Le case dai tetti rossi

Andrea Zoanni

(Di ritorno, a metà settimana scorsa, dal pellegrinaggio in Terra Santa organizzato da Don Walter Fiocchi: un resoconto ragionato per imparare e riflettere. NdR)

arebPellegrino nella Terra dei Santi, tra la questione Palestinese e la riscoperta delle Sacre Scritture. Potrebbe essere il riassunto di questo racconto, abbozzato in aereo durante il ritorno da un viaggio che ha unito una continua riflessione teologico biblistica all’immersione in una quotidianità difficilmente immaginabile. Come guida turistica Henry, arabo nazareno cattolico melchita, dunque cittadino israeliano, un ragazzo che parla brillantemente italiano, arabo, ebraico, aramaico e forse altro ancora.

I primi giorni sono stati dedicati alla verde Galilea. Abbiamo visitato Nazareth e Cana, passando per Cesarea Marittima, poi la Akko Crociata e Ottomana, il monte Tabor della Trasfigurazione, i luoghi della predicazione di Gesù intorno al lago di Tiberiade. A ben vedere, stiamo parlando della Terra dove è nata e si è sviluppata la nostra religione. Qui si è appunto inserita una rilettura ed una attualizzazione della Bibbia, tenuta da don Walter, che di volta in volta ha evidenziato il senso interpretativo di un libro rimasto per troppi anni vittima di un oblio ecclesiastico che a mio parere ha favorito una visione dottrinale del cattolicesimo, generando i danni e le mancanze ora in odore di correzione con l’avvento di papa Francesco.

Il percorso ha toccato anche Cafarnao, dove Gesù fissò la sua dimora negli anni della predicazione; la Tabgha del Primato Petrino, ove un bel monastero benedettino custodisce il luogo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, miracolo che richiama alla fiducia nella Provvidenza; il monte delle Beatitudini, vera carta etica, diremmo oggi, del Cristianesimo. In ognuno di questi luoghi si è approfondito il senso religioso che ci accomuna, anche attraverso la riscoperta in parallelo (similitudini e differenze) delle radici Cristiane, Giudaiche e Mussulmane.

Per esempio, tramite la lettura delle principali preghiere che i seguaci delle religioni monoteiste recitano, non solo con la mente ma anche con tutto il corpo. Per noi è il Padre Nostro, già rivisto in alcuni passaggi. Oppure ricordando che la stragrande maggioranza dei riti e delle imposizioni religiose hanno una origine umana, non trovando traccia nelle Sacre Scritture.

Nei tre giorni trascorsi in Galilea siamo saliti fino alle sorgenti del Giordano, nei pressi di Cesarea di Filippo, sotto le pendici del monte Hermon, incuneati tra il filo spinato di un confine inesistente con la Siria a destra (le alture del Golan) e il Libano dei campi minati a sinistra. Confine quest’ultimo che invece abbiamo ben visto troncato sulla strada litoranea che una volta collegava Tel Aviv con Beirut, ma che ora è chiusa da un doppio cancello con le forze ONU a far da cuscinetto. E’ stata forte l’impressione nel vedere una bella strada sbarrata da militari armati fino ai denti, un anticipo di quello che avremmo visto, non essendo Israele un paese normale.

Successivamente, ci siamo trasferiti per due giorni in Samaria e in Giudea, percorrendo una antica strada denominata “carovaniera dei monti” ed entrando in luoghi che nessun pellegrinaggio organizzato visita. Un viandante può percorrere migliaia di chilometri senza scalfire la superficie dei luoghi incontrati, né imparare nulla dalle genti appena sfiorate. Il senso del viaggio sta nel sapersi fermare ascoltando chiunque abbia una storia da raccontare. Questo è stato il mio approccio, con la convinzione che per un essere umano la libertà venga prima di tutto, il resto seppur nobile dopo. In quelle terre la libertà non esiste.

Cambia il panorama non solo geografico, perché le aride terre palestinesi sono divise in tre zone: la A (governo e polizia palestinese), la B (governo palestinese e polizia israeliana) e la C (governo e polizia israeliana). Però proprio così ho scoperto non è, perché se i palestinesi non possono assolutamente debordare, gli israeliani scorrazzano a piacere e ogni tanto decidono di impiantare una colonia dove non potrebbero, occupando spazio a volontà e restringendo sempre più la terra a disposizione dei palestinesi. Sono le case dai tetti rossi. Oppure fanno il contrario, circondando villaggi e città palestinesi da alti muri, impedendo loro di uscire, salvo autorizzazione. Come a Betlemme, luogo dove è nato Gesù.

Sarebbe come se alcuni entrassero a casa nostra senza bussare (così fecero un tempo, secondo me sbagliando) e ci dicessero che d’ora in avanti noi occupiamo solo una camera, mentre loro tutto il resto. Bagno, cucina e porta d’ingresso comprese, perché se vogliamo uscire da casa lo dobbiamo fare dalla finestra, così come i palestinesi possono farlo solo dal varco di Allenby nei pressi di Gerico verso la Giordania, dove nel giorno della nostra presenza un giordano fu ucciso da una guardia israeliana di confine. Altro che aeroporto di Tel Aviv. In pratica, a poco a poco una presunta élite toglie aria, acqua e suolo, lentamente, inesorabilmente, in barba agli accordi internazionali.

Gli israeliani credo si difendano giustificando l’atteggiamento come un’azione di legittima difesa. Infatti gli attentati sono diminuiti, le persone non si son più fatte esplodere, i treni e gli aerei nemmeno. Così come i siti militari. Vorrebbero giustamente solo vivere in pace ed essere garantiti sulla loro incolumità. Ma come puoi garantire l’incolumità a chi altrui non la garantisce? A chi usa solo la forza muscolare e non della ragione o del compromesso da rispettare? A chi abusa della propria libertà prevaricando quella del prossimo?

Come fa un Paese a garantirsi un futuro se lo basa esclusivamente sulle sue disgrazie del passato? Sulle persecuzioni chiamate shoah? Perché la vittima di ieri è diventata oggi carnefice? Non è forse una posizione di comodo? Sono domande che sorgono spontanee ricordando ciò che ho visto e che mi son sentito dire dalle autorità palestinesi a Jenin, luogo di uno dei massacri più efferati nel campo profughi locale, della cui macabra contabilità cadaverica ometto; a Ramallah, da padre Giulio prete ortodosso; a Gerico, con tanto di prove provate.

Tendo per carattere a stare dalla parte del più debole, quando la debolezza non diventa un alibi. Dunque aborrire posizioni di comodo vale per tutti. Mi piacerebbe, dopo un giro palestinese, farne uno israeliano. Per ora penso alla morale cattolica che giustifica chi ruba quando a lui è impedito di procurarsi il cibo. Chi ha fame e non può avere nulla da mangiare deve rubare. Ed è lampante che il povero sta nel palestinese. Il “dacci oggi il nostro pane quotidiano” forse non è solo una implorazione materiale. Ci si nutre anche di altro, di Dio e di libertà, la base di ogni condizione che si possa definire umana.

Vicino a Jenin c’è un paese chiamato Burqin. La tradizione dice che Gesù, in viaggio per Gerusalemme, passò da lì e guarì dieci lebbrosi. C’è una chiesina greco ortodossa incredibilmente bella nella sua semplicità e nel suo ordine tranquillo. Come un’oasi che tempra lo spirito e rasserena l’animo.

Gerico invece vale un viaggio, con i suoi dintorni e la sua storia decimillenaria. Fino a 400 metri sotto il livello del mare, il mar Morto nel quale galleggiare s’ha da provare senza immergere il viso, le montagne della Giordania. Oasi in pieno deserto, prodotti della terra gustosissimi, antichi monasteri e contemplazione. Il luogo ove Gesù fu tentato dal diavolo, altra riflessione attualizzata.

Ho scoperto che Gerico è gemellata con Alessandria, ho visto l’acquedotto ristrutturato anche con donazioni alessandrine. Ho partecipato ad una cerimonia in nostro onore che di gemellaggio non aveva solo il carattere ufficiale ma era intrisa di una grande carica emotiva che traspariva dal viso delle persone. Le danze arabe tutte per noi.

Gli ultimi due giorni sono stati dedicati a Betlemme e Gerusalemme, con una puntata a Hebron. Salendo da Gerico mi appare la città santa. Una forte emozione da molti anni attesa. Momento indimenticabile. Visitata nel suo indicibile caos e nella sua multi cultura, può davvero essere l’approdo di tutte le persone di buona volontà. Faccio questa affermazione perché mi son sempre domandato come mai in Terrasanta, luogo principe delle religioni monoteiste, non ci sia pace. Ho sempre dato colpa alle religioni, che dividono invece di unire. Mi sono accorto che poco c’entrano. Perché le divisioni sono solo un effetto, mentre la causa non è Dio ma l’uomo, che adatta a se stesso molto della religione. Sono portato a pensare che qualunque entità sovrannaturale voglia unire e non dividere. L’uomo invece no.

Una delle perle di questo viaggio è stata la possibilità di entrare nella Cupola della Roccia e nella moschea di Al-Aqsa, difficili da visitare dopo la provocatoria marcia di Sharon e dell’esercito israeliano. Gruppi di fedeli pregano intensamente intorno alle molte colonne che sorreggono questi enormi edifici. Oppure si riposano e chiacchierano tra loro. Diversamente dagli Ebrei Ortodossi, che pregano singolarmente davanti all’imponente Muro del Pianto.

Betlemme custodisce il luogo della nascita di Gesù, ma noi Gesù Bambino l’abbiamo visto incarnato nei corpi deformati di quei bimbi ospitati in una casa di cura dove la Provvidenza e la Misericordia danno forza e sostegno ai volontari per continuare la missione. Non sono eroi ma Santi. Con padre Mario, un viso raggiante e luminoso. Abbiamo anche portato sostegno al Campo profughi di Shu’fat, 50.000 persone in continuo aumento, età media 17 anni, solo un medico. Come in ogni campo la popolazione aumenta, il territorio si restringe, i contatti con l’esterno sempre più ridotti.

Hebron è invece una città fantasma. Custode delle tombe dei Patriarchi, vige praticamente sempre il coprifuoco. Ci imbattiamo in due soldati israeliani nell’atto di perquisire un ragazzo. Ci avviciniamo, smettono, sono infastiditi. Chiedo loro di fare una foto, sorridono e acconsentono. Poi scambio due veloci parole. Avranno un terzo dei miei anni. Devono eseguire ordini, però vivono male, sono sempre sotto tensione. Ho provato compassione e tenerezza. Vorrei chiedere di più ma devo riunirmi al gruppo. Ci salutiamo. L’auspicio è che non facciano mai del male a nessuno e, naturalmente, che non lo ricevano.

Concludo questo breve racconto di una settimana che mai dimenticherò ricordando il bel clima instaurato tra persone di estrazione e idee diverse e ringraziando don Walter per la sua guida preziosa, come un Pastore di anime sa fare. Ringrazio anche la redazione di Appunti tramite la quale ho avuto la notizia del pellegrinaggio e, in particolare, l’amico di buone parole che so di avere in Alessandria che mi ha incoraggiato in questa esperienza.

Per molti versi criticare è facile. Rischiamo molto poco, pur approfittando del grande potere dei mezzi moderni di comunicazione. Ci divertiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno che tutto sovrasta anche l’azione più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale. Ci sono però occasioni in cui qualcosa rischiamo per davvero. Ad esempio, nello scoprire e difendere la novità, il nuovo. Il mondo è spesso avverso alle scoperte, ai nuovi talenti e alle nuove creazioni: al nuovo servono sostenitori.

In questo viaggio, riscoprendo la mia religione, mi sono imbattuto in qualcosa di nuovo, una realtà assolutamente imprevedibile che per comprenderla pienamente bisognerebbe viverla. Affermare che quanto visto abbia messo in crisi le mie convinzioni sulla questione palestinese è a dir poco riduttivo: ha scosso le fondamenta del mio credere. In passato non ho fatto mistero del mio sdegno verso chi alleva i bambini insegnando l’intifada, ma ora, soltanto ora, comprendo appieno le motivazioni di questo comportamento.

In questo ginepraio non credo sia possibile addivenire a due stati separati, tanto meno se uno è basato solo sulla religione ebraica perpetrato subdolamente dalla laicissima Israele. Forse anche a certi porporati nostrani non dispiacerebbe un’Italia composta di soli cattolici, io preferisco altro.

Affermare che la Palestina non è mai esistita o che Israele debba essere uno stato d’animo può anche avere una ragione storica secondo il proprio interesse, ma se questa ragione la si porta agli estremi si evade dalla realtà che è ben diversa e non aiuta. Eppure qualcosa bisogna fare, la politica internazionale deve risolvere questo problema, anche rinunciando a qualche proprio interesse particolare.

E’ difficile immaginare origini più umili in quelle persone che chiedono solo di essere aiutate. Alle persone come noi quale contributo si può domandare? Io penso che non tutti possono diventare costruttori di pace, ma un grande costruttore di pace può celarsi in chiunque di noi.

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