppero trasformare il proprio continente con tanta sana pragmaticità, facendo il possibile secondo il momento storico che si stava attraversando. Ma sin dalle origini gli estensori del progetto ci dissero che l’approdo della Comunità Economica Europea (ricordate l’acronimo CEE o EEC?) avrebbe dovuto essere quello politico, dopo l’avvento della moneta unica, dall’ECU all’attuale Euro.

Oggi siamo usciti, forse ma non credo ancora, da una catastrofe finanziaria, una guerra moderna che ha mietuto milioni di vittime sul lavoro. Sapranno i politici di oggi studiare la storia e riprendere il cammino facendo le riforme politiche auspicate? Oppure alla prossima ondata speculatoria saremo ribattuti come un fuscello?

Il lato critico di cui dicevo sono i venti milioni di disoccupati dell’eurozona, che rimangono perplessi di fronte al rafforzamento dell’euro e alla vivacità delle piazze finanziarie del continente. Sono stupiti dal tono trionfalista dei commentatori quando proclamano che la crisi della moneta unica è finita.

I mercati credono che l’impegno della Banca Centrale Europea ad acquistare i titoli di stato dei paesi in difficoltà economica abbia quasi eliminato il rischio di collasso. Ma il pericolo non cesserà fino a quando non si vedranno risultati concreti, ovvero finché i paesi periferici del vecchio continente non daranno segni di ripresa dell’economia e dell’occupazione.

Fino a quel momento i rischi di una recidiva provocata da contrasti interni o da uno shock economico esterno rimarrà alto. L’eurozona potrebbe fallire anche se la moneta unica dovesse sopravvivere.

E’ la teoria della “rana che bolle”: gettandola viva in una pentola colma di acqua bollente salterebbe subito fuori, immergendola nell’acqua fredda e aumentando gradatamente la temperatura resterebbe tranquilla lasciandosi cuocere.

In altre parole, anche se la deflagrazione che proietta un paese fuori dall’euro viene scongiurata, i problemi rimangono e, come la rana che cuoce lentamente, i paesi periferici possono riuscire a rimanere nell’euro, senza però invertire la tendenza risalendo la china.

E così, improvvisamente, ci sentiamo tutti più dubbiosi e incerti circa le sorti del capitalismo. Sarà alla fin come recitano alcuni critici? Oppure, quel suo permanente ricorso alla crisi lo rende sì instabile ma anche insostituibile per la sua capacità innovativa?

Nel corso dei secoli abbiamo assistito a diverse mutazioni. Ma oggi guardiamo con un certo sconcerto il passaggio da un’economia dei beni materiali a una sostanzialmente fondata sull’immateriale. E non si sta parlando di Internet, ma di qualcosa che coinvolge le nostre tasche.

Eppure, dopo tante brillanti analisi del vecchio Marx, toccò a un curioso personaggio di origini viennesi, che era stato ministro all’epoca di Weimar, metterci in guardia dall’evoluzione del capitalismo. Rudolf Hilferding avvertì che c’era qualcosa di intrinsecamente insano nell’economia e nelle sue pratiche tutt’altro che virtuose.

Scrisse un indimenticabile e pallosissimo libro, “Il capitale finanziario”, che si concludeva con le seguenti parole: “Il capitale finanziario nella sua forma più compiuta implica il completo dominio dell’oligarchia capitalistica sul potere politico ed economico. Esso è la più compiuta realizzazione della dittatura dei magnati del capitale.”

Dittatura è una parola gravida di conseguenze. Non ci vuole la sfera di cristallo per leggere che ciò che stava nascendo poco più di un secolo fa (e che Hilferding intuì con raro acume) si è oggi pienamente dispiegato. La questione, tuttavia, non è solo fin dove siamo giunti, ma quanto possiamo ancora spingerci oltre, sapendo che i mercati, come ha osservato un analista sconsolato, sono sempre più veloci della democrazia.

C’è dunque una dimensione della crisi che interpella tutti gli intellettuali. Ma interpella altrettanto severamente la politica, grande assente, populismo irresponsabile a parte. Queste elezioni non sono affatto da sottovalutare, l’orizzonte va allargato, anche perché di fatto è già così.

Mentre il potere politico trova un limite perentorio del suo agire nei confini delle nazioni, il potere economico avvolge tutto il globo senza confini. Questo è un’altro dei motivi che ci dovrebbero spingere a cancellare i confini politici tra le nazioni europee. Sono i valori a cambiare l’economia o è l’economia che cambia i valori?

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3 thoughts on “Avanti con l’Europa federale

  1. Lodevolmente calzante, quanto amaramente applicabile alla situazione odierna, il riferimento a Rudolf Hilferding: infatti, il pensiero dei padri fondatori, mirante ad unione, solidarietà e progresso derivante dall’essere tutti insieme è stato travisato e, come al solito, gli economisti, sempre più spregiudicati e dalla faccia sempre più tosta, hanno gettato il proverbiale fango su tutto quanto possa esistere di sociale, condiviso, pubblico, financo ad arrivare alla creazione di mercati da parte di sventati legislatori che, per incompetenza, debolezza o, peggio, connivenza nei confronti dei potentati economici, hanno ridotto al lumicino ogni parvenza di Diritto.
    Oggi, si parla tanto di debito sovrano, di fondo sovrano, ma, la sovranità, fino a prova contraria è appannaggio del popolo o di un organismo collegiale o di una carica monocratica: in ogni caso, si parla di persone, non di denaro o di meccanismi atti a maneggiare il medesimo.

    Un interessante commento su Hilferding, a firma Emiliano Brancaccio, si può leggere all’indirizzo:

    http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2012/10/bochicchio-il-ponte.pdf

    dov’è riportato un articolo di una rivista fondata nientemeno che dal Calamandrei.

  2. Pingback: Il processo di formazione europea: il primato della sfida culturale | Appunti Alessandrini

  3. Pingback: L’Europa ed i semi della pace (Per la conclusione di un dibattito) | Appunti Alessandrini

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