Attenti ai pifferai dell’antieuropeismo

Daniele Borioli (*)

(Terza puntata del dibattito sul futuro dell’Europa, con un gradito intervento del Senatore Borioli. Prima di lui sono intervenuti Marco Ciani “Un’idea di Europa” e Angelo Marinoni “L’Europa degli europei“. Ap)

nazRimando a un’altra occasione riflessioni più profonde sulla genesi storica della stessa idea d’Europa, a muovere dagli illuminanti scritti di Federico Chabod o di Lucien Febvre, nonché dei molti illustri studiosi che, da angoli visuali diversi, si sono cimentati sul tema.

Mi limito ad alcune considerazioni collegate alla storia recente, per passare poi a temi più legati al piano pratico: certo anch’esso non avulso da talune considerazioni ideali e valoriali.

In primo luogo, l’Europa, nella concezione dei suoi padri fondatori, muove dalle macerie della guerra, e dalla constatazione evidente che la catastrofe del secondo conflitto mondiale, non più di quella già misurata poco più di vent’anni prima con la “grande guerra, trovi il suo grembo generatore nel “vecchio continente”.

E cioè nella perversione “nazionalista” delle culture nazionali, talvolta molto recenti e in fase di tempestosa formazione, come nel caso tedesco, che fanno tutt’uno, sul “lato oscuro della luna”, con il densissimo grumo positivo di storia, cultura, arte che contraddistingue i popoli e le nazionalità sviluppatesi, nel corso millenario della storia, in quella protuberanza peninsulare del gigante Asia, che noi chiamiamo Europa.

Le culture, la loro originalità e irripetibilità, il caleidoscopio linguistico racchiuso nel territorio in fondo molto circoscritto del nostro continente: tutto ciò che, insomma, noi oggi difendiamo come il valore positivo su cui investire per il nostro futuro, quasi allo stesso modo in cui ci curiamo di tutelare, in campo ambientale, la “biodiversità”, porta con sé il carico distruttivo dell’aggressività, della bellicosità, delle atrocità e del sangue impastati nell’edificio degli stati nazionali, tanto come l’umanesimo del rinascimento, la pietas cristiana, il razionalismo dei lumi.

L’Europa di Altiero Spinelli, di Schumann, di De Gasperi è, quindi, prima di tutto la risposta all’esigenza di “difendersi da se stessi”. Maturata nelle prima temperie post-bellica, mentre si svelavano poco alla volta, oltre alle macerie delle città distrutte dai bombardamenti, l’abominio immane dello sterminio nazista e le atrocità delle purghe staliniane.

Vedendo cosa è successo in anni non troppo lontani da noi, nei Balcani, e quanto sta succedendo e, ancor peggio minaccia di succedere nella vicenda che contrappone Russia e Ucraina, si può dire che è stata senz’altro una buona idea. Così come è stata una buona idea l’allargamento progressivo dell’Unione, prima verso gli altri Paesi dell’occidente continentale e poi verso l’est del dopo muro.

Questo elemento costitutivo dell’Unione non andrebbe mai dimenticato. Pensare che il rischio di ricadere nella voragine degli estremismi nazionalisti e nelle loro conseguenze più nefaste, che non si limitano certo alle possibili negative conseguenze di carattere economico e sociale, sia del tutto alle spalle, riposto negli archivi della storia, sarebbe un errore esiziale.

La “belva” come la chiamerebbe Primo Levi, è sempre pronta a rinascere e, lo dico in modo volutamente provocatorio, anche la peggiore Unione Europea possibile, è meglio di un ritorno alla frantumazione precedente. E’ meglio per gli europei ed è meglio per il resto del mondo. Proprio perché, per ripetere il concetto già in precedenza esposto, nel dna del nostro invidiabile patrimonio culturale allignano, insieme alla genialità e alla multiforme creatività, lo spirito di sopraffazione, un’idea di patria fondato sulla stirpe, lo spirito identitario della comunità pronto a mutarsi nel localismo xenofobo quando non razzista.

Certo, rispetto al passato, il nostro potenziale distruttivo, se paragonato a quello dei nuovi colossi, e non solo degli Stati Uniti e dell’URSS ai tempi della guerra fredda, è infinitamente inferiore. E molto più contenuta è la minaccia che dall’Europa può venire: rispetto all’eventualità di scatenamento di nuovi conflitti globali o di nuove avventure di stampo coloniale.

Molto meno remota è invece la possibilità che dal frantumarsi dell’Unione possa generarsi un potenziale distruttivo residuo, rivolto invece all’interno del vecchio continente, in una nuova conflittualità interstatuale i cui esiti è difficile prevedere.

Sottolineo questo aspetto non per inclinazione catastrofista, ma perché la lettura che gli “euroscettici” o gli “eurotiepidi” danno dei molti e diversi populismi antieuropei in circolazione di questi tempi, mi pare non rubricare l’eventualità di uno scivolamento incontrollato, e incontrollabile, sul piano inclinato delle tensioni tra Stati, fermandosi invece su valutazioni di carattere esclusivamente economico e/o sociale.

Certo, come molti sostengono, io tra questi, e con più di una motivazione, il basso se non quasi nullo indice di gradimento che oggi l’idea stessa di Europa riscuote presso i popoli ha le sue ragioni profonde nell’incompiutezza del disegno, nella freddezza burocratica dei vincoli economici e finanziari, sola lingua attraverso la quale, troppo spesso, l’Unione si rivolge ai cittadini.

Ma quale può e deve essere la risposta a questi limiti, profondi e intollerabili, che hanno finito per stravolgere la stessa idea su cui si poggia l’ispirazione originaria, e sui cui la generazione politica immediatamente successiva a quella dei fondatori (la generazione di Kohl, Mitterand, Prodi, Delors) innestò il processo costituente, poi arenatosi, e la creazione della moneta unica, quale elemento decisivo per iniziare a definire lo spazio comune, seppure molto circoscritto all’ambito del “mercato”?

Molto spesso, e in molti, si è ritornati su questo punto. Per sottolineare, non senza solidità di argomenti, che in questo modo fu capovolto quello che avrebbe dovuto essere il processo logico di costruzione dell’Unione: prima la coesione dei popoli, attraverso l’armonizzazione delle strutture e delle politiche fiscali  e  sociali, la definizione delle regole e dei diritti comuni, connessi alla cittadinanza. E solo alla fine la moneta.

Com’è noto, invece, la forzatura sulla “tappa monetaria” fu in gran lunga determinata proprio dall’esigenza di accelerare, anche a fronte della disgregazione dell’ex blocco comunista dell’Europa Orientale, un percorso che appariva talmente lento da rischiare la deriva verso un binario morto. E di mettere l’Europa delle democrazie in una condizione di sostanziale inabilità nel determinare i nuovi equilibri post-guerra fredda.

La celeberrima affermazione di Helmut Khol, secondo cui spettava all’ultima generazione che aveva direttamente conosciuto gli orrori della guerra dar corso alla formazione della casa comune Europea, coglie esattamente il senso drammatico dell’emergenza che portò ad anteporre l’unione monetaria alla piena unione politica.

Ciò che sta in mezzo, tra l’entrata in vigore dell’Euro e i giorni nostri è la narrazione tutta negativa di un processo di degenerazione verso la prevalenza dei burocrati, chini al volere dei “poteri forti”, della sottrazione di sovranità ai popoli, dell’intollerabile rigidità dei vincoli. Una narrazione che, nelle sue versioni più estreme, demagogiche e populistiche, individua proprio nella divisa unica la causa di tutti i mali. Come se la sua elisione potesse essere la chiave che riapre, per ciascuna nazionalità, le porte di un rinnovato paradiso.

Come se la crisi degli istituti europei non fosse, sulla scala continentale, lo specchio della crisi che, con maggiore o minore intensità, ha investito le istituzioni democratiche e le compagini statali di molti Paesi europei. Tra i quali spicca, per le particolari e drammatiche convulsioni politiche in cui da anni versa, proprio l’Italia.

Ecco perché, per quanto mi riguarda, la domanda posta più sopra, circa la risposta da dare ai macroscopici limiti che lo “stato dell’Unione Europea” oggi espone, non può prendere la direzione di un ripiego verso i lidi di un revanchismo di stampo nazionale e nazionalista, giacché questo è il timbro che, vogliano o no ammetterlo, cercano di cavalcare gli antieuropei; bensì deve orientarsi verso il “rilancio”.

Sfidando i conservatorismi arroccati intorno ai poteri della burocrazia di Bruxelles, con un nuovo progetto di Europa dei popoli, fondato dal basso sui presupposti della legittimazione democratica elettorale, che non abbia timore di profilare al proprio orizzonte, magari non di breve momento, la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa.

L’indicazione chiara ed esplicita della personalità cui ciascun partito o movimento del fronte politico europeo intende affidare, in caso di vittoria, la guida della Commissione Europea, segna in questo senso un passo avanti molto rilevante.

Certo, si potrà obbiettare che anche questa volta si comincia dal vertice. Che molto più importante sarebbe definire le regole comuni in grado di sottrarre le istituzioni europee ai farraginosi meccanismi che complicano le decisioni, sovrapponendo i campi in cui sono gli organi della rappresentanza democratica diretta a votare e determinare le scelte, a quelli in cui ancora prevalgono i canoni dell’unanimità e del ruolo diretto degli Stati.

Tuttavia, l’indicazione diretta del prossimo presidente della Commissione ha una forza che può trascinare con sé la velocizzazione del processo. Cui lo stesso eletto potrà dare impulso, in forza di un’investitura diretta che lo porrà in condizioni di forza incomparabili, rispetto a quelli del suo predecessore.

La partita vera, che si affaccia con nettezza all’alba delle prossime elezioni europee, è esattamente questa: conferire alle istituzioni europee la forza politica che sola può derivare da una larga investitura democratica, in grado di sconfiggere tanto l’astensionismo quanto l’antieuropeismo. Se saranno questi ultimi a prevalere, non ci sarà “trippa per gatti”.

Nel primo caso, la “tirannia dei burocrati e dei banchieri” uscirà dal test elettorale con rinnovato vigore, di fronte a una politica “europeista” ulteriormente indebolita. Nel secondo caso, l’intrinseca frantumazione, ideologica e territoriale, del fronte antieuropeo, non sarà in grado di generare alcun progetto alternativo, aprendo le porte alla deriva dell’Unione, verso una frantumazione scomposta, alla quale solo la Germania (forse) potrebbe sopravvivere con una qualche forza nel campo della competizione globale.

Non certo l’Italia, che ha bisogno dell’Europa non meno di quanto il Mezzogiorno abbia bisogno dell’Italia e il Nord abbia bisogno del Sud. A ben vedere, poi, l’utilità dell’Unione dipende molto anche da noi. Per molti Paesi del nostro continente, l’Europa è stata, attraverso l’utilizzo efficace dei fondi strutturali, uno strumento efficacissimo di sviluppo. Vale per l’Irlanda, per la Spagna. Vale ora per molti delle nazioni dell’ex blocco comunista.

Se questo non è accaduto, o è accaduto in misura minore, non è colpa dell’Unione, ma nostra e soltanto nostra. Che quei soldi li abbiamo spesi male o non siamo stati capaci a spenderli per tempo. Così come, peraltro, molto spesso abbiamo speso male e fuori tempo i soldi del nostro bilancio statale, generando anche per questa via quella massa di debito pubblico che pesa sulle nostre spalle e incombe sul futuro delle nuove generazioni.

Generazioni che, fortunatamente per loro, nascono e si pensano, molto più naturalmente di noi, come “nativi europei”, per i quali è del tutto naturale concepire il proprio progetto di vita, di studio e di lavoro, nello spazio europeo; riuscendo in questo spazio a trovare quella risposta alle proprie aspirazioni spesso soffocata dalla penuria di opportunità offerte dalla nostra pur amata Patria.

E’ forse colpa dell’Europa se i nostri giovani sempre più spesso si rivolgono a Londra, Berlino, Barcellona per trovare lavoro e dare senso alla propria esistenza? E non è colpa nostra se, invece, non capita con altrettanta frequenza che i ragazzi di Berlino, Londra, Barcellona cerchino il proprio destino in quello che resta il Paese più bello del mondo.

A quanti, sull’onda del livore montante verso un Europa ciecamente rigorista, pensano che la risposta consista nel ritorno all’Italietta della lira e della svalutazione facile, e non quella di modificare, utilizzando lo strumento democratico delle elezioni europee, il segno della politica economica e sociale dell’Unione, consiglierei di chiedere ai “ragazzi di Erasmo” cosa pensano del ritorno alle monete nazionali, giusto per avere un’idea della visione che coltivano in proposito gli italiani di domani.

Naturalmente, sta a chi si riconosce nel campo delle forze riformiste, e ancora più specificamente nel campo del PSE, operare affinché l’imminente campagna elettorale si connoti non solo come un’asettica ed equidistante difesa dell’”idea d’Europa”, per tornare in chiusura al celebre titolo di un’opera di Federico Chabod.

Ma affronti e proponga agli elettori un orizzonte politico radicalmente diverso rispetto a quello imposto in questi anni dalle forze conservatrici. Con al centro le questioni del lavoro, dell’equità sociale, dell’armonizzazione delle politiche fiscali, della ricerca e della conoscenza, dei nuovi diritti di cittadinanza. Questa è la vera partita, questi sono i soli argomenti che possono, in questo complicatissimo frangente politico, sconfiggere la deriva dei populismi.

Che prepara per i popoli, ammantata del fuorviante mascheramento del recupero di sovranità, la poco allettante prospettiva del gregariato nei confronti di nuovi e inquietanti pifferai.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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