L’Europa degli europei

Angelo Marinoni

(Continuiamo il dibattito sull’Europa in vista delle prossime elezioni continentali. Il primo intervento di Marco Ciani “Un’idea di Europa” è stato pubblicato la settimana scorsa. Ap)

euA poche settimane dalle elezioni per il rinnovo del Paramento Europeo si impone una riflessione sulla politica europea e sull’operato dei suoi organismi dirigenti: è probabile che nei paesi più in difficoltà, ma non solo in quelli,  le forze politiche più manifestamente critiche nei confronti degli organismi dirigenziali europei otterranno buoni risultati, nonostante un gran parlare delle forze politiche maggiori sull’irresponsabilità di qualunque scelta a loro critica.

In verità l’astio che si è creato intorno l’Europa era prevedibile e parzialmente è meritato, per cui non bisogna prendersela con l’elettore quanto con l’eletto, peccato che chi comandi in Europa e chi sia il vero responsabile del malcontento e di una politica comunitaria oggettivamente distruttiva (salvo che per il sistema bancario, chiamarlo creditizio gli darebbe un merito che non ha e un ruolo che non fa) non sia mai stato eletto.

La stessa Presidenza è a turno fra i paesi dimostrando che non potendosi mettere d’accordo sulle regole si tiene la palla un po’ per ciascuno, direi che siamo lontani da un sistema condiviso e dall’unitarietà che viene spacciata per realizzata.

Ho sentito parlare (con un certo raccapriccio non nascondo) di Stati Uniti d’Europa, ma a parte il fatto che di Stati Uniti bastano e avanzano quelli d’America, in Europa ne siamo ben lontani e per cultura e complessità storica e sociale non ce ne avvicineremo mai, non la si prenda come una deficienza: è la ricchezza dell’Europa la sua complessità, la sua forza sta nella sua diversità, nel suo essere somma di culture e di Stati, appunti somma di Stati storicamente e socialmente complessi che si alleano economicamente e politicamente, non normalizzazione, non unificazione forzata di gente che uguale non è, non parla la stessa lingua, non mangia le stesse cose, non ha la stessa scala di valori, non ha lo stesso modo di rapportarsi con il quotidiano.

Allearsi per affrontare ad armi quasi pari avversari economicamente scorretti e in vantaggio numerico è più che comprensibile e condivisibile, normalizzarsi in una unica entità per adeguarsi a un sistema globale palesemente sbagliato, impari e pernicioso per la dignità dell’Uomo quanto per la sostenibilità ambientale del pianeta è agghiacciante e lo respingo con la massima fermezza.

Resto dell’idea che Italia, Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Olanda,   Belgio, Polonia, Austria e Ungheria siano paesi di una complessità sociale e storica tale che pensare di limarne i confini, fonderli sia una bestialità, un atto di violenza contro un patrimonio culturale e una ricchezza enorme. Certo i governi di quei paesi devono fronteggiare insieme, uniti da regole comuni, da comuni ideali e comuni obiettivi, le sfide che il futuro e un mondo complessivamente ostile impone, ma non possono essere ridotti ad un’unica entità statale per rispondere al diktat della competitività economica, specie con paesi che fanno dello sfruttamento, del sopruso e dell’annientamento della dignità umana un normale sistema di produzione.

Ammesso che sia giusto che si arrivi a una fusione degli Stati, cosa che francamente non auspico perché antistorica e anticulturale, bisognerebbe che la  federazione esprima i suoi organi dirigenti come qualunque stato, se una federazione per tenere buoni tutti deve arrivare ai semestri a turno vuol dire che non ha nessun legame che non sia forzoso, quindi, violento, quindi pernicioso nel medio come nel lungo termine.

Per inciso, a parte gli stati di ultima aggregazione ho volutamente tenuto fuori da ogni elenco la Gran Bretagna, perché trovo insopportabile la tendenza britannica a sentirsi europei e quindi a voler dettare con inglese saccenza la linea di politica estera quando si tratta di di appoggiare la posizione americana o comunque la linea del mondo anglosassone, mentre quando si tratta di fare i conti con le regole comuni della Comunità Europea rispunta l’esclusività delle isole di Sua Maestà, sicché loro fanno quello che gli pare. Bene lo facciano anche in politica estera e facciano gli interessi americani da inglesi e non da europei.

L’Europa di cui dovremmo decidere con le elezioni prossime gli organismi dirigenti è l’Europa che non c’è: è il sogno di Delors, Prodi e Kohl, mentre l’Europa che conta è la BCE (Draghi), il Fondo Monetario (Lagarde) e le innumerevoli e temibili Commissioni: tutti organismi in cui i cittadini dei vari stati europei non hanno ruolo diverso di quello del suddito.

Facile qualunquismo quello di sostenere che le elezioni europee non servono a un piffero perché eleggono organismi che non decidono, qualunquismo sicuramente facile, ma anche piuttosto comprensibile visto che un Presidente comune non siamo in grado di esprimerlo se non facendo a turno, a parte la solita Gran Bretagna che torna a parlare di posizione europea ora che deve spostare sulla causa americana la posizione europea sulla vicenda ucraina, tanto da considerare “illegale” il referendum in Crimea.

E’ un vizio degli organismi europei quello di non sopportare i referendum, specie quando danno risultati diversi da quelli che i poteri non eletti vogliono:

i danesi hanno detto no a Maastricht, referendum annullato; i francesi hanno detto si a Maastricht con una percentuale ridicola (le petit oui) e no alla Costituzione europea, referendum senza efficacia fino a che non è stato vinto con bombardamento mediatico, in Irlanda hanno fatto referendum perdendoli fino a che non hanno vinto prendendo, forse per stanchezza, in Italia non si è fatto, probabilmente lo vorrebbero fare a Kiev, ma solo adesso perché alla seconda finanziaria non so quante bandiere europee sventolerebbero nelle piazze di Ucraina …

Ma se bastasse cambiare la politica europea? Se fosse sufficiente rendersi conto che il sistema di sviluppo imposto è fallito? Se invece di imporre il liberismo e considerare i paesi europei mercati da condividere, si imponessero regole comuni di convivenza civile e si considerasse i paesi europei storie e culture da condividere?

La fame di nuovi mercati e di nuovi debitori spinge la politica estera europea ad assecondare il tentativo americano e anglosassone in generale di ripristinare l’egemonia NATO anche in molti territori slavi, spaventati dall’aggiungersi di un gigante russo dopo le dirompenze di Cina e India, basterebbe evitare di comprare prodotti realizzati da persone sfruttate per risolvere il problema della concorrenza dei prodotti orientali, ma il mercato globale ignora la parola umanità.

L’Europa utile di cui vorrei volentieri rinnovare il Parlamento è una organizzazione di Stati riunita sotto regole comuni con principi universali comuni: deve poi essere il Parlamento europeo degli eletti a esprimere le cariche dirigenziali e di responsabilità del consesso europeo, non devono più arrivare da uffici sconosciuti i protocolli che condizionano intere esistenze né devono essere cariche nominate dai poteri forti quelle che politicamente ed economicamente contano nell’ambito europeo, lasciando al Parlamento Europeo il ruolo di vox populi comunitaria.

La federazione di Stati europei deve poter esprimere convintamente un suo organismo dirigente, ma questo deve essere dirigente per davvero, al popolo medio, quale sono io, il Parlamento europeo sembra molto lontano dal luogo dove si prendono le decisioni che condizionano per davvero la vita degli europei: la differenza sostanziale sta nel fatto che qualunque organismo dirigente europeo non può tenere conto della rappresentatività quanto dalla nazionalità, altrimenti paesi meno popolosi non sarebbero mai rappresentati o quantomeno difficilmente riuscirebbero a esprimere figure dirigenziali. Questo significa che non esiste e non potrà esistere quell’unità statale che viene anche da menti illuminate vista come una prospettiva e che a me appare una pericolosa normalizzazione.

Anche in ambito europeo, come in ambito italiano, sono dell’idea che si debba tornare indietro fino al momento in cui si è cominciato a sbagliare per poter riguadagnare il bivio che ci fece perdere la strada giusta e indirizzarci nella giusta direzione. Bisogna riscrivere la Costituzione europea, per prima cosa chiamandola diversamente, lasciando ai singoli paesi le loro Costituzioni (noi ne avevamo una bellissima).

La pervicacia con cui i responsabili del fallimento del liberismo fanno finta di niente è delinquenziale e per evitare il voto antieuropeo sarebbe sufficiente che l’Europa tornasse a occuparsi degli europei come cittadini invece che considerarli una massa di consumatori da normare e indirizzare.

Attualmente l’Europa è vista come quell’entità che causa le finanziarie, che impedisce la distribuzione del reddito, che protegge le banche che non concedono il credito: è parzialmente cosi’ perché l’Europa è anche quella che concede i finanziamenti ai progetti, che garantisce il rispetto di norme di sicurezza sul lavoro come ambientali che in paesi come l’Italia sarebbero calpestate, che cerca di tenere insieme un gruppo di paesi che singolarmente rischierebbero di essere stritolati dalle aggressive economie orientali, poco importa che quelle economie lontane siano disumane e devastanti per la dignità umana come per l’ambiente: l’economia globale non ha nessun interesse né per l’ambiente né per l’Uomo.

Il Parlamento europeo che si andrà formare dovrebbe ragionare non sulla competitività e sulla crescita, ma sul suo ruolo, sul modo in cui darsi delle regole che siano condivise e non imposte, sul modo di unire storie e culture non cercare un ombrello abbastanza grande per tenerle tutte sotto, ricerca peraltro vana, sul modo di respingere la rincorsa alla crescita con le economie devastate e devastanti del resto del mondo, sul modo di arginare l’egemonia russa parimenti a quella americana, con la differenza che i russi oramai ono egemoni con i russi gli americani vogliono continuare a esserlo con tutti gli altri.

Il Parlamento europeo dovrà anche trovare un sistema per integrare le culture anche quelle che provengono dall’Asia e dall’America meridionale, sommarle particolare per particolare non sovrapporle cercandone una riassuntiva o peggio, egemone.

I compiti del Parlamento che andremo a rinnovare sono immani e l’inutilità di queste elezioni sussisterà se a sedere su quegli scranni a Strasburgo ci saranno persone che ritengono imprescindibile lo status quo, che ritengono giusta l’attuale politica monetaria, che vogliono aggregare Stati all’Europa per vincere la sfida della crescita con le economie asiatiche: se saranno persone che continuano a far finta di non aver perso pur stando seduti sulla loro sconfitta allora queste elezioni saranno inutili.

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7 thoughts on “L’Europa degli europei

  1. Fermo restando quanto espresso a commento dell’articolo firmato da Marco Ciani, di cui all’indirizzo:

    https://appuntialessandrini.wordpress.com/2014/03/09/unidea-di-europa-2/

    e perfettamente calzanti anche su questo, mi permetto di aggiungere che, con la Federazione, le Costituzioni Nazionali diventerebbero superflue, ma la nuova Costituzione Europea dovrebbe ricalcare i saggi principi che hanno ispirato quella Italiana nella primigenia forma del 1947, entrata in vigore nel 1948.
    Sarebbe altresì auspicabile che questo risultato fosse raggiunto senza spargimento di sangue, allora dovuto a guerre militari, oggi a suicidi per motivi meramente economici.

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