Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, storie di questi giorni

Andrea Zoanni

ilaA vent’anni esatti dalla loro esecuzione, la vicenda lavorativa ed umana di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ha lasciato un segno indelebile nella storia del nostro martoriato Paese. Molte scuole e piazze d’Italia portano il loro nome, a testimonianza che un corretto modo di fare giornalismo riesce a smuovere le istituzioni e trasmette solidarietà trasversale nei canali dell’informazione. Anche la televisione della Svizzera italiana li ha ricordati, in quanto i filmati testimoni dell’assassinio e della catalogazione dei loro oggetti personali e di lavoro sono stati proprio da loro prodotti su richiesta di una giornalista italiana che non voleva fosse dispersa questa testimonianza.

Rai 3 ha prodotto un programma in prima serata che ho seguito molto attentamente. Quello che ha colpito non è stato tanto l’inquinamento, il depistaggio e l’occultazione delle prove iniziato sulla scena del crimine, proseguito con la scomparsa degli oggetti sensibili e dei principali accusatori e culminata nella condanna di un innocente. Se sei disposto ad uccidere fai questo e altro.

Quello che colpisce è il frammento rimasto della lunga intervista, andata “perduta”, che Ilaria e Miran fecero al Sultano di Bosaso. Correva l’anno 1994, periodo tremendo, stragi mafiose a gogo e lo Stato che implode con tangentopoli. In questi pochi minuti salvati, la reporter dice al sultano che l’Italia è cambiata, che l’informazione è cresciuta, che c’è nel Paese un desiderio di rinascita e di volersi lasciare alle spalle le storie mafiose nazionali e internazionali. Il sultano sorride, poi ride e risponde: fammi vedere dove l’Italia è cambiata, portami qui gli italiani cambiati.

Allora il ricordo va ai sorrisi della Merkel e di Sarcozy, oppure a quelli recentissimi ma forse ancora più significativi di Barroso e Van Rompuy nei confronti dell’attuale Presidente del Consiglio, quale nemesi storica nazionale. Siam ciò che abbiam voluto essere.

La vicenda di Mogadiscio non è un mistero ma un silenzio di Stato. Le carte potranno svelare forse nomi e cognomi, ma sappiamo bene di cosa si è trattato. Le navi italiane trasportavano il contingente di pace, ma insieme sdoganavano armi ai vari signori della guerra locali, in segno di riconoscimento per l’accettazione delle tonnellate di scorie pesanti e radioattive, dal costosissimo smaltimento, da seppellire sotto le strade in costruzione in Somalia.

Vicenda per altro che continua in ogni parte del mondo più povero, dove le scorie dei paesi ricchi vengono “donate”, il denaro fa il resto. Non commettiamo però l’errore di andare lontano, anche in Italia si lavora così ed il programma dell’altra sera ha ben evidenziato l’inchiesta in corso sulla costruzione della BreBeMi, ovvero la nuova autostrada Milano Brescia. Una volta ci si limitava a sversare nei fiumi il maleodorante liquame industriale, in tal modo l’acqua cambiava colore e i peschi venivano a galla. Oggi siamo “la terra dei fuochi”.

E’ dunque storia di oggi e sarà storia anche di domani, proprio per questo va fatta chiarezza informativa e diffusione di tutti quegli studi che non sono stati d’animo ma prove concrete. Così come i veri economisti studiano e raffrontano dati ed analisi, per poi trarne alcune indicazioni, così anche nel contrasto al possente fenomeno del crimine organizzato si deve inserire lo stesso atteggiamento e non andare in pasto all’istrione di turno. L’informazione e certi argomenti non devono diventare un business. Questi studi servono per conoscere l’intensità del fenomeno, per programmare le politiche adatte e valutarne l’impatto nel tempo, prevenendo alche l’infiltrazione.

E allora cominciamo a dire che i capitali mafiosi han tratto profitto dalla crisi economica dell’Occidente per infiltrare in modo capillare l’economia legale. Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale sostiene che tra gennaio 2007 e settembre 2009 le banche USA ed europee persero più di mille miliardi di dollari in titoli tossici e prestiti inesigibili. Più di 200 erogatori di mutui ipotecari andarono in bancarotta. Molti grandi istituti di credito fallirono.

Le organizzazioni criminali italiane, russe, balcaniche, giapponesi, africane, indiane sono diventate determinanti per l’economia internazionale nella seconda metà del 2008. Il 97,4% degli introiti provenienti dal narcotraffico colombiano (352 miliardi di dollari) è riciclato da circuiti bancari di USA ed Europa attraverso varie operazioni finanziarie.

C’è una economia sporca che si mimetizza nei santuari della grande finanza. Le crisi sono un business planetario per le mafie. I clan criminali entrano di prepotenza nelle banche per riciclare milioni di dollari. In Grecia approfittano della corruzione e fanno affari coi carburanti. In Spagna si infiltrano nel mercato immobiliare e puntano a profitti colossali come il progetto Eurovegas (un enorme complesso di casino, attrazioni e strutture turistiche in nei pressi di Madrid) che diventerebbe il primo centro di riciclaggio mafioso dell’occidente.

I boss non fanno crac. In tempo di crisi aumenta la raccolta nelle banche. In una cassetta di sicurezza da 45 cm stanno fino a dieci milioni di euro in pezzi da 500. Nel 2010 le agenzie di cambio inglesi smisero di convertirli dopo aver scoperto che il 90% delle transazioni erano collegate a narcotraffico e riciclaggio. Nella vicina Svizzera a fatica si accettano banconote da 200 euro, figuriamoci quelle da 500.

Le organizzazioni criminali italiane e straniere in Lombardia guadagnano dieci milioni di euro al giorno. L’area metropolitana ambrosiana è la terza in Italia per numero di aziende confiscate, indice significativo delle infiltrazioni criminali nell’economia legale. Il mercato lombardo della droga è il più redditizio. Il Pil nero della Lombardia vale 3,7 miliardi di euro. E questo è il valore medio. Perché secondo la stima più elevata i ricavi complessivi dell’economia illegale in regione potrebbero essere superiori ai 5,2 miliardi. Per avere un termine di paragone, il bilancio dell’intera sanità lombarda, capitolo di spesa che assorbe gran parte del bilancio del Pirellone, ammonta a 16 miliardi.

La radiografia delle penetrazioni mafiose in tutta Italia è contenuta nel rapporto «PROGETTO PON SICUREZZA 2007-2013 Gli investimenti delle mafie», realizzato da Transcrime www.transcrime.it/pubblicazioni/progetto-pon-sicurezza-2007-2013/ facilmente reperibile sul sito internet. Transcrime è il centro interuniversitario di ricerca sulla criminalità transnazionale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dell’Università degli studi di Trento.

Il voluminoso rapporto misura la presenza delle organizzazioni mafiose in Italia (indice di presenza mafiosa o IPM); stima i ricavi delle attività illegali delle organizzazioni mafiose; descrive il portafoglio di investimenti delle mafie nell’economia legale; individua le strategie di investimento in beni immobili e nelle aziende; mappa la presenza delle mafie italiane all’estero e analizza le informazioni disponibili sugli investimenti delle mafie in paesi stranieri; sviluppa un modello per la valutazione della vulnerabilità dei settori economici alle infiltrazioni mafiose.

Il primo capitolo dello studio analizza l’indice di presenza mafiosa nelle province italiane, un indicatore ricavato dall’incrocio di dati su indagini giudiziarie, reati, denunce e confische di beni. Si scopre così che Torino e Milano hanno un «indice di presenza mafiosa» pari a quello di zone del nostro meridione a tradizionale insediamento criminale. E se in molte altre realtà le infiltrazioni criminali sono più pervasive, Milano è anche l’unica provincia nella quale esiste un contemporaneo e significativo radicamento di cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra.

E proprio a partire dall’analisi della ricchezza della mafia calabrese si può approfondire il tema degli investimenti: la ‘ndrangheta ricava il 23 per cento dei suoi profitti nella propria regione d’origine, il 21 per cento in Piemonte e il 16 per cento in Lombardia, a conferma del ruolo strategico ricoperto dalle «colonie» del Nord. Il nord è dunque intriso di mafie ma esistono differenze, le concentrazioni maggiori sono nel nord ovest, Lombardia e Piemonte in primis.

Il mercato lombardo della droga è in assoluto il più redditizio d’Italia, con ricavi stimati tra gli 840 milioni e i 2,4 miliardi di euro. Un valore doppio rispetto alla seconda regione in «classifica», la Campania (nonostante i clan che trattano stupefacenti tra le province di Napoli e Caserta siano tra i più potenti al mondo). Incrociando le tabelle messe a punto dai ricercatori di Transcrime si scopre però un dato interessante: soltanto un terzo di quei ricavi in Lombardia finisce alle organizzazioni criminali «tradizionali» (cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta). È la dimostrazione che Milano è un hub della droga per buona parte dell’Italia e del Sud Europa, un luogo di vendita e stoccaggio degli stupefacenti dove operano e guadagnano molto anche gruppi mafiosi stranieri (albanesi, serbi, marocchini).

La Lombardia ha anche il primato dei ricavi collegati alla contraffazione: circa un miliardo di euro l’anno che arrivano dal commercio illegale di attrezzature elettroniche e informatiche, abbigliamento, cosmetici e accessori falsi. Ricavi simili arrivano dallo sfruttamento della prostituzione, «settore» nel quale la Lombardia è seconda soltanto al Lazio.

Spiegano i ricercatori di Transcrime: «Interessante notare che nel settore “alberghi e ristoranti” i tassi più alti di concentrazione delle organizzazioni mafiose si registrano nel Nord Italia. Il valore più alto in assoluto a livello nazionale è quello della provincia di Lecco, seguito da Milano». Ovviamente qui si parla soltanto di aziende confiscate, quelle entrate nell’obiettivo della magistratura. Il quadro sconta quindi una «cifra nera» di sommerso che resta sconosciuta.

Si legge nell’analisi: «Al Nord la maggior parte delle aziende mafiose si concentra in Lombardia, dove le province di Lecco, Milano e Brescia  mostrano tassi anche superiori a quelle di altre aree del Sud, testimoniando il grado di infiltrazione e di diffusione delle organizzazioni mafiose anche nell’economia del Nord». E mentre nelle zone d’origine non esistono commistioni, in Lombardia le mafie sperimentano infiltrazioni attraverso «joint venture» tra diverse organizzazioni criminali o sfruttando la disponibilità delle imprese legali.

L’investimento nelle imprese risponde ad una pluralità di motivi quali il riciclaggio, il controllo del territorio e il consenso sociale. La redditività non è il primo obiettivo.Più esposti sono i settori a bassa tecnologia, alta intensità di manodopera e coinvolgimento di risorse pubbliche. L’impresa mafiosa deve sentire accanto a sé le istituzioni, l’isolamento non se lo può permettere.

Infatti, approssimandosi le elezioni amministrative, l’auspicio sarebbe che i candidati sindaci non arrivassero a stringere patti per un pugno di voti e che una volta eletti non fossero lasciati soli dalle istituzioni. La vicenda umana di Maria Carmela Lanzetta a Monasterace, che ho personalmente conosciuto, è emblematica, ma non commettiamo l’errore di considerarlo un episodio lontano millecinquecento chilometri. Pochi mesi orsono, presenti in assemblea molte istituzioni locali, alla mia richiesta di non stringere le mani a certi personaggi in campagna elettorale è seguito un silenzio imbarazzante.

Sulle assenze dello Stato, sulle mancanze dei cittadini e su tanti luoghi comuni da sfatare che non aiutano a contrastare il fenomeno mafioso mi intratterrò la prossima volta.

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One thought on “Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, storie di questi giorni

  1. Molto interessante. Aggiungerei anche la sempre più sfacciata ricerca di consenso attraverso la sponsorizzazione di società sportive da parte delle famiglie mafiose, al nord come al sud. Se le mafie non tentassere in continuazione di trovare sponde nel mondo dello sport, dell’associazionismo, della politica e dell’imprenditoria sarebbero qualcos’altro, non sarebbero mafie. Sta a NOI TUTTI saper rifiutare certe offerte e non stringere certe mani.
    Attenzione però che a marcare solo assenze e mancanze si rischia la facile critica, perchè non si sbaglia mai. Contro le mafie al Nord è necessario avere il coraggio di marcare anche i risultati positivi che lo Stato, qui inteso come Istituzioni e Cittadini assieme, ha messo a segno negli ultimi anni (almeno dal 2010), tanto sul fronte repressivo, quanto su quello culturale e sociale. La guerra è in pieno corso. Le battaglie si vincono e si perdono. L’importante è unire le forze sporcandosi le mani tutti assieme per combatterle, non rassegnandosi alla delega o al sacrificio solitario dell’eroe di turno. Altrimenti abbiamo perso in partenza.
    Grazie davvero del prezioso contributo.
    Vedi anche http://www.liberainformazione.org/

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