Leader personali o corpi intermedi?

Carlo Baviera

Senza nomeNon intendo riprendere considerazioni attorno alle modalità e ai perché si è arrivati alla nascita del Governo guidato da Matteo Renzi. In queste ultime settimane molti lo hanno già fatto meglio e in modo più completo di quanto sia in grado di fare io.

C’è chi ha commentato che, Renzi, “rompendo il modello delle vecchie pratiche politiche e grazie ad una non comune abilità unita a una certa sfrontatezza, è stato in grado di lodare Letta mentre lo sfiduciava”. C’è chi ha argomentato sulla necessità e chi sull’ambizione che hanno portato al cambio di Governo.

Certo è che, già dal momento delle Primarie, questo svolgersi della trama e questo finale fossero  facile previsione. Renzi ragiona, anche per un fatto generazionale, non in termini di squadra, di ditta  (il PD o l’alleanza). Perciò attendere che Letta svolgesse il suo compito di Presidenza italiana a livello di Unione Europea e acquisisse qualche merito nei miglioramenti dei conti pubblici rischiava di indebolire il Sindaco-Segretario, allontanando il momento dell’assunzione diretta delle responsabilità di Governo. Inoltre il lavoro umile di mediazione e moderazione che deve svolgere un Segretario di partito (soprattutto se di maggioranza relativa) all’interno di una coalizione ne avrebbe fatto una figura un po’ appannata e logorata.

Renzi, per convinzione e per carattere, la sua partita la vuole giocare sempre all’attacco; sempre all’insegna del tutto o niente. Quella sua infelice dichiarazione del 20 febbraio: “non partecipo al vertice di maggioranza, perché sono allergico ai vertici”, la dice lunga su come intendesse il ruolo di Segretario: un trampolino per l’incarico di Premier, non il posto per la regia delle intese e del controllo sui percorsi e sui programmi. E l’altrettanto infelice “Fassina chi?” dice di come considera i rapporti con gli avversari interni.

D’altra parte siamo in un’epoca in cui è richiesta speditezza di decisione, superamento di perdite di tempo nelle continue riunioni o confronti poco costruttivi. Si esige l’urgenza nelle soluzioni a questioni ormai da troppo tempo in attesa, e  c’è la richiesta di una leadership politica che sia disposta a giocarsi il tutto per tutto.  E Renzi a questo è disposto, perciò giusto che si sia messo subito alla prova, che ci abbia messo la faccia.

E’ stato detto, e la composizione della squadra in buona parte lo dimostra, che “ci troviamo innanzi all’affermazione di una nuova, giovane, dinamica classe dirigente. E che questa si muovesse in un rapporto non strutturato con il suo partito, libera da ogni vincolo di appartenenza sociale e culturale, impegnata a cancellare ogni riferimento culturale  e avendo come riferimento il carisma del leader”.

Qui nascono le domande che restano aperte rispetto al tentativo renziano; poiché c’è chi dice che la “democrazia ha comunque bisogno di proposte culturali generali, di visioni che si confrontano e soprattutto di corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni, ecc.) che facciano rappresentanza e contenimento nei confronti della classe dirigente al potere”, quale forma partito si ha in mente? come si affronta il confronto e quale modalità si prevede per consentire l’esprimersi del pluralismo politico e quello istituzionale? che tipo di partecipazione si intende realizzare? Sono questioni non più di moda, di stampo novecentesco? Può darsi, ma a me interessano! E le vicende legate alla legge elettorale confermano le difficoltà di intesa.

Sembrerebbe che si intenda procedere, senza dirlo apertamente, verso una democrazia diretta a scapito di quella rappresentativa; che il leaderismo personalistico venga preferito a forme con i necessari contrappesi. Non sono questioni secondarie. Un non dichiarato compiacimento o condivisione da parte del leader del Partito antagonista, che ha lui stesso una visione plebiscitaria del ruolo di Premier, non lascia intravvedere posizioni chiaramente alternative, ma reciproci accomodamenti.

Un altro tema collegato alla visione istituzionale e della società porta anche ad una ulteriore riflessione e cioè, usando parole che mi hanno fatto riflettere “non possiamo non vedere che dietro l’indebolimento dei corpi intermedi c’è uno sfilacciamento della società. Dentro di noi sembra non esistere un modello di società cui riferirsi”. Voglio dire che, insieme alla semplificazione burocratica, ad un sistema istituzionale e regolamentare che consenta rapidità (ma anche ponderatezza e saggezza) nelle decisioni, è necessario ridare credibilità alla politica e coinvolgimento dei cittadini anche attraverso soggetti collettivi e nuclei sociali che rendano viva e concreta la vita comunitaria. Nelle condizioni nuove, attuali, penso che servano ancora soggetti di rappresentanza di diritti, di gruppi, di categorie.

La comunità civile e i cosiddetti nuclei intermedi fanno parte di un nuovo modo di riprogettare la società e le istituzioni. L’avere accennato, da parte di Renzi, nelle sue prime dichiarazioni al ruolo del Terzo Settore e poi al Servizio Civile, sono certamente aspetti positivi che fanno ben sperare. Ora servono fatti concreti.

E servono fatti concreti riguardo alle forme e modi della partecipazione. Non so se la Camera delle Autonomie che lui ha in mente soddisfi le esigenze partecipative delle autonomie locali; ma serve altro per la partecipazione reale delle autonomie sociali e culturali. E serve certamente rilanciare, se pur con modalità nuove, la partecipazione popolare, la cosiddetta democrazia deliberativa.

Mi auguro che la nuova responsabilità governativa renda più flessibile Renzi su tutta una serie di questioni, come è avvenuto ad esempio per le Province. Lui, che probabilmente ne auspica il superamento, si è limitato a chiedere al Parlamento un provvedimento che blocchi il rinnovo di Presidenti e Consigli degli enti intermedi, in attesa di decidere quale dovrà essere il futuro di queste storiche istituzioni.

In mancanza di flessibilità e gradualità si aprirà una fase formalmente diversa da quella di una Repubblica delle autonomie, parlamentare, in cui si concorre alla progettazione politica nei (anche se non solo) partiti; da quella in cui le istanze sociali sono portate avanti da soggetti collettivi rappresentativi, che per noi erano i sindacati, le consulte, i consigli scolastici o di circoscrizione, e oggi possono essere qualche altro organismo purchè la sostanza non venga stravolta. E i cittadini non si sentano solo oggetto della politica, ma un soggetto attivo pur con elementi rappresentativi che sono il contrappeso a leaders carismatici.

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