Dalle nostre radici inventiamo la speranza

Andrea Zoanni

sol“E così ogni impresa è un incominciare di nuovo, una incursione nel vago.” (T.S. Eliot, Quattro quartetti). Mi sono imbattuto in questa massima del drammaturgo anglosassone ed ho riflettuto sul significato dell’espressione “di nuovo”. Che indica qualcosa in ordine ad una sua ripetizione, un atto consueto che colloca colui che scrive lungo una spirale che simbolicamente connette tutti coloro che alla scrittura di una esperienza si dedicano o si sono dedicati.

Ma per “riscrivere”, per “scrivere di nuovo”, occorre innanzitutto soffermarsi a riflettere sui propri legami, sui vincoli e sulle opportunità che l’appartenenza ad una storia implica, così come sul proprio singolare procedere lungo questa stessa traiettoria. E se il racconto non ha la capacità di modificare quello che è successo, può però trasformare ciò che verrà.

Il rispetto della dignità della persona umana costituisce uno dei fondamenti irrinunciabili della nostra azione. Una persona non può mai essere ridotta al suo problema anche se socialmente, talvolta, questa è la via più facile da percorrere, capace però di creare solo segregazione e indifferenza e non di introdurre una possibilità di cambiamento.

E’ anche attraverso l’esperienza di relazioni che la persona può ritrovare la propria dignità: di uomo (il senso della propria esistenza) e di cittadino (portatore di diritti e di doveri). Fatto salvo il fondamentale valore della dignità della persona umana in qualsiasi condizione essa sia, è vero tuttavia che tale principio non può essere riconosciuto pienamente se non nelle relazioni e nel contesto in cui la persona stessa vive, dove il bene comune non è la somma del bene dei singoli ma l’orizzonte nel quale il bene dei singoli si sviluppa.

Potremmo dire che il nostro non è mio e che solo rinunciando e rischiando qualcosa del proprio (del bene privato) si può costruire il nostro (il bene comune) che quindi è comune perché non appartiene a nessuno.

L’agire sociale segnato dalla gratuità, se non vuole essere relegato nel campo ambiguo della beneficenza, può avere una capacità notevole di incidere sui processi sociali e sulle politiche di solidarietà. Il cittadino solidale ha bisogno di associarsi e di organizzarsi per consolidare il proprio impegno quotidiano.

Mai come oggi appare evidente la consapevolezza del legame di interdipendenza tra le persone ed i popoli. Tuttavia, in tutto il mondo permangono fortissime disuguaglianze tra paesi sviluppati e paesi impoveriti: disuguaglianze alimentate anche da diverse forme di sfruttamento, di oppressione, di corruzione che impediscono politiche di autentico sviluppo.

Oggi la solidarietà non è più una virtù. Non può ridursi ad un generico sentimento di commiserazione, di superficiale intenerimento per la sofferenza e l’ingiustizia subite da tante persone, vicine o lontane. Non può ridursi ad una sorta di qualità morale, di virtù di cui dispongono le persone “migliori”, “i più buoni”. La solidarietà è una precisa responsabilità per il futuro del mondo e della nostra umanità.

Invece siamo strettamente ancorati al presente, semmai guardiamo al futuro (qualche volta) ma siamo sprovvisti di visioni prospettiche, non siamo capaci di rileggere la nostra storia, il nostro passato per trarne esempio per il domani, per dare speranza alle nuove generazioni consapevoli che senza memoria non esiste futuro.

Il nostro Paese conta 27 milioni di emigranti, partiti da ogni angolo d’Italia, dal nord come al sud. Ancora oggi nel mondo ci sono 110 milioni di persone che conservano il cognome italiano, senza contare i tanti che lo hanno cambiato, molti per sottrarsi al razzismo, altri perché ritenevano fosse meglio confondersi ed omologarsi nel nuovo Stato che avevano scelto come patria.

Ventisette milioni di donne e di uomini che hanno portato l’Italia nel mondo: alcuni hanno fatto fortuna, i più hanno fatto la fortuna del Paese nel quale si sono accasati. Oggi la globalizzazione ha invertito il flusso di donne e di uomini in cerca di un futuro migliore. In tanti arrivano nel nostro Paese con il loro bagaglio di speranza e di sogni, esattamente come i nostri nonni del secolo scorso.

E noi, smemorati e distratti, li bistrattiamo nella stessa identica maniera in cui altri popoli umiliavano gli italiani migranti. Ci trinceriamo dietro l’esigenza di sicurezza collettiva, certamente fondamentale in ogni società, ma una comunità è più sicura solo quando si prende cura di se stessa e si sente collettivamente responsabile del proprio territorio, prendendosi a cuore le sacche di vulnerabilità che la fame e l’emarginazione rendono più probabili.

Diventa quindi fondamentale ricordare, rimettere a posto i tasselli della storia e ricollocare eventi e date nel giusto spazio di tempo e di luogo. Per tutti noi, ma soprattutto per i giovani che nelle nostre famiglie sempre più strette, prive della saggezza dei vecchi che non raccontano neanche più il loro passato (figuriamoci la storia) hanno meno opportunità di conoscere.

E’ il “Simul ante retroque prospiciens” di Francesco Petrarca, ritenuto da alcuni critici uno dei primi cittadini d’Europa che, parlando di sé, sottolineava in tal modo la necessità per l’uomo moderno di guardare contemporaneamente indietro e avanti, in una prospettiva di sintesi tra passato e futuro.

Analogamente, secondo Gian Battista Vico, quando una nazione vuole nobilitarsi e radicarsi, deve cercare le proprie radici riandando al passato. Alimentarsi delle esperienze migliori della nostra storia per costruire il futuro è una prospettiva irrinunciabile, almeno per le nazioni più sensibili.

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