L’Europa: una “espressione geografica”?

Carlo Baviera

(Proseguiamo il dibattito in vista delle elezioni europee con un contributo di Carlo Baviera. Precedentemente sono intervenuti: Marco Ciani “Un’idea di Europa”, Angelo Marinoni “L’Europa degli europei“ e Daniele Borioli Attenti ai pifferai dell’antieuropeismo“. Ap)

euRicordiamo tutti che per Klemens von Metternich, diplomatico,  politico austriaco, e cancelliere di Stato, l’Italia non fosse che “una espressione geografica” non riconoscendone la natura e le caratteristiche di una nazione e tanto meno di uno Stato (che allora era solo una speranza). Ovviamente si trattava di un’offesa verso un popolo che uno “d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor” (Manzoni – 1821) nazione si sentiva, almeno da parte di molti spiriti liberi e delle fasce più giovani e istruite.

Oggi quella espressione qualcuno la vorrebbe attribuire all’Europa Unita, come Comunità politica. Dopo oltre 60 anni dalla nascita della Comunità Europea del carbone e dell’acciaio (CECA), e poi della CEE (Comunità Economica Europea – 1957), dopo le grandi intuizioni di personalità come Victor Hugo, nell’ottocento, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, con il Manifesto di Ventotene, e infine con l’iniziativa politica di Monnet, di Schuman, di Adenauer, di De Gasperi, arrivando fino alle realizzazioni di personalità come Delors, Kohl, Prodi e Ciampi il sogno europeo sembra volgere al termine, sembra non avere futuro, non interessare più, soprattutto a chi vi ha sperato. Eppure Progetti come Erasmus hanno dato possibilità di incontrarsi tra giovani cittadini europei, di studiare fuori dalla propria nazione ad un numero non limitato di persone; e i Fondi Sociali Europei hanno consentito interventi e attività in settori importanti delle nazioni del continente.

Nel giudizio delle persone e nell’immaginario collettivo, prevalgono una moneta (l’Euro) la cui introduzione per l’uso è stata gestita male e senza troppi controlli, facendo lievitare i prezzi e non consentendo più (soprattutto per l’Italia) di risolvere i problemi con la svalutazione, come avveniva in precedenza; e le fantomatiche direttive, che in molti casi non sono che imposizioni burocratiche fatte cadere dall’alto e applicate in modo indiscriminato sulle popolazioni. E’ questo che rende le istituzioni europee lontane dal popolo, le fa sentire fredde, se non nemiche. E il lavoro, importante e serio, del Parlamento Europeo non è conosciuto, o reso pubblico dalla stampa solo nei casi in cui si possono fare commenti negativi, perché le decisioni sembrerebbero imporre scelte etiche a volte non condivise da alcune nazioni, o perché scatenano “guerre” fra prodotti di un territorio rispetto ad un territorio europeo diverso. Tutto ciò non può che creare reazioni infastidite; e l’Europa, quella sognata ed iniziata a costruirsi, non la si percepisca per nulla. Ciò che emerge nell’opinione pubblica sono le misure fredde, finanziarie, economiche, i bilanci, i controlli, i vincoli.

Quando penso all’Europa mi vengono in mente (oltre ad alcuni luoghi simbolo della Resistenza e ai campi di sterminio o di luoghi di confino – lì è nata la nuova Europa) Taizè, Barbiana, Brancaccio di don Puglisi, le Università, Erasmus, i santuari, le Cattedrali, il CERN di Ginevra, i centri di arte e cultura, il progetto Emmaus dell’Abbè Pierre, ma anche Lampedusa, la Galizia messa in ginocchio dalle perdite di petrolio della Prestige affondata al largo della costa, e Marcinelle.  Per questo l’Europa deve essere prima di tutto un comune sentire, un tendere ad essere più uniti, un mettere insieme forze per avere un ruolo non marginale nelle strategie mondiali, a impegnarsi per i diritti delle persone e dell’ambiente, e politiche del lavoro. Non a caso l’Europa iniziò a prendere forma politicamente concreta nell’immediato dopoguerra quando i capi (non a caso cristiani e uomini di frontiera) di Stati come Francia, Germania, e Italia, oltre al Benelux, decisero che si dovessero superare le divisioni storiche per evitare le guerre che avevano sempre impoverito e separato il desiderio di collaborare; di cercare di crescere insieme dal punto di vista economico, culturale e sociale.

Di lì bisogna partire. Avere un disegno che non venga calato dall’alto sui cittadini, o sui Governi, ma costruito insieme garantendo la pluralità di esperienze, di culture, di fedi, di tradizioni. La lunga crisi che ha colpito pesantemente le economie, e il ruolo eccessivo della finanza rispetto alla politica hanno portato solo a posizioni di difesa; non hanno stimolato proposte nuove per far crescere il legame fra nazionalità diverse. Anzi hanno accresciuto invidie e sospetti reciproci. In un discorso del 29 giugno 1953, Alcide De Gasperi sottolineava, parlando della Comunità Economica di Difesa “destinata a diventare comunità politica ed economica dell’Europa” come di una iniziativa che “costituisce la garanzia più organica e più solida immaginabile della pace in Europa, perché supera il conflitto sempre rinascente tra la Francia e la Germania, lo supera e lo coordina ai fini della pace in tutto il mondo. E’ il primo grandioso tentativo non di sostituire, ma di integrare con una comunità più larga, la vita delle principali nazioni europee. […] Ogni trattato cartaceo sarebbe vano, se lasciasse dietro di noi un’Europa lacerata dagli antichi sospetti e indebolita dalle vecchie gelosie e dai ricorrenti egoismi”.

Oggi, purtroppo, si è troppo indugiato su un’Europa burocratica, disegnando anche una Germania e una cancelliera che fanno i padroni di casa. Antichi pregiudizi ritornano a galla per ricreare una clima di incomprensione e interessi contrapposti fra Stati. Le stesse cariche istituzionali non elette democraticamente e su base politica, ma assegnate su intese fra Governi fanno dell’Europa un soggetto senz’anima, e mancante del sostegno dei popoli. Bisogna dare un’anima alla casa comune che vogliamo realizzare per  “una politica internazionale senza nazionalismi, ma con la fede nella nuova Europa, che non è come si va dicendo un’utopia: è una speranza fondata, ed è soprattutto una necessità se si vuole salvare la pace” (De Gasperi – 15 maggio 1949); una necessità anche per l’oggi.

Forse non siamo ancora pronti a costituire un nuovo unico Stato nazionale; abbiamo lingue, tradizioni, culture diverse; ma penso, che anche con qualche fantasia istituzionale, si possa realizzare una Federazione originale, che rispetti la pluralità dei popoli esistenti, che non omologhi e standardizzi ogni attimo della vita personale, sociale, religiosa e culturale. Ma che sappia indicare mete comuni, prospettive di sviluppo integrale per ogni persona e per ogni gruppo sociale, radici comuni, e che sappia darsi poteri legislativo, esecutivo, giudiziario comuni, pur garantendo spazi si autonomia alle attuali realtà statali, che provveda a unificare quando e quanto possibile fra coloro che sono disponibili, in attesa che maturino le condizioni per gli altri.

Perciò, sempre nel rispetto del pluralismo, ci si dovrebbe preoccupare dei settori della scuola e dell’istruzione comune, del lavoro e degli operatori economici per rendere più omogenei contratti, diritti, tutele.  “Noi che vogliamo soprattutto la giustizia sociale, cioè una migliore distribuzione della ricchezza tra i lavoratori e tra le differenti classi […] noi che vogliamo costruire l’Europa […] l’unità dell’Europa […] a cui parteciperanno tutti popoli che hanno sofferto della guerre. Questi popoli si metteranno d’accordo, saranno unite soprattutto le grandi masse lavoratrici” (De Gasperi – 20 aprile 1950). Ecco la necessità di una Unità anche sociale, e dove torni ad esserci lavoro. Perché senza questa prospettiva, senza occasioni di lavoro, senza attività economiche anche l’Europa Unita non troverà sostenitori.

E per concludere, proprio per quanto riguarda l’economia, credo che proprio dal nostro continente debba venire la scelta di dare forza e spazio alla cosiddetta Economia Civile, al Terzo Settore che faccia da integrazione e aggiornamento dell’economia sociale di mercato. Per fare ciò è indispensabile che anche le forze politiche si organizzino assumendo nei propri programmi questa novità; o addirittura formandosi attorno a questa novità e a quella di mettere al centro delle politiche la famiglia, soggetto che deve essere rivalutato e sostenuto, soprattutto economicamente e socialmente anche a livello comunitario.

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