Riflessioni sul futuro del lavoro

Il punto  Andrea Zoanni

lavLe grandi trasformazioni in atto riguardano l’intera società e tutto è rimesso in discussione. Il lavoro è al centro del rovesciamento, ieri era centrale la sua rilevanza, oggi domina la sua destrutturazione. Il sindacato con i suoi strumenti (in primis la contrattazione) non è più in grado di garantire un’equa distribuzione dei redditi e fatica nel proprio ruolo perché buona parte della ricchezza non passa più dalla produzione ma dalle rendite, dai profitti internazionali, dai sistemi finanziari, luoghi nei quali il sindacato non riesce ad incidere. Così si allarga un mondo affollato da bassi redditi, bassi salari e lavoro nero.

Il lavoro in buona parte del mondo occidentale sta diminuendo, perché si delocalizza in altre aree venendo meno la possibilità o la necessità di esportare vari prodotti. Non è un processo inevitabile e si può contrastare, ma richiede un duro lavoro di modernizzazione, recupero di produttività e miglioramento dell’intera economia italiana, di promozione delle eccellenze con reti capaci di proiettare all’estero i nostri prodotti. Invece l’Italia da quasi vent’anni si è seduta, come fosse in attesa di eventi salvifici.

Se il lavoro ha costituito per due secoli il legame sociale centrale, scrivendo pagine storiche di associazionismo, lotte e conquiste, bisogna prendere atto che non è più così. E ciò per l’emergere di altre dimensioni collettive non meno importanti (emancipazione femminile, questione ambientale, realtà multiculturale) e l’affermarsi prepotente della soggettività.

Nel primo caso si determinano nuove importantissime solidarietà (tra le donne, per l’ambiente, nella multi cultura); nel secondo caso si allentano o scompaiono le solidarietà tradizionali e rimane aperto il problema di come costruire socialità in un mondo di singoli. E poiché non si è in grado di definire nemmeno le grandi linee della prospettiva che ci attende, l’importante è lavorare sugli elementi positivi di oggi, aprendo nuovi orizzonti.

Dobbiamo rivalutare il lavoro. Veniamo da un’epoca di quattrini facili, dove sembrava (in parte era vero) che i soldi si facessero coi soldi. Più che lavorare, contava essere furbi e saperci fare, distribuendo guadagni favolosi con una popolazione giovanile distolta dal lavoro, il cui disprezzo ha permesso che tanti altri lavori, modesti e faticosi, fossero lasciati agli immigrati, svalorizzandoli ulteriormente perché diventati campo di puro sfruttamento. Per essere valorizzato il lavoro va conosciuto concretamente, partecipando, seguendo le trasformazioni, conoscendo i rapporti che si instaurano.

Una volta il lavoro era fattore di bene generale per la sua universalità, in quanto primo produttore di ricchezza. Ora detto carattere va dimostrato in molte dimensioni lavorative: nella scuola come società della conoscenza; nel lavoro di cura come economia di relazioni; nella tecnologia per modernizzare; in agricoltura come veicolo di solidarietà alimentare.

Il lavoro è la dimensione sociale dell’economia. La finanza si è staccata dal lavoro e dal sociale, con pazienza occorre affrontare l’avvento della moderna globalizzazione avanzando proposte e applicando regole per frenare la speculazione, governare l’economia, impedire la competizione scorretta e illegale. Problemi imponenti e complessi che tali vanno affrontati, anche perché sono un tutt’uno con la società. Non si può pensare che la società vada bene e che il lavoro vada male. Il lavoro è fatto dalla vita normale di persone che compongono la società. Se abbiamo questa consapevolezza, altrettanta convinzione va posta nelle emergenze più urgenti dell’economia.

La questione più delicata è ancora il lavoro. Finora la disoccupazione non è esplosa perché si è fatto il possibile per salvare posti che si sarebbero dovuti eliminare. Cassa integrazione, contratti di solidarietà, moderazione salariale, tutto è servito per contenere il tasso di disoccupazione. Ma la recessione continua ed anche il 2013, come i precedenti,  si è chiuso in segno negativo coi disoccupati aumentati in misura significativa, innescando tensioni sociali.

La competitività dell’Italia sta peggiorando da almeno dieci anni a causa del declino della produttività che si riflette in un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto. Da inizio millennio abbiamo accumulato un distacco del 30% dalla Germania che in altri tempi sarebbe stato compensato con la svalutazione della lira.

Non avendo ulteriori sfoghi vogliamo forse ridurre i salari reali, già ai minimi europei, di altrettanta percentuale? E’ un ipotesi socialmente ed economicamente impraticabile, anche se un poco alla volta è ciò che sta avvenendo. Io credo invece che nel mondo dell’innovazione, produttività e creatività sono più importanti dei costi del lavoro e che sono gli imprenditori, più che le leggi, a creare nuovi posti di lavoro.

Le note dolenti non sono esaurite. Il made in Italy perde quota sulle esportazioni europee. Fatta 100 la percentuale di inizio millennio, la Germania è oggi a 120, la Spagna a 98, la Francia a 80 e noi a 78. Anche in questo caso la valvola della svalutazione non è più praticabile. Ricordo bene come gli industriali avrebbero preferito un rapporto valutario più penalizzante per la lira durante la fissazione dei cambi per definire il valore dell’euro. Per rilanciare la produttività bisogna convincere le imprese che è giunto il momento di riprendere a investire, dalla nascita dell’euro gli imprenditori italiani han tirato il freno.

Ci vorrebbe un novello Adriano Olivetti che, pur coi limiti della sua “comunità” totalizzante, pose l’accento sul rispetto della dignità e della vocazione della persona, consapevole che l’avvento di una tecnologia illimitata avrebbe aperto sfide inedite per il vivere comune e l’idea stessa di democrazia.

Dal discorso ai lavoratori per l’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli, 23 aprile 1955: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è aldilà del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? (…) Il tentativo sociale (…) risponde a una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo aldilà del socialismo e del capitalismo giacché i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna”.

Sono trascorsi quasi sessant’anni, sono parole attuali, di partecipazione, ma non per tutti.

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